Marc Raabe.
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Sono qui.
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Parte 1.
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Titolo originale: Heimweh.
Traduzione di: Angela Ricci.
2015 Newton Compton Editori, Roma.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Jesse Berg  un pediatra di successo. Da poco separato, vive a Berlino con Isa, sua figlia, l'unica persona che ama veramente. Jesse non parla del suo passato, che ritorna spesso in terribili e indecifrabili incubi notturni. Fino a quando, improvvisamente, l'ex moglie viene uccisa e sua figlia rapita. L'autore del delitto gli lascia un messaggio: "Tu non la meriti". Per Berg  chiaro che il bersaglio da colpire  lui. Perch non merita Isa? Per qualcosa che ha fatto prima di un terribile incidente la cui memoria emerge a sprazzi solo nei sogni, ma che sembra averlo cambiato? Tutto questo ha forse a che fare con il collegio in cui ha passato l'adolescenza, dove avvenivano cose che forse  meglio aver dimenticato? Un senso di colpa indefinito messo a lungo a tacere riemerge. Per trovare Isa, Jesse dovr fare quello che non ha mai voluto: recuperare il suo passato. Tornare all'istituto di Adlershof. L dove ha imparato a combattere, e dove ha rischiato di morire. Perch per Isa farebbe qualsiasi cosa. Anche attraversare l'inferno per la seconda volta... 
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Per i miei Raabe.
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Io  un altro.
Arthur Rimbaud, Una stagione all'Inferno.
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Prologo. Settembre 1981.
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C'era ancora aria sufficiente per respirare. 
Il giaguaro nero giaceva aperto accanto al letto, con sopra un logoro fumetto di Batman. Letture da tredicenne. La luce era spenta da un pezzo. Durante il sonno le coperte si alzavano e si abbassavano con la regolarit di un moto ondoso. 
Per un secondo, il respiro s'incepp. 
Nell'ultimo istante prima di svegliarsi, sogn di affogare. Era un sogno che faceva spesso. 
Quando era piccolo, durante una gita al lago al tramonto, il ghiaccio ancora sottile aveva ceduto sotto di lui. La neve candida, innocente e traditrice, copriva ogni cosa. Le montagne si stagliavano aspre e nitide contro il cielo limpido. Il ghiaccio si era rotto all'improvviso. Le acque nere l'avevano stretto come dentro un pugno e si erano richiuse sopra la sua testa. Il giaccone imbottito si era inzuppato ed era diventato pesante come un'armatura di piombo. Paralizzato dal terrore, era precipitato gi verso il fondale immerso nelle tenebre. 
Era stata sua madre a salvarlo, letteralmente all'ultimo secondo, anche se certe volte, in sogno, la sua mano era sostituita da quella di un uomo, con una cicatrice a forma di falce sul dorso, che lo afferrava e lo tirava fuori come un gattino bagnato. 
Da quella volta evitava l'acqua, tollerava di immergersi solo fino ai fianchi. 
Ma qui, in camera sua, non c'era acqua. 
Era nel suo letto. 
Qualcuno gli stava premendo un cuscino in faccia. 
Annasp disperatamente in cerca di aria, ma la bocca gli si riemp solo della stoffa di cotone. L'estremit di una piuma sbuc fuori dall'imbottitura e lo punse sulle labbra, poi anche il naso fu coperto e il suo corpo cominci a urlare chiedendo ossigeno. In preda al panico, tent di spostarsi da sotto il cuscino, agit selvaggiamente le braccia e sent qualcuno sedersi cavalcioni su di lui, schiacciandolo sotto il suo peso. I polmoni erano sul punto di scoppiare. Strinse i pugni e colp alla cieca intorno a s. 
Poi, all'improvviso, la pressione si allent. 
Si strapp il cuscino dalla faccia. Inspir l'aria che i suoi polmoni bramavano. Alla luce pallida della luna intravide solo una sagoma confusa sullo sfondo luccicante e freddo della tappezzeria. Una sagoma dalla testa informe, che ricordava quella di un insetto, seduta sopra di lui e ripiegata su se stessa. Per un attimo fu cos terrorizzato da dimenticare di doversi difendere. La figura si alz in piedi sibilando. Un'ombra che pareva uscita dalla Gotham City di Batman. La testa era curiosamente calva e al posto degli occhi c'erano due globi di vetro, grandi quanto un pugno, che lo fissavano e dentro cui si rifletteva l'immagine del suo volto pallido. Nel punto in cui avrebbero dovuto trovarsi naso e bocca, si protendeva un ovale nero. 
Avrebbe voluto urlare, ma la figura lo anticip assestandogli un pugno sulla tempia sinistra. Vide le stelle turbinare intorno a s, poi fu raggiunto da un secondo pugno. In quell'istante esatto perse conoscenza, come se si fosse attivato in automatico un sistema di sicurezza. 
Per un po' non ci fu nulla. 
Schermo nero. 
Si svegli perch il pavimento stava tremando. No, vibrava. Lui giaceva a terra, rannicchiato come un embrione. La testa gli pulsava e gli dolevano le costole. Percep altre due forti scosse. Tent di muovere mani e piedi, ma senza successo, era legato. C'era un telone teso sopra di lui, e quando prov a tirarsi su sent qualcosa che gli opponeva resistenza. Solo in quel momento si accorse di avere freddo: era nudo come un verme. 
Dalle fessure filtravano gli spifferi di un veicolo in movimento, e c'era odore di gas di scarico. Il rumore era quello di un ciclomotore, alto e acuto, simile a una sega circolare. 
Socchiuse gli occhi e si rifugi brevemente nella fantasia che potesse trattarsi soltanto di un semplice incubo. 
Stava ancora dormendo saporitamente nel suo letto! 
Svegliati, ti prego, svegliati, supplic a bassa voce. 
Ma fu proprio la sua voce a riportarlo alla realt. 
Non era un sogno. 
Non si sarebbe svegliato. 
Sent la gola chiudersi. Respir a fondo cercando di arginare il panico. Aveva tredici anni! Non era un'et in cui ci si rassegna facilmente. Quella volta, nel ghiaccio, lo aveva fatto. 
Ma non sarebbe successo di nuovo. 
Nonostante i polsi legati all'altezza dello stomaco, tast come meglio pot le assi intorno a s. A quanto pareva si trovava dentro un rimorchio basso. Il telone che lo copriva era teso, probabilmente aveva degli occhielli grazie ai quali era stato assicurato all'esterno con una corda. Da una delle assi di fronte a lui spuntava un gancio, probabilmente serviva a tenere fermo il carico. 
Cerc di guardare i nodi che gli stringevano i polsi, ma al buio non riusciva a vedere nulla. Quando ruot le mani l'una contro l'altra sent un rigonfiamento spesso, come formato da nodi sovrapposti. Prima, ricord, faceva sempre il doppio nodo alle scarpe e quando la sera non riusciva a scioglierlo ricorreva all'aiuto di una forchetta. 
Accost le dita al gancio e spinse il nodo contro l'estremit appuntita. Poi agit con cautela le mani, allontan il nodo dal gancio e subito dopo ve lo premette di nuovo contro. Nonostante la corrente d'aria fredda, cominci a sudare, la pelle gli si ricopr di una pellicola umida. Piano piano il nodo stava cedendo. 
All'improvviso il rimorchio cominci a sobbalzare, come se stesse percorrendo una stradina di campagna piena di dossi e buche. Il pavimento del veicolo sbatteva violentemente contro il suo corpo. Il ronzio acuto della sega circolare si trasform in un cupo scoppiettio, poi ammutol. 
Sent un cavalletto che veniva posato a terra. 
Poi la corda, che scorreva attraverso gli occhielli del telo, che fu tirato via. Gli alberi si stagliarono contro il cielo coperto dalle nuvole. Testa di Insetto si chin su di lui. 
Fuori. La sua voce aveva un suono curioso, cavernoso eppure stridulo. Ed era giovane. Un adolescente, come lui. Un ragazzo. 
Non posso, rispose indicando con un cenno del capo i piedi legati. 
Senza dire una parola, il ragazzo sciolse i nodi intorno alle caviglie, ma gli leg le gambe in modo che potesse a malapena muovere piccoli passi. Poi si fece un po' indietro e lo osserv dimenarsi sul rimorchio e infine cadere gi. Lui si rialz ansimando. 
Per un istante la luna fece capolino tra i brandelli di nuvole. Non era piena, ma i suoi contorni erano netti e precisi. Il ragazzo aveva in mano un coltello, la lama scintillava sotto i raggi lunari. 
Di l, gli disse. 
Cosa... che cosa vuoi farmi?. 
Lei!. 
Eh? 
Devi darmi del lei. 
Lui deglut. Che cosa ha intenzione di farmi?. 
Chiudi il becco e cammina. 
Lo spinse per costringerlo ad avanzare. Il fogliame frusciava sotto i suoi piedi nudi, sassolini e rametti secchi gli pungevano la pelle delle piante. La maschera trasformava il respiro del ragazzo in un sibilo leggero. Non c'era un vero e proprio sentiero, solo una pista che procedeva a zig zag tra gli alberi. In lontananza gli parve di sentire il rumore di una cascata. Ruot i polsi, pieg la punta delle dita verso l'interno e affond le unghie nel nodo. Bastava poco per scioglierlo. Il cuore prese a battergli selvaggiamente. Se solo non ci fosse stato quel coltello! 
Poi vide la fossa. Se la ritrov davanti all'improvviso, due fauci nere nel terreno del bosco, un'apertura rettangolare come una tomba. 
Si blocc in piedi, immobile. 
Dentro, disse il ragazzo. 
Vuole uccidermi. 
Per me sei gi morto da un pezzo. 
Cosa vuoi... cosa vuole dire?. 
Alle sue spalle, il ragazzo tacque. 
Lui divincol disperatamente le braccia. I legacci gli segarono la carne e il nodo si strinse di nuovo. Impossibile! Ma la corda non si era un po' allentata? 
La prego... mi lasci andare, sussurr. 
No, rispose bruscamente il ragazzo. 
Fece un ultimo tentativo, rimpicciol la mano il pi possibile e la forz con violenza attraverso il cappio. La corda gli bruci la pelle come fuoco. Poi di colpo la sua mano fu libera. Rote il braccio con il pugno chiuso e colp l'altro allo stomaco. Il ragazzo barcoll all'indietro, senza fiato, lasciando cadere il coltello per terra. Lui si chin e lo raccolse. Il manico conservava ancora il calore dell'altra mano. O forse era la sua che bruciava in quel modo? 
Resta dove sei, sibil. 
Il ragazzo era chino su se stesso, appoggiato al tronco dell'albero pi vicino, a meno di tre passi di distanza. I suoi occhi da insetto indugiavano su di lui. 
Si chin e, con dita tremanti, tagli la corda che gli legava le gambe. 
In quel momento il ragazzo si avvent su di lui. Finirono entrambi a terra e cominciarono a lottare per il coltello. La luna illuminava le loro mani, e all'improvviso lui si blocc. Conosceva quelle mani! Erano quelle di... 
Un istante dopo il ragazzo gli prese il coltello. D'istinto lui si volt, tent di mettersi a correre per scappare, ma fu investito da un dolore violento e bruciante alla schiena. Url. Sent le forze venirgli meno. Croll per terra a pancia in gi, proprio accanto alla fossa. Uno stivale lo urt sul bacino e lo fece voltare come un sacco di patate. Rotol inerme oltre l'orlo della fossa e vi cadde dentro. Sbatt violentemente la testa contro una roccia. Giacque immobile. 
Per un po' tutto tacque. Era come se fosse sordo, o rinchiuso da qualche parte, separato dal suo corpo invaso dal dolore. Sopra di lui gli alberi sembravano nuvole di foglie scure. Una voce dall'alto parve sussurrargli qualcosa all'orecchio. 
Ma?, bisbigli lui. 
La voce non rispose. 
Maaaa!. 
Sull'orlo della fossa vide spuntare una sagoma confusa. Un enorme insetto nero con una pala in mano. Un primo cumulo di terra lo colp sul viso, seppellendo sotto di s il cielo e l'ultimo barlume di speranza.

Trentadue anni dopo.

1. Berlino - Sabato, 5 gennaio 2013, ore 03,18. 

Jesse si risvegli bruscamente dal sogno e si rizz a sedere nel letto. 
L'oscurit lo avvolgeva. Era madido di sudore. 
Gli ci volle un istante per comprendere che non era pi un ragazzino, ma un uomo di quarantacinque anni. Gli sembrava ancora di sentire il sapore della terra. Oddio, ci era andato di nuovo cos vicino, era tutto cos reale. La vecchia cicatrice sulla schiena gli prudeva, come se qualcuno l'avesse graffiata. Soltanto l'urlo che aveva sentito non c'entrava nulla in quel sogno. Era l'urlo di una ragazza. 
A disagio, scost di lato le coperte, mise i piedi sul pavimento e si alz. 
Freddo laminato. Aria fresca sulla fronte umida. Il pavimento era asciutto, solido e chiaro. Continuava a fare quel sogno. Cominciava con l'uomo insetto che lo ricopriva di terra e finiva poco prima che lui soffocasse nella tomba. Nient'altro. Non c'era un dove, n un quando, nulla prima e nulla dopo. Esisteva solo una variante, un altro sogno, in cui lui annegava in un lago ghiacciato. 
L'urlo della ragazza non gli dava tregua. 
Abbass la maniglia della porta della camera da letto e percorse velocemente il corridoio, passando davanti agli ultimi scatoloni del trasloco che non aveva ancora svuotato e inciampando sulla sua borsa da medico, che teneva sempre pronta davanti al guardaroba. Imprec e la spost di lato con un piede. Sul pavimento vide il fascio di luce colorata che filtrava dalla fessura della porta. In tre passi fu nella stanza dei bambini. 
Isa?, sussurr. 
Lei era seduta nel letto, con lo sguardo fisso rivolto verso la finestra di fronte e i capelli biondi tutti scompigliati. 
Isa!. 
Sshhh, sussurr lei senza muoversi. Pap, c' qualcuno l. 
Jesse guard verso la finestra. L fuori? 
E dove senn?, rispose Isabelle a bassa voce, con tutta l'indignazione che era possibile mettere in un bisbiglio. A volte i grandi erano un po' duri di comprendonio. 
Jesse sospir piano e and alla finestra. 
E che aspetto aveva? 
Criniera scura e occhi selvaggi. 
Occhi selvaggi?. 
Isa annu. Mi ha guardata. 
Jesse apr la finestra. L'aria fresca lo invest. Si sporse sul davanzale e scrut la strada, prima a sinistra e poi a destra. Non vedo mostri. Vuoi venire anche tu a guardare?. 
Isa scosse la testa. I suoi capelli biondi volarono di qua e di l. Non era un mostro. 
Jesse sorrise. E cos'era allora? 
Non lo so. Qualcosa che assomigliava a un mostro, sussurr lei. 
Jesse annu, richiuse con cura la finestra, torn vicino a lei e si sedette sull'orlo del letto. 
Isabelle si scost, lasciando libero un po' del lenzuolo stropicciato. Jesse sorrise, si infil nel letto e si sdrai vicino alla figlia di otto anni. 
Senza dire nulla Isa si volt verso di lui, sistem la testa nell'incavo dell'ascella e prese a fare profondi respiri, come se fosse rimasta in apnea fino a quel momento. Jesse sentiva il battito concitato del suo cuore dietro le costole sottili. 
Pap? 
Mmm. 
Non andartene quando mi addormento, okay? 
Mmm, mugol Jesse, stanco. Il letto caldo e la presenza di sua figlia cominciavano a far svanire i residui del suo incubo. Quel sogno lo perseguitava da quando aveva memoria e lui odiava il momento in cui si svegliava e constatava di non essere n annegato, n sepolto sotto uno strato di terra. Inoltre, quando capitava che il sogno fosse pi lungo o variasse leggermente, era come se potesse vedere se stesso, come se fosse l accanto e stesse osservando il proprio riflesso: un ragazzino che gioca sulla sponda di un lago ghiacciato. A volte riusciva anche a parlarci. Da Jesse a Jesse. 
Quanto di tutto questo fosse un ricordo e quanto frutto della sua immaginazione non lo sapeva. I suoi ricordi non andavano oltre l'incidente che aveva avuto a tredici anni. Nella sua vita esistevano un Prima e un Dopo quell'incidente. Il Prima era avvolto nell'oscurit, a parte le cose che gli avevano raccontato gli altri all'istituto. Aveva dovuto ricostruire la propria vita pezzo a pezzo, per quanto possibile. Suo padre era un capitano, gli avevano raccontato. Di sua madre invece nessuno sapeva nulla. E comunque non tutto di quello che gli veniva raccontato su di lui gli piaceva. Anzi, di certe cose si vergognava. 
Per un attimo si chiese chi avesse davvero bisogno di chi in quel momento. Isa di lui, o lui di Isa? Le punte dei capelli di lei gli solleticavano la guancia e profumavano di aghi di pino e terra umida, e di tutto ci con cui era venuta in contatto durante la gita di quel giorno. Meno male che Sandra non c'era. Secondo la madre di Isa, i capelli dei bambini dovevano profumare sempre e solo di shampoo, non certo di foresta. Fin dall'adolescenza, che avevano trascorso insieme nell'istituto di Adlershof, Sandra associava la foresta a una prigione. Le citt, invece, significavano libert. Per Jesse era esattamente il contrario. 
Ti sei lavata i denti?. 
Isa non rispose. Il suo respiro era sospettosamente regolare, faceva sempre cos quando fingeva di dormire. 
Ehi, le sussurr Jesse all'orecchio, pizzicandole lievemente un fianco. Sua figlia ridacchi e si gir. Te ne faccio gi passare anche troppe, signorina, questa no. In bagno. A lavarsi i denti. 
Oh, pap! Sono taaanto stanca. 
Certo. Anche io, sbadigli Jesse. 
I denti posso lavarmeli domani. 
Oppure la settimana prossima, eh? 
La settimana prossima sono da mamma. Lei me li fa lavare mille volte. 
A me invece ne bastano tre. Forza!. 
Arrabbiata, Isa scost le coperte e scese dal letto passando sopra Jesse, senza risparmiargli una vivace gomitata. Jesse si volt per proteggere la cicatrice sulla schiena, perci Isa lo colp tra le costole. 
Ahia!, ridacchi lui. Devo accompagnarti? 
No, ribatt Isa. 
Trotterell orgogliosa a piedi nudi sul pavimento, diretta verso il bagno. Un istante dopo, la porta si richiuse sbattendo. 
Jesse emise un sospiro assonnato. Fece scivolare lo sguardo lungo le pareti della stanza, l'unica del nuovo appartamento che avesse gi finito di arredare. La piccola lampada con il paralume girevole proiettava vivaci pesci colorati sulla tappezzeria, che facevano lentamente il giro della stanza. Aveva regalato a Isa quella lampada sei mesi prima, poco dopo la separazione da Sandra, la prima notte che lei aveva passato nel suo nuovo appartamento. Una volta Isa l'aveva svegliato nel cuore della notte. I pesci erano morti. Lui li aveva riportati in vita sostituendo la lampadina. 
Gli occhi di Jesse si chiusero. 
Quando li riapr, sent freddo. Accanto a lui il letto era vuoto. L'appartamento silenzioso. 
Isa?. 
Nessuna risposta. 
Scese dal letto e sent gelare le gambe. Raggiunse di corsa il bagno. Niente luce da sotto la porta. Nessun rumore. 
Quando l'apr, fu accolto da una corrente di aria fredda. Il bagno era buio e vuoto, solo le luci del cortile proiettavano un pallido fascio luminoso attraverso il vetro opaco della finestra. Pass il pollice sullo spazzolino di Isa. Asciutto. 
Un colpo sordo, di legno contro legno, lo fece sussultare. La finestra sbatteva contro il telaio, la maniglia era girata. L'aveva lasciata aperta lui? Di certo non poteva essere stata Isa, non dopo la faccenda del mostro, o qualsiasi cosa avesse visto. 
Jesse tent di mantenere la calma, spalanc la finestra e guard fuori. Il cielo notturno era chiaro e senza nubi, il cortile era grigio e deserto. 
Isa?. 
Silenzio. 
Per quale maledetto motivo la finestra era aperta? Una morsa d'acciaio gli strinse il petto. Jesse si volt, corse lungo il corridoio, spalanc la porta del salotto, accese la luce e sbatt le palpebre. 
Niente Isa. 
Tent di contenere il panico, ma il suo cuore galoppava. 
And in cucina, apr la porta, accese la luce. 
Rimase in piedi sulla soglia e butt fuori l'aria. Un lungo sospiro che spazz via la tensione dal suo corpo e gli fece quasi venire le vertigini per il sollievo. 
Era l. 
Sul pavimento accanto al tavolo, con la schiena contro il termosifone e il mento reclinato sul petto. Aveva qualcosa di marrone all'angolo della bocca. Per terra accanto a lei c'era un barattolo di Nutella aperto e semivuoto, da cui spuntava un cucchiaio. Il petto di Isa si alzava e si abbassava pacifico, seguendo il ritmo del suo respiro. 
Jesse si sedette con cautela accanto a lei, vicino al termosifone caldo. Appoggi le spalle magre e appuntite di lei sull'avambraccio. Le loro sagome riflesse sulla porta a vetri della cucina sembravano una cosa sola. Lui, con i capelli biondi tagliati corti e un principio di stempiatura, gli occhi marroni, la maglietta nera e le ginocchia scoperte, e Isa, con i capelli della sua stessa tonalit di biondo e un identico, inconfondibile vortice. Ancora una volta, Jesse si chiese cosa avesse fatto per meritarsela. Un conto erano le cose che Sandra non gli perdonava, soprattutto la sua assenza, il rinchiudersi in se stesso, l'inquietudine e le decisioni solitarie. Aveva sempre temuto che per Isa potesse essere lo stesso. Che lo avrebbe guardato con gli occhi di Sandra. Di tutte le paure che si portava dietro, questa era la pi grande: forse non se la meritava affatto. 
Jesse sospir. 
Per quanto odiasse le grandi citt, per Isa sarebbe andato a vivere persino a New York. Vista da questa prospettiva, la decisione di Sandra di trasferirsi a Berlino era solo la seconda eventualit peggiore che poteva capitargli. 

2. Garmisch-Partenkirchen - Sabato, 5 gennaio 2013, ore 16,21.
 
Il vento soffiava rabbioso tutto intorno all'ala ovest, come se volesse scagliarsi contro le disgustose vicende che avevano avuto luogo tra quelle mura, pens Artur Messner. S, lui le odiava, quelle mura. E s, ne aveva anche bisogno. Se qualcuno mai gli avesse chiesto che significato dava alla parola casa, avrebbe risposto con quelle due frasi. Ma nessuno gli chiedeva pi nulla. 
A un certo punto sarebbero stati costretti a farlo uscire di l, sulla sua poltrona rossa. Si dimen sulla sedia, avvicinando il pesante pezzo di mobilia alla finestra a bovindo, e rivolse lo sguardo all'esterno, in modo da escludere completamente dall'angolo sinistro del suo campo visivo la stanza in penombra alle sue spalle. Il motivo non era l'arredamento, che trovava orribile. Ma alla sua veneranda et ci si adattava. Un logoro tappeto orientaleggiante, la tappezzeria ondulata per l'umidit, un improvvisato angolo cottura anni Settanta, un minuscolo televisore appoggiato sul frigorifero. 
Niente di tutto ci. Era il pacchetto sul tavolo da pranzo. Era quello che non voleva vedere. Avrebbe voluto buttarlo dalla finestra. 
Una corona di cristalli di neve incorniciava l'ovale affacciato sulle chiome ricurve degli alberi che scendevano fino al lago ghiacciato, il Riessersee. Nei lunghissimi corridoi dell'edificio risuonavano dei richiami a intervalli regolari. Charly era scappata per la terza volta e la stavano ancora cercando febbrilmente. Prima o poi avrebbero dovuto decidersi a informare la polizia, e dalle esperienze precedenti Artur sapeva bene quanto potesse essere sgradevole. 
Artur Messner aveva settantaquattro anni e c'erano molte cose della sua vita passata di cui si pentiva, tra cui sua moglie. Sei anni dopo il matrimonio, durante la tradizionale gara del primo gennaio del Torneo dei Quattro Trampolini di Garmisch, Hannelore lo aveva tradito con uno sciatore canadese. Non era stata la prima volta. Hannelore non era mai riuscita a venire a patti con la vita malinconica, cos l'aveva definita, che Artur le offriva. Due mesi dopo aveva preso ed era partita per il Canada, e non era mai pi tornata. Aveva lasciato ad Artur il figlio, Richard, commentando che tanto era uguale a lui. 
Ma niente addolorava Artur pi del fatto di aver dovuto cedere a Richard la gestione del collegio e istituto di Adlershof, sette anni prima. Se non fosse stato per quei maledetti reumatismi. I quasi trent'anni trascorsi a combattere contro il dolore a colpi di cortisone adesso esigevano il loro tributo: il suo fisico era fragile e delicato. 
E ora era arrivato quel pacchetto. 
Oddio! Continuava a vederselo davanti agli occhi anche senza girarsi, troneggiava sul tavolo e lo fissava. Il suo matrimonio senza amore, l'amara fine della sua carriera da direttore, i dolori che lo accompagnavano costantemente, tutto questo era nulla in confronto a quel pacchetto. 
Continu testardamente a guardare il lago. Il sole stava calando dietro le cime delle montagne del Wetterstein e proiettava un'ombra fredda sempre pi lunga. La neve assunse un colore bluastro, tutto il resto si fece nero. Artur si chiese perch mai non si decidesse a gettare semplicemente via il pacchetto, oppure a seppellirlo da qualche parte laggi, lungo il pendio, nel punto pi lontano che i suoi piedi stanchi gli permettessero di raggiungere. Ma come faceva a seppellirlo se non aveva neanche il coraggio di toccarlo? Quel maledetto pacchetto lo aveva trasformato in qualcuno che non voleva assolutamente essere: un codardo. 
Era arrivato con la posta del mattino. Gliel'aveva portato su Philippa insieme alla colazione, sempre che quelle schifezze dietetiche che gli mettevano nel piatto si potessero davvero chiamare colazione. 
Era avvolto nella carta da pacchi, liscio, marrone e grande quanto una scatola da scarpe. Mentre lo posava sul tavolo al centro della stanza Philippa aveva sorriso, quel suo sorriso che era pi un serrare le labbra sottili, come a voler imitare una gentilezza che giunta all'et di trentanove anni aveva definitivamente perso. 
Ad Artur non piaceva molto Philippa, ma nonostante questo la sua assunzione era una delle poche decisioni prese dal figlio che condivideva. Trovare del personale adeguato per l'istituto era gi abbastanza difficile. E trovare del personale adeguato che non avesse il cuore troppo tenero lo era ancora di pi. 
Quando Philippa era uscita dalla stanza, si era ritrovato di fronte a una scelta: prima il pacchetto o prima la colazione? Se si fosse lasciato guidare dalla curiosit avrebbe aperto il pacchetto. Non ne riceveva quasi mai. Ma aveva deciso di fare prima colazione. Pi tardi, mentre lo apriva, le sue dita avevano tremato visibilmente. Aveva tentato di scacciar via quel tremito, non voleva ammettere di essere agitato. In parte lo era per l'eccitazione, in parte perch quel pacchetto in qualche modo lo inquietava. Non aspettava posta, n regali. Non era esattamente benvoluto dagli ex ospiti del collegio, n da quelli dell'istituto. Con un'ombra di malinconia ripens al Natale e ai compleanni della sua infanzia. Oddio, quando era stata l'ultima volta che qualcuno gli aveva fatto un regalo? 
La carta crepit mentre lo apriva. Il nome del mittente non compariva da nessuna parte, c'era solo il suo, Artur Messner, scritto in lettere squadrate, e il suo indirizzo. Sotto la carta aveva fatto capolino una scatola di cartone. Quando aveva alzato il coperchio, vi aveva trovato un anonimo contenitore Tupperware a chiusura ermetica. Forse era qualcosa da mangiare, aveva pensato Artur. 
Non appena aveva sollevato il coperchio con il pollice era sobbalzato all'indietro per il disgusto. Che fetore terrificante! Per un attimo aveva pensato di buttarlo direttamente nella spazzatura. Ma poi la curiosit l'aveva avuta vinta. 
Aveva tolto il coperchio. 
All'interno c'era la mano mozzata di un uomo, putrefatta e color verde pallido. 
Aveva represso un conato. 
Ma allo stesso tempo non riusciva a distogliere lo sguardo. Sul dorso della mano, piuttosto grossa e segnata dall'et, si vedeva chiaramente una bruciatura a forma di falce. Ad Artur erano salite le lacrime agli occhi, aveva tentato di ricacciarle indietro ma le immagini avevano cominciato a presentarsi una dopo l'altra, fino ad assediarlo. Dimenticava un sacco di cose ogni giorno, ma per tutto ci che riguardava il passato aveva una memoria da elefante. L'ultima volta che aveva incontrato l'uomo cui apparteneva quella mano non era stato piacevole. Aveva respinto Wilbert con freddezza. Per precauzione, avrebbe detto all'epoca. Per paura, in realt, adesso era pronto ad ammetterlo. Se Wilbert fosse stato un compagno di scuola qualunque, forse avrebbe anche potuto dominarsi. Ma qui si parlava di una persona con cui aveva sfrecciato di notte sulla pista da bob Olympia chiusa al pubblico, che correva lungo il lago, e con cui aveva rubato delle moto. Tra loro c'era stato qualcosa di pi del semplice cameratismo. 
Aveva richiuso bruscamente il contenitore. 
In nome di Dio, chi poteva aver fatto una cosa del genere? E perch? 
Aveva trascorso il resto della giornata sulla sua poltrona rossa, immerso nei ricordi e nelle fantasticherie. 
Uno squillo lo fece sussultare. Con le dita rigide afferr il pesante ricevitore in bachelite e si port il telefono all'orecchio. Era contento di possedere ancora quel vecchio apparecchio. I telefoni nuovi non pesavano nulla e avevano troppi tasti, e troppo piccoli. Messner, rispose. 
Artur Messner?. All'altro capo della linea c'era una voce maschile attutita, come se l'interlocutore si stesse coprendo la bocca con della stoffa. Difficile valutare l'et. Trent'anni, forse. O forse anche cinquanta. 
S. Chi parla?. 
Ha ricevuto il pacchetto?. 
La mano di Artur prese a tremare. Premette il ricevitore di bachelite ancora di pi contro l'orecchio. Chi  lei?  stato lei a mandarlo?. Oddio, quanto suonava patetico. Lui, che una volta era stato il direttore. Adesso non era che un vecchio decrepito! Perdere autorit era stato un processo lento e graduale: capire di averla smarrita era stata una presa d'atto improvvisa e dolorosa. 
Allora l'ha ricevuto, constat l'uomo. E l'ha anche aperto. 
Chi  lei? Cosa vuole da me? 
Per adesso voglio soltanto sapere dov' Jesse. 
Jesse?. E per l'amor del cielo, cosa intendeva con per adesso. Cosa vuole da Jesse? 
Mi dica solo dove posso trovarlo. Artur percepiva qualcosa di lontanamente familiare nella voce di quell'uomo, ma non riusciva ad afferrarlo. Il tono era calmo e pacato, in grottesco contrasto con l'orribile contenuto del pacchetto, il che rendeva tutto ancora pi irreale. L'uomo al telefono pareva non ritenere necessario minacciarlo, ed era un pessimo segno. Nell'esperienza di Artur, quello era il tipico atteggiamento di chi ha ancora diverse frecce al proprio arco. 
Non ne ho idea, rispose. Non so dove sia Jesse. 
Misericordia! Una volta era molto pi bravo a mentire. 
Devo prenderlo come un invito? 
Io... ehm, un invito? 
Un invito a venire a parlarne di persona. A volte  pi facile parlare quando ci si guarda negli occhi. Fece una breve pausa. E quando ci si stringe la mano. 
Artur sent lo stomaco contrarsi. Ci si stringe la mano? Aveva detto cos? 
Artur Messner non era mai stato tipo da sacrificarsi per gli altri. Neanche per Jesse. Poco prima della fine della seconda guerra mondiale, quando era ancora un bambino, era stato costretto a guardare un ufficiale delle SS sparare a suo padre e a suo fratello maggiore Werner. Sua madre alla fine aveva rivelato all'ufficiale quello che voleva sapere, e cos aveva salvato la vita a se stessa e ad Artur. 
Io... be', non sono sicuro che l'indirizzo sia ancora quello,  passato molto tempo.... 
Me lo dia e basta.

3. Berlino - Luned, 7 gennaio 2013, ore 06,56. 

Sveglia, principessa!. Jesse teneva la portiera della Volvo aperta. Fece apparire (Dio solo sapeva da dove) un sorriso stanco sulle labbra e accenn un inchino. La regina madre la sta aspettando. 
Isa socchiuse gli occhi e neutralizz il commento scherzoso di Jesse con un'espressione imbronciata. Dal punto di vista dell'affabilit la mattina presto era tutta suo padre, cos sosteneva Sandra. Inoltre quel giorno svegliarsi era stato un processo particolarmente lento e fastidioso. Non bastava che fosse luned. A questo si aggiungevano i crema di nocciole finita, passiamo da mamma e compito in classe di inglese. L'umore di Isa si avvicinava pericolosamente alla temperatura esterna, meno undici sotto zero. Una zona di bassa pressione proveniente dalla Siberia, denominata Adrian, aveva sommerso la Germania sotto un mantello di neve che andava dal Baltico alle Alpi. 
Isa scese svogliatamente dal sedile posteriore, con il bavero della giacca a vento blu scuro rialzato fino alle orecchie. Dal cielo incolore scendevano vorticando piccoli fiocchi di neve, che restavano impigliati nei suoi capelli biondi e lisci come seta. Aveva deciso di mettersi la gonna rossa a quadri. Mentre si infilava la calzamaglia blu a cui aveva tagliato le punte, Jesse le aveva ricordato che era inverno, ma lei aveva risposto che cos le dita dei piedi erano in contatto diretto con la pelliccia interna dei suoi stivali UGG. 
La neve scricchiolava sotto i suoi passi e Jesse si sent sfiorare da una nuvola odorosa di Colgate quando lei gli pass davanti. Invece di lavarsi i denti aveva direttamente mangiato il dentifricio? Rinunci a commentare ad alta voce. Il suo turno all'ambulatorio pediatrico dell'ospedale St Joseph cominciava di l a mezz'ora e non voleva litigare al momento dei saluti. 
Prese la cartella di Isa e la segu fino alla porta di casa. 
Al di sopra del piano terra in mattoni del condominio troneggiavano altri cinque piani di pietra grigia, con le finestre all'antica e alcuni eleganti elementi decorativi. Il cancello nero in stile vittoriano e poi il portone d'ingresso in legno di quercia conferivano all'edificio il fascino di un quartiere londinese dell'upper class, anche se Berlin-Wilmersdorf non aveva nulla a che vedere con Chelsea o Mayfair. Ma era proprio quello l'effetto che aveva colpito Leon Stein, il nuovo compagno di Sandra, quando aveva preso in affitto l'appartamento sulla Hildegardstrasse. Leon aveva lavorato per anni come coreografo nel West End, a Londra, possedeva quell'eleganza dei movimenti atletica e un po' altezzosa tipica delle star della danza, viveva degli ultimi residui del suo patrimonio, e non era quasi mai in casa. 
Isa aveva gi suonato il campanello ed era ferma in piedi davanti alla porta aperta. 
Al terzo piano l'aspettava Sandra, con i capelli biondi legati in una coda, il viso dai tratti delicati e un po' angolosi gi colorito dopo gli esercizi mattutini di danza, seguiti dallo stretching. I suoi occhi azzurri, una volta luminosi e raggianti, adesso erano stanchi e nascondevano sempre un fondo di tristezza. Uno sguardo che Jesse aveva visto mille volte negli occhi dei bambini in istituto. Compresi i suoi. 
Isa abbracci Jesse per salutarlo con tutta la forza che aveva nelle braccia. Ciao, Grande Puffo. Lui sorrise. Come accadeva spesso, anche quel giorno era tutto vestito di blu, stivali compresi. La giacca a vento, con il cappuccio e il bavero rivestito di pelliccia, era blu scuro, la sciarpa e i jeans di una sfumatura appena pi chiara. La prima volta che Isa aveva notato la sua predilezione per il blu aveva quattro anni. Da quel momento in poi, quando lo salutava lo chiamava sempre Grande Puffo. 
Mormorando un Buongiorno, mamma, Isa s'infil nell'appartamento, sistem ordinatamente e con una certa ostentazione gli UGG nel guardaroba e sfrecci sul parquet sbiancato fino alla sua stanza. 
Buongiorno, signorina. Sandra la segu con lo sguardo e poi lanci un'occhiataccia a Jesse. Ovvio. Dita dei piedi scoperte e niente cappello! Jesse poi era sicuro che anche lei avesse sentito l'odore del dentifricio. 
Dimmi un po', cominci Sandra, hai ricevuto il mio messaggio? 
Che messaggio? 
Ah, non fa niente. Aveva una strana sfumatura nella voce. Era agitata? Nervosa? 
Cosa volevi? 
Ma ti capita mai di rispondere al telefono fisso?. 
Jesse fece spallucce. In realt per la maggior parte del tempo teneva il fisso senza suoneria, e considerava la segreteria telefonica una specie di portiere in versione elettronica. Decideva se rispondere solo dopo aver sentito la voce di chi chiamava. Rispondere ai messaggi non era un'abitudine che gli apparteneva e Sandra non glielo perdonava. Perch non chiami sul cellulare?, le chiese. 
Non hai la segreteria.... 
...e io non ho voglia di continuare a telefonare aspettando il momento in cui ti degnerai di rispondere, concluse mentalmente Jesse. Senti, dimmi cosa volevi. 
Come dicevo:  tutto a posto. Ho risolto. 
Segu una breve pausa. Quel suo giochetto di rifiuto e coscienza sporca gli fece il solito effetto, cominci ad arrabbiarsi. 
Alle spalle di Sandra, la testolina di Isa spunt dalla porta della camera dei bambini. Non vieni stasera, pap? 
Stasera?. Jesse spost lo sguardo da Isa a Sandra, confuso. 
La sua non ancora ex moglie si strofin l'indice della mano destra con la sinistra. Lo faceva sempre quando era in imbarazzo. 
Io l'ho ascoltato, il messaggio, ghign Isa, versando benzina sul fuoco a sua insaputa. Sua madre le lanci un'occhiata eloquente da sopra una spalla, e la testa di Isa scomparve in un battibaleno. 
Ti serve una mano?, chiese Jesse. 
Una mano? Che ne diresti di ti serve un po' di sostegno? 
Se ti serve che tenga Isa.... 
Lei esit, oscillando tra rabbia e... gi, e cosa? 
Quando devi uscire? 
Alle sei. 
Qualcosa in contrario se vengo a trovare mia figlia? C' Leon? 
No, rispose una vocetta allegra dalla camera dei bambini.  a Chicago. 
Vorrei andare a vedere un locale che potrei affittare per mettere su una scuola di danza, disse Sandra a malincuore. 
Una scuola di danza. Ecco il grande mistero. Leon ha in programma una tourne mondiale per tirar su i soldi? 
Smettila, disse Sandra in tono piatto. 
Be', finch lui non  qui.... 
Senti chi parla, continu Sandra. Il signor Medici senza Frontiere. 
Non mi pare che tu prenda cos male l'assenza del signor Danza senza Frontiere. 
Sandra sembr sul punto di rispondere qualcosa, ma poi si trattenne, limitandosi a chiudere per un attimo le palpebre. Quando riapr gli occhi, sorrideva. Un sorriso distaccato. E falso come Giuda. Per favore, lascia Leon fuori da questa storia. Non voglio dovermi preoccupare per lui. 
Preoccuparti? Per Leon?. 
Lei lo fiss senza dire una parola. Ricominci a strofinarsi il dito. 
Ti prego, disse Jesse. Non dici mica sul serio?. 
Il suo sguardo fu una risposta sufficiente. Oddio, ma come se ne era uscita? Se  per la storia di Markus, disse Jesse, era una cosa diversa. E tu lo sai bene. 
Non  quello che dice lui. 
A Jesse non sfugg l'uso del presente: dice, non ha detto. Ci hai parlato?. 
Sandra rimase in silenzio. 
Lui sospir e ricacci indietro la rabbia. Immagino tu abbia gi chiesto a Jule se pu venire. 
Jule non pu. Deve lavorare. Ma non fa niente, te l'ho detto. Isa sa cavarsela anche da sola. 
Jesse guard l'ora. Le sei erano un po' presto per lui, ma aveva voglia di rivedere Isa. D'altra parte la combinazione Sandra sulle spine e Jesse in ritardo era particolarmente sgradevole. Arrivo per le sei, sei e dieci al massimo, disse. 
Sandra non parve affatto contenta. 
Giuro, aggiunse lui. 
Okay, disse lei con un sospiro. Ah, senti, sei stato ad Adlershof ultimamente?. 
Jesse la guard con aria sorpresa. No. Come ti viene in mente? 
Cos. 
Allora ci vediamo stasera, disse lui. 
S. A pi tardi. Il suo tono era meno duro adesso. Era uno dei pochi vantaggi della separazione. Le arrabbiature passavano pi in fretta. Le occasioni di litigio erano sempre le stesse, ma loro erano pi cauti l'uno con l'altro. 
La Volvo S60 si mise in moto con un acuto suono elettrico. Quando si erano separati Jesse aveva lasciato la vecchia Volvo-Kombi a Sandra. La S60 l'aveva comprata di corsa il giorno dopo da un rivenditore di auto usate, e dopo poche settimane gi la odiava. Troppo elettronica, troppo sportiva, troppo tutto. L'unica cosa che gli piaceva era l'impianto stereo, soprattutto perch Isa faceva sempre una faccia entusiasta quando l'accendeva. 
Alz il volume e abbass il finestrino. L'aria gelida si rivers nella macchina. Nelle orecchie di Jesse risuonava White Wedding, di Billy Idol. There is nothing fair in this world, baby. There is nothing safe in this world. 
Preoccupata. Per Leon. Che idiozia. 
Singoli fiocchi di neve danzavano davanti ai suoi occhi. Per un attimo gli sembr di vedere Markus, come una specie di immagine proiettata sul parabrezza. La sua figura tarchiata, il cranio squadrato coperto dai capelli scuri con la riga perfetta che non gli si addicevano affatto, cos come la sua raffinatezza di facciata e il suo millantato amore per la danza. I suoi movimenti erano sempre stati legnosi come quelli di un manico di scopa. 
La vecchia cicatrice sulla schiena di Jesse prese di nuovo a prudere, come sempre quando ripensava a Markus e all'incidente. Sempre che si fosse davvero trattato di un incidente. Continuava ad avere serie difficolt a crederlo. 
It's a nice day, to start again... La voce di Billy Idol sal di tono fino a tramutarsi in un urlo. 
Un po' cinico, pens Jesse. Ma quale nuovo inizio, ormai era troppo tardi. Non gli rimaneva altro che alzarsi la mattina e andare al lavoro. Non si era mai sentito cos sradicato come dopo la separazione. 
Un nuovo inizio. 
Un'occasione l'aveva avuta, era stato dopo l'incidente. Amnesia retrograda focale. Staccare la spina, dimenticare tutto e ricominciare da capo. Se un uomo non era altro che le sue esperienze e i suoi ricordi, allora a tredici anni lui era stato cancellato dalla faccia della Terra. Come se il suo intero patrimonio genetico fosse sparito, insieme ad abilit fondamentali come parlare, camminare, contare, andare in bicicletta, o anche la sua incapacit di nuotare bene. Aveva dovuto farsi raccontare da altri chi era stato prima. Aveva dovuto ricostruire se stesso mettendo insieme un pezzo dopo l'altro. E ancora adesso aveva la sensazione di non sapere con esattezza chi fosse questo io. 
Tir su il finestrino. Mise la freccia. Il modo migliore per dimenticarsi di tutto questo era un turno in ambulatorio al St Joseph. O una giornata nei boschi con Isa. 

4. Berlino - Luned, 7 gennaio 2013, ore 15,52.
 
La ragazza aveva qualcosa che non andava, questo era chiaro. La dodicenne Marta se ne stava seduta come una statua di cera nella sala d'aspetto dell'ambulatorio all'ospedale St Joseph. Jule le aveva avvolto la fronte in una fasciatura provvisoria, che le spartiva i capelli scuri in un casco aderente sopra e in lunghe ciocche sotto. 
Jule ne aveva abbastanza. Neanche lei sapeva pi perch si torturava in quel modo. Non che ce l'avesse con i bambini. Erano i genitori. Non le capitava molto spesso di incontrare i padri e le madri faccia a faccia, ma sapeva di che genere di persone si trattava. Bastava guardare i figli. Le loro espressioni quando aprivano la porta dell'istituto per minori e i loro volti quando la sera tornavano a casa. 
I figli, almeno secondo Jule, erano qualcosa che i genitori dovevano guadagnarsi, ma solo pochissimi bambini avevano genitori che la pensavano cos. Sempre pi spesso le capitava di pensare che per alcuni andare a stare in un istituto fosse la soluzione migliore. 
Credimi, lo dici solo perch non ci hai mai vissuto, l'aveva contraddetta Sandra. E di sicuro aveva ragione, sotto certi aspetti. E poi, cosa poteva dire Jule? A differenza di Sandra, lei veniva da una famiglia sana e normale. Almeno all'apparenza. Pap dentista, mamma casalinga. Sua sorella pi grande, Angela, si era sistemata per bene accalappiando anche lei un bel dentista, mentre Benedikt, il fratello maggiore, era agente di polizia ad Amburgo, avviato a fare carriera. A Jule non erano mancate le opportunit di seguire le orme di sua sorella. Solo che una prospettiva del genere l'annoiava profondamente. 
Si riteneva una ragazza di statura media, forse leggermente pi carina della media, con i capelli di un biondo piuttosto comune, portati n lunghi n corti, e di intelligenza media. Tutto in lei si poteva definire medio. Tranne forse gli occhi, di un verde intenso, e la voce profonda che strideva con la sua corporatura gracile. 
Per questo motivo si era impegnata con tutte le sue forze per distinguersi. Dopo la maturit, conseguita a pieni voti, si era data allo studio della musica, poi interrotto per intraprendere una carriera come cantante in una band di discreta fama, con cui aveva girato il Paese in lungo e in largo per due anni. Sesso, droga e rock 'n' roll. A ventidue anni le era parsa una prospettiva eccitante, una specie di ribellione. Due anni dopo quella vita le appariva come una deprimente fuga perenne. I membri della band si trascinavano tutti dietro i loro problemi personali, come una palla al piede. I loro fantasmi. Quelli che uscivano con il buio. 
A un certo punto  andato tutto in malora, rispondeva lei quando le chiedevano perch avesse mollato. Il vero motivo se lo teneva per s. Persino Sandra conosceva soltanto met della storia. 
A quel punto si era buttata a capofitto negli studi, per la gioia dei suoi genitori. Era tornata a vivere nel mondo sano. Certo, studiava psicologia e non odontoiatria, ma andava comunque bene. Meno bene, per i suoi genitori, era il fatto che avesse scelto di lavorare come assistente sociale in un istituto per minori. Solo un paio di settimane prima, la sera della vigilia di Natale, avevano discusso di nuovo per quel motivo. 
Jule l'aveva presa sul personale. Lei stessa dubitava delle sue scelte lavorative, anche se per ragioni diverse da quelle di sua madre. Lei non aveva idea di cosa volesse dire avere a che fare con bambini che in qualche caso se la facevano tutti i giorni nelle mutande, che spesso non avevano nulla da mangiare perch i soldi servivano a comprare cose pi urgenti, oppure che venivano pi o meno visibilmente picchiati. 
La cosa peggiore era che Jule non sapeva con chi prendersela. Le ferite di questi bambini erano talmente profonde da farle perdere ogni speranza. Non c'era modo di curarle. Non riusciva nemmeno a farle smettere di sanguinare. E correva sempre il rischio di annegarci dentro anche lei. 
Sospir e raddrizz un po' la schiena. Tent di sciogliere la smorfia severa che le si stava disegnando sulle labbra. Maledizione, quante volte si era costretta a sorridere quando invece le cose non andavano bene per niente? A casa, a scuola, all'universit, sul palco. Le rughe di espressione intorno alla bocca sarebbero diventate pi profonde di quelle degli occhi. 
L'unica persona di fronte alla quale non si sentiva in obbligo di sorridere era Sandra. Era stata contenta che le avesse telefonato la sera prima, anche se era tardi. Ed era stata contenta anche del loro appuntamento. Domani alle sei, all'Einstein, okay?. 
Tutto a un tratto la voce di Sandra si era fatta seria e pi bassa, come se temesse che qualcuno potesse sentirla. C' una cosa che riguarda Jesse e Garmisch che ti devo raccontare. Ma ti prego, non una parola con lui!, aveva detto Sandra. Come se lei avesse tutte queste occasioni di vedere Jesse. 
Non le parve strano che si trattasse di lui. La vita di Sandra girava intorno a Jesse da anni, anzi da decenni. Jule aveva sempre dovuto sfoderare una grande pazienza quando si toccava l'argomento. Ma questa volta era diverso, non era il solito Jesse qui, Jesse l. A quanto pareva si trattava di una vecchia storia dei tempi dell'istituto, e Sandra le era sembrata turbata, seriamente turbata. 
A volte Jule si ritrovava a invidiare a Sandra la sua infanzia in istituto. Sandra aveva il diritto di sentirsi persa. Lei invece no. Non era il caso di sentirsi persi, quando i problemi della vita erano, tutto sommato, nella media. 
Jule lanci un'occhiata all'orologio. Mancavano due ore alle sei. Di questo passo sarebbe arrivata in ritardo. Lo schienale della sua sedia di plastica scricchiol. L'efficiente sistema di illuminazione del St Joseph faceva sparire tutte le ombre, comprese quelle sul viso di Marta. 
Jule nel frattempo si era quasi convinta che la ragazzina vivesse per strada. Era da poco che veniva all'istituto. Quel giorno era arrivata con una guancia gonfia e un fazzoletto intriso di sangue premuto sulla fronte, sopra il sopracciglio sinistro. Sotto il fazzoletto c'era una ferita aperta. 
Quando Jule aveva tentato di contattare i genitori di Marta, era saltato fuori che sia il suo indirizzo, sia il suo numero di telefono erano inesistenti. E magari Marta non si chiamava neanche Marta. All'accettazione del St Joseph, per, Jule l'aveva registrata con quel nome e il relativo indirizzo per risparmiarsi tutta una serie di evitabili seccature. 
Erano finite proprio nell'ambulatorio dove lavorava Jesse. Incontrare Jesse era l'ultima cosa che Jule voleva, ma il St Joseph era l'ospedale pi vicino e comunque le condizioni del meteo e del traffico non le avevano lasciato scelta. Magari, con un po' di fortuna, sarebbe stato un altro medico a visitare Marta. 
Jule si ritrov di nuovo a pensare a Sandra e a Isa. Sulle sue labbra apparve un sorriso. Andava pazza per quella bambina e le sarebbe piaciuto tantissimo farle da madrina. Portava ancora rancore a Jesse per averglielo impedito. 
Ancora una volta riflett che forse non avrebbe scelto di lavorare in un istituto per minori se avesse avuto figli. Era un lavoro stressante e per una psicologa, ragionando in termini economici, per niente redditizio. Lei per non aveva figli. L'unica persona di cui era responsabile era se stessa. 
Raddrizz di nuovo la schiena, stir il collo e tent di ignorare la vescica piena. Ogni tanto sorrideva a Marta per rinfrancarla, anche se lei non lo notava mai. 
Marta? Tutto a posto? 
Mmm. 
Un'infermiera pass camminando in fretta davanti a loro e Jule colse al volo l'opportunit. Scusi, sa per caso quanto...? 
Un quarto d'ora, rispose l'infermiera, senza neanche voltarsi. 
Aveva tempo a sufficienza per andare velocemente in bagno, decret Jule. La bambina si rifiutava di accompagnarla, perci si alz da sola. Rivolse un ultimo sguardo preoccupato a Marta, o comunque si chiamasse quella ragazzina avvolta in un cappotto rosso troppo leggero. Mentre raggiungeva il bagno incroci un dottore, che sembrava andare di fretta tanto quanto l'infermiera. Aveva la mascherina e la cuffia da sala operatoria, i suoi occhi erano come incorniciati nella visiera di un casco. I loro sguardi si intrecciarono per un istante. Le iridi di lui avevano dei riflessi ambrati. Jule non era sicura che fosse Jesse. In ogni caso lui non parve riconoscerla. 
Se Jesse era in servizio ed era stato chiamato d'urgenza in sala operatoria, allora molto probabilmente non lo avrebbe incontrato, a meno che la loro attesa non si fosse prolungata. D'altro canto, le emergenze avevano la precedenza. 

5. Berlino - Luned, 7 gennaio 2013, ore 16,19. 

Con un semplice clic del mouse, Jesse fece sparire le due ossa bianche dallo schermo. Avanti il prossimo. In ambulatorio i ritmi erano sempre elevati, ma a differenza della maggior parte dei suoi colleghi, la cosa non lo stressava. Gli piaceva spostare l'attenzione da un paziente all'altro, erano tutti casi di emergenza, ognuno a suo modo. Non gli era mai passato per la testa di aprire uno studio medico pediatrico, o di ambire a un posto da primario. Aprire uno studio in proprio avrebbe significato dover assumere delle infermiere e familiarizzare con il sistema delle detrazioni fiscali della mutua, mentre per quanto riguardava l'idea di diventare primario, non credeva di avere l'equilibrio necessario. Non avrebbe resistito a lungo. Soprattutto quando le scartoffie rischiavano di portargli via pi tempo dei pazienti. 
Jesse?. 
Il dottor Rahul Taneja, il suo collega indiano, era in piedi sulla porta che divideva le due stanze per le visite. I suoi occhi marrone scuro erano cerchiati da occhiaie altrettanto scure. Devo fare una risonanza, mi serve la Due, possiamo fare cambio? 
Certo. Jesse scolleg il suo account dal computer, prese le chiavi e le cartelle dei pazienti e tir fuori la sua borsa da sotto il tavolo con una foga tale che il cuoio sfreg violentemente contro la base metallica dotata di ruote del suo sgabello. Un'altra cicatrice. Ma a Jesse piacevano tutte quelle che c'erano sulla borsa, una per una. La portava sempre con s, anche quando non gli serviva, per esempio in clinica. Per lui significava avere sempre un appiglio, ogni scalfittura era come una pagina di diario. Era bello legare i ricordi a qualcosa di materiale. Qualcosa che impediva loro di essere cancellati. 
Cambio al volo. Il dottor Rahul Taneja fece entrare nella stanza un ragazzino di circa sei anni con il volto pallido come cera. La madre li seguiva con un'espressione inquieta e diffidente. Jesse annu a entrambi con aria amichevole mentre gli passava davanti per andare nella Uno. Gett le chiavi accanto alla tastiera del computer, il metallo tintinn sul piano rivestito in plastica della scrivania. Il portachiavi, un piccolo leone di pezza che gli aveva regalato Isa, ricadde sul dorso. La sua borsa fin nel posto consueto, sotto il tavolo a destra. Lo stomaco di Jesse brontol, sembr quasi che fosse il leone di pezza a ruggire. 
Ignorando la fame, prese la prima cartella, la sfogli in cerca del nome e dell'anamnesi, poi oltrepass la porta scorrevole e usc in corridoio, e di l nella sala d'attesa. Quattordici paia di occhi si appuntarono su di lui, compresi quelli di Jule. L'aveva gi notata durante una delle chiamate precedenti, ma non era sicuro che lei avesse risposto al rapido cenno che le aveva rivolto. Portava i capelli biondi legati in alto. Il suo volto, che di solito pareva disegnato con una matita dal tratto fine, femminile e con le sopracciglia lievemente arcuate, adesso appariva teso. 
Marta Wilhelm?, chiam Jesse. 
Jule si alz con un po' di esitazione. Sul suo viso Jesse lesse lo stesso disagio che provava lui. Identico. Ma perch diavolo era venuta proprio l? Lo sapeva che lui ci lavorava. Fiss la ragazzina che si era alzata insieme a Jule e automaticamente il dottore che era in lui assunse il controllo della situazione. Sulla soglia della pubert, magra, aria affamata, trascurata, carnagione pallida, un ematoma recente sullo zigomo sinistro e un bendaggio sopra l'occhio. Sotto doveva esserci la ferita cui si accennava nell'anamnesi. Era evidente che qualcuno l'aveva picchiata. Lo sguardo della ragazzina era fisso sul pavimento, come per proteggersi dagli incalcolabili rischi che potevano nascondersi nel mondo al di sopra del linoleum dell'ospedale. 
Jesse sospir mentalmente. 
Era per casi come questo che aveva scelto quel lavoro. Ed erano sempre i casi come questo che a volte glielo facevano odiare. O meglio: odiava essere impotente. Era sempre assalito dalla sensazione di dover fare qualcosa. Qualcosa di pi che mettere i punti a una ferita. Ma il pi delle volte tutto quello che poteva fare era informare i servizi sociali quando aveva qualche sospetto. Dentro di s ringrazi Sandra per aver impedito che Isa finisse mai nelle condizioni di quella ragazza. Ciao, Marta. Io sono Jesse. Jesse Berg. Indic il lettino al centro della stanza. Accomodati. 
Jesse le aveva parlato con calma e a bassa voce, ma la ragazzina aveva sussultato. Pareva curiosamente sorpresa, come se tanti pensieri le frullassero all'improvviso nella testa. Raggiunse il lettino come in trance. 
Ci conosciamo?, le chiese Jesse. 
La ragazzina parve riprendersi e scosse subito la testa. 
Okay. Vuoi raccontarmi cosa ti  successo?. 
Le labbra di Marta rimasero ferme l'una sull'altra. 
Ha avuto un incidente, spieg Jule. Bisogna dare un'occhiata alla ferita. 
Che incidente?, chiese Jesse.  successo all'istituto dove lavori?. 
Jule esit e parve riflettere per un attimo. No. 
Okay. E come  successo?. Spost lo sguardo da Jule a Marta, poi di nuovo a Jule. 
Silenzio. Solo il ronzio della fredda lampada al neon sul soffitto. 
Be', fammi un po' vedere. Cominci a svolgere la fasciatura con delicatezza, mentre la ragazzina restava ferma immobile sul lettino, le ginocchia bloccate ad angolo retto. Solo i suoi occhi vagavano per la stanza, come se cercassero una via di fuga. La ferita sul sopracciglio era relativamente fresca, forse di quella mattina, lunga un paio di centimetri e con le labbra separate. 
Non ti preoccupare Marta. Adesso la sistemiamo, le bisbigli con un sorriso rassicurante. Ma prima di tutto assicuriamoci che non ti faccia pi male. And allo scaffale e riemp una siringa con due millilitri di mepivacaina, dando le spalle a Marta in modo che non vedesse l'ago. 
La puoi chiudere con una fasciatura o devi...?. Si ritrov Jule accanto, in piedi. Aveva parlato a bassa voce, evitando di pronunciare le parole mettere i punti. 
Credo che baster una fasciatura. 
Lo sguardo di Jule si pos sulla siringa. Si affrett a spostarsi di lato. Senza dire nulla, Jesse tolse l'ago. La cannula di plastica era pi che sufficiente per iniettare l'anestetico locale nella ferita. Non ti preoccupare Marta, disse poco prima di voltarsi e rimanere senza parole. Marta era in piedi al centro della stanza e lo fissava. 
Marta. Va tutto bene?. 
Lei annu, con singolare rapidit. 
Se ti stendi ti metto un po' di anestetico sulla ferita, cos non ti far pi male. Okay?. 
Marta non si mosse. Il suo sguardo vol alla porta, poi torn a posarsi su Jesse. Era tesa come una corda di violino. Teneva le mani sprofondate nelle tasche del cappotto. 
Jesse si sforz di assumere una postura difensiva e tranquillizzante, lasci cadere le braccia lungo il corpo, sorrise e rimase fermo dov'era. Non fa male. Due minuti e.... 
Di colpo Marta parve sul punto di esplodere. Tir fuori di scatto le mani dalle tasche, si precipit alla porta e un attimo dopo era scomparsa nel corridoio. 
Marta!, la chiam Jule. 
Dal corridoio arrivava il rumore delle suole di gomma che battevano sul pavimento, poi un urlo di sorpresa e un tintinnio di strumenti di metallo che cadevano a terra. Jesse raggiunse la porta ancora prima di Jule e corse lungo il corridoio, passando davanti all'infermiera Irina che se ne stava in piedi a bocca aperta e si teneva un braccio. Per terra erano sparpagliati diversi strumenti argentati. Dov' andata?, grid Jesse. 
Ah... in sala d'attesa. 
Jess oltrepass di corsa la porta aperta. Nessuna traccia di Marta. Il camice da medico gli sbatteva contro le gambe. I pazienti lo fissavano sbalorditi. Dal gabbiotto dell'accettazione Frank Reutlein si affacci incuriosito. 
Hai visto una ragazzina?, gli chiese Jesse passando di corsa. Capelli scuri, una ferita sulla fronte? 
...  uscita, credo, gli grid dietro Reutlein. Sulla porta trov ad accoglierlo l'aria gelida e tagliente. Era gi buio. Dal cielo nero come pece i fiocchi di neve scendevano ondeggiando illuminati dalla luce dei lampioni e lungo il marciapiede si delineavano delle piste che tagliavano il manto nevoso. Marta non si vedeva da nessuna parte. 
Dov'?. Jule spunt fuori accanto a lui, dalla bocca le usc una nuvoletta di vapore. 
Jesse alz le braccia perplesso. 
Jule gli pass rapidamente davanti e sal su un cumulo di neve tra due auto parcheggiate sulla Wsthoffstrasse, una stradina a senso unico, guard in tutte le direzioni, poi ritorn da Jesse. Fantastico, brontol. Davvero fantastico. Ma non potevi prendere una cannula invece della siringa? 
Credi che sia scappata via per la siringa?. 
Jule si scost qualche ciocca di capelli dal viso. La sua acconciatura raccolta era prossima a cedere. Non lo so, ammise. 
Non c'era neanche l'ago, sottoline Jesse. 
Forse sarebbe stato meglio chiamare una collega. 
Jesse sapeva cosa sottintendeva Jule. Di solito ferite come quelle di Marta erano causate dalle botte, per lo pi ricevute da uomini. La mia collega  malata. Altrimenti sarei andato a chiamarla. 
Be', qualsiasi cosa sia accaduta, sei stato tu a spaventarla. 
Quell'accusa lo fece arrabbiare. 
Mi sembra di sentir parlare Sandra.  farina del suo sacco o del tuo? 
Scusa? 
 ancora Sandra che ti racconta le terribili storie del vecchio Jesse, o sei tu che l'hai convinta ad avere paura di me? Proprio stamattina ha persino accennato al fatto che  preoccupata per Leon. A causa mia!? Che idiozia. 
La rassegnazione sul volto di Jule lasci il posto a un'espressione pi severa, dura. Come ti pare. Ovviamente  tutta una congiura contro di te, disse. Sai qual  il termine medico per descrivere le persone che proiettano i loro problemi sugli altri? Transfert. 
Jesse si morse il labbro. Si stava infilando in un litigio non necessario che andava a toccare vecchi nervi molto sensibili, e non aveva nessun interesse a lasciare che accadesse. Doveva tornare in ambulatorio. E poi stava congelando solo con il camice, e sulle sue ciabatte da ospedale si stava accumulando la neve. 
E adesso che facciamo?, chiese Jule. Probabilmente anche lei era giunta alla sua stessa conclusione. 
Faccio chiamare Marta in accettazione. Magari  ancora dentro l'ospedale. Non c' molto altro che possiamo fare. 
Jule fiss l'ingresso della clinica, pensierosa. Per strada regnava uno strano silenzio, la neve soffocava i rumori della citt. Dal pronto soccorso giunse il suono di una sirena. Sul tetto piatto del St Joseph si depositavano fiocchi di neve bluastri. Non  nell'ospedale, disse Jule. 
E come lo sai? 
I bambini come Marta quando scappano non si nascondono appena girato l'angolo. Cercano di mettere la maggiore distanza possibile tra se stessi e ci di cui hanno paura. 
I bambini come Marta. O come me, pens Jesse. Per un breve istante fu sopraffatto dal desiderio infantile che Jule riservasse a lui la stessa comprensione che aveva per Marta. 
Magari  tornata all'istituto, disse lei. Vado a cercarla l. 
Il commiato di Jule fu ancora pi freddo del suo saluto iniziale. Chiuse meglio il cappotto, calz il berretto di lana e si incammin lungo Wsthoffstrasse in direzione dell'istituto. 
Jesse lanci un'occhiata al cielo. Cupo, con qualche puntolino bianco. Mise da parte la sua preoccupazione per Marta. In sala d'attesa c'erano altri pazienti, che non avevano intenzione di scappare. Il suo orologio da polso, un modello classico, automatico e con il quadrante nero, che Artur gli aveva regalato per il suo compleanno, segnava le cinque meno venti. La lancetta lunga si stava portando via rapidamente secondi preziosi. Alle sei voleva essere da Isa. Se non si fosse dato seriamente una mossa, sarebbe arrivato in ritardo. 
Rientrando in laboratorio, non riusc a togliersi dalla testa lo strano sguardo di Marta. Non era la siringa che guardava con terrore. Era lui. Per quanto gli dispiacesse ammetterlo, Jule aveva ragione. Era stato lui a spaventare Marta. 
Sedici minuti dopo la sua uscita precipitosa dall'ambulatorio, Jesse era di nuovo al proprio posto. La borsa da medico era nascosta come al solito sotto la scrivania. Le chiavi erano ancora accanto alla tastiera. Solo il leoncino di pezza non era pi sdraiato sul dorso, ma sulla pancia, e fissava il rivestimento antimacchia del tavolo. 

6. Berlino - Luned, 7 gennaio 2013, ore 18,13. 

Jesse infil la chiave nella serratura dell'armadietto e lanci un'occhiata preoccupata fuori dalla finestra. Apr lo sportello grigio topo e il leone di pezza appeso all'anello portachiavi prese a dondolare con energia. Jesse aveva gi tredici minuti di ritardo, e ne avrebbe collezionati altri. Adrian, l'episodio climatico di accumulo di bassa pressione, stava mostrando gli artigli. I fiocchi di neve bianchi cadevano sempre pi fitti. A Adlershof, quando c'erano giornate come quella la neve si ammucchiava davanti alla porta della cucina, sul retro, fino a diventare una muraglia. 
Jesse allung la mano per prendere i suoi stivali Caterpillar, un gesto automatico che avrebbe potuto fare anche in dormiveglia, ma la sua mano si chiuse nel vuoto. 
Si blocc, confuso. 
L'armadietto era vuoto. Al di l dello sportello spalancato c'erano solo due appendini di fil di ferro che dondolavano dalla sbarra di metallo. La sua giacca blu scuro, la sciarpa e gli stivali erano spariti. Tutto ci che restava delle sue scarpe era un'impronta lasciata dalla sporcizia sul fondo dell'armadietto. 
Era quasi troppo sbalordito per arrabbiarsi. Ma a chi poteva venire in mente di rubare vestiti nello spogliatoio di un ospedale? E come avevano fatto ad aprire lo sportello? La serratura sembrava intatta. Il suo sguardo si pos sul leoncino e Jesse si irrigid. Adesso che ci pensava, aveva visto Marta in piedi proprio davanti alla sua scrivania, con gli occhi spalancati e le mani sprofondate nelle tasche del cappottino rosso. Maledizione! Era stata lei a prendere le chiavi mentre lui preparava la siringa? Avrebbe avuto tutto il tempo necessario per svaligiare il suo armadietto mentre lui e Jule la cercavano per strada. Ma a che le servivano i suoi vestiti? Imprec di nuovo, realizzando di aver lasciato il portafogli nella giacca. Carta d'identit, patente, bancomat e carta di credito, tutta roba che era una scocciatura dover richiedere di nuovo. Per non parlare dei soldi. 
Jesse consider l'idea di chiamare la polizia, ma poi lasci perdere. Aveva la cartella clinica di Marta, su cui erano segnati indirizzo e dati personali. Guard di nuovo l'orologio, alimentando il suo senso di colpa. Le sei e venti. Isa lo stava aspettando e Sandra... be', meglio non pensarci. Avrebbe dovuto sbrigare la faccenda dall'appartamento di Sandra. Pesc il cellulare dalla tasca del camice e compose il numero fisso. Salve, rispose la voce nasale di Leon , la famiglia Stein  fuori a ballare. Lasciate un messaggio e vi richiameremo. 
La famiglia Stein. A ballare. Era gi abbastanza che quel tipo assurdo dormisse con Sandra. Doveva per forza imporre il suo nome a tutta la famiglia? Jesse compose il numero di cellulare di Sandra con gesti rabbiosi, lei per non rispose. Restava il numero di Isa. Di recente aveva ricevuto in regalo da Leon un iPhone, un chiaro tentativo di corruzione, e particolarmente disgustoso, visto che Jesse aveva regalato a Isa un iPod un paio di mesi prima. 
Neanche Isa rispose. 
Il portafogli avrebbe dovuto aspettare. Doveva prima accertarsi che Isa stesse bene. 
Il cigolio delle sue ciabatte risuon tra le pareti di cemento del parcheggio sotterraneo. Mise la borsa nel bagagliaio, tra due casse di bibite vuote e una cassetta degli attrezzi che ancora non aveva neanche un graffio. Se l'era fatta prestare da uno dei suoi colleghi per il trasloco e non gliel'aveva ancora restituita. Adrian lo accolse con un turbine di neve e una visuale pessima. Per la maggior parte del tempo fu costretto ad avanzare in prima o in seconda, maledicendo le sue gomme estive e il rivenditore d'auto. 
Riusc a raggiungere il vialetto di casa di Sandra quasi alle otto meno venti, con un'ora e mezza buona di ritardo. Grossi cristalli di neve gli si posarono sul viso, uno gli si sciolse sulle labbra. Nel tragitto fino al portone le ciabatte gli si riempirono di neve. I piedi tenuti al caldo dall'aria condizionata della macchina diventarono freddi e umidi in un istante. 
Suon il campanello e aspett di sentire il familiare ronzio dell'apriporta, oppure la voce di Isa al citofono. Invece il silenzio rimase tale, fatta eccezione per il sibilo della neve che cadeva e i rumori lontani e attutiti del traffico. Suon di nuovo, questa volta pi a lungo, poi a intermittenza. Se Isa aveva l'iPod nelle orecchie non avrebbe sentito nemmeno i fuochi d'artificio di capodanno. Un ragazzo con un berretto di lana calato sulla fronte e il naso aquilino spunt allegro nell'ingresso. Squadr Jesse perplesso, poi not il camice con il logo dell'ospedale e lo fece entrare. 
A un serial killer basterebbe procurarsi un camice da medico, pens Jesse... 
Sal le scale due gradini alla volta, come sempre. Sent il campanello della porta risuonare dentro casa, ma nessuno gli apr. Buss energicamente. Finalmente al rumore dei suoi colpi si aggiunse il clic della serratura. La porta ruot sui cardini, lasciando aperta una fessura. Nell'appartamento era buio pesto. 
Isa?. 
La voce di Jesse risuon nella tromba delle scale. Con l'indice tir su la levetta della serratura. Si ripromise di parlarne a Isa. Anche quando stava da lui ogni tanto lasciava la levetta del meccanismo di chiusura alzata, in modo da non aver bisogno di quelle stupide chiavi e poter aprire la porta semplicemente spingendola. 
Ehi? Isa? Ci sei?. Jesse entr in casa e accese le luci. Tutte le porte che davano sul corridoio dritto come un fuso erano chiuse, tranne quella del salotto in fondo. Nel guardaroba, sotto i cappotti di Sandra, c'era una fila di scarpe, sulla credenza a destra una ciotola per le chiavi e un mucchietto di lettere. 
Dalla stanza dei bambini proveniva una musica, un suono attutito, appena riconoscibile. 
Jesse non pot evitare di sorridere e di immaginare la scena: occhi chiusi, cuffie sulle orecchie arrossate e mento che faceva su e gi, senza coscienza del mondo intorno. Be', meglio che starsene a fissare il muro, molto meglio. Poi sent l'odore. Un odore che conosceva e che di sicuro non apparteneva a quel luogo. 
No, doveva essersi sbagliato. 
Jesse fiss la porta del salotto alla fine del corridoio. Lo schienale del divano beige di alcantara, che Sandra aveva piazzato al centro, spiccava contro il buio della stanza. Sullo schermo del televisore in HD nuovo di zecca montato a parete si rispecchiava il riflesso chiaro del corridoio, con lui in mezzo. Era dal salotto che arrivava quell'odore? 
La moquette color sabbia attut il suono dei suoi passi. Sulla destra, tra la credenza e la porta della cucina, c'era una fila di sei interruttori. Da l si potevano accendere tutte le luci. Leon andava pazzo per quel genere di cose. Jesse premette il primo interruttore e accese la luce del salotto, calda e soffusa. Una luce rilassante, scelta da Sandra. Alle sue spalle, dalla stanza dei bambini sulla sinistra, continuava a provenire la musica sommessa. 
L'odore arrivava senza dubbio dal salotto. Adesso era pi forte. E inconfondibile. 
Jesse esit. All'improvviso sent i piedi pesanti come piombo. Nella sua testa una voce urlava per avvertirlo del pericolo. La porta del salotto era aperta e lo invitava a entrare. Lo schienale del divano gli impediva di vedere parte del pavimento, ma sotto al televisore appeso alla parete si scorgevano le gambe rovesciate del tavolino basso. Sul tappeto flokati scintillavano schegge di vetro illuminate dal faretto sul soffitto. Jesse sent una vampata di calore e un'ondata di freddo nello stesso istante. Si costrinse ad avvicinarsi. Il tappeto era disseminato di macchie. E le macchie spiegavano l'odore. 
Ancora un passo e fu dentro la stanza. 
Il tappeto era una sagoma bianca dai contorni netti. Dietro il divano c'era Sandra. Indossava dei pantaloni chiari di cotone con la piega e una giacca abbinata, e sotto una camicia color champagne. La seta era cosparsa di macchie di sangue che si allargavano fino a unirsi. La manica destra della giacca era strappata, letteralmente a pezzi, e la mano e il braccio erano lacerati da ferite da taglio. Gli occhi di Sandra erano rivolti all'incirca verso Jesse, e fissavano il vuoto. 
Per un attimo lui pens che lo stesse guardando, che fosse solo ferita e l'avesse aspettato. Proprio come poco prima aveva pensato che quell'odore non c'entrasse nulla con quella casa, che fosse frutto della sua immaginazione. 
Invece era reale. Gli si insinu nel naso e nella mente, fino a mozzargli il respiro. 
Strinse le mani sullo schienale del divano. Un'immagine raccapricciante gli balen nella mente, un rettangolo luminoso, una donna e una serie di macchie scure. Gli sembr di aver gi vissuto quella scena. Fu sopraffatto dalla nausea, gli cedettero le gambe e dovette aggrapparsi ancora pi saldamente al divano. 
Isa?. 
Nessuna risposta. 
Le finestre e la porta a vetri del balcone sulla destra erano chiuse. I fiocchi di neve continuavano a cadere nel cortile e in mezzo a loro Jesse vide la propria immagine pallida, riflessa nei doppi vetri. 
Isa!. 
Di colpo le gambe gli ubbidirono di nuovo. Si precipit nel corridoio e spalanc la porta della camera dei bambini cos forte da farla sbattere contro la parete e rimbalzare all'indietro. La stanza era vuota. La musica prima flebile adesso era pi alta e continuava imperturbabile a suonare. 
La coperta verde di Isa era tutta accartocciata e sulla parete sopra il letto c'era scritto qualcosa, in lettere grandi e imprecise, tracciate con un pastello: NON TE LA MERITAVI.

7. Berlino - Luned, 7 gennaio 2013, ore 19,53. 

Quella frase lo colp come un pugno. O come il rintocco stonato di una campana. 
Isa?. 
Nessuna risposta. Solo la musica, simile al sussurro di un fantasma. Jesse strapp via la coperta dalle lenzuola e l'agit in aria per spiegarla, come se Isa potesse nascondersi l dentro, come se si aspettasse di vederla rotolare fuori. Sotto il cuscino trov l'iPod, lo schermo touch cosparso di impronte delle sue dita. Il filo degli auricolari era tutto arrotolato, probabilmente era stato infilato di fretta sotto il cuscino. Jesse lo stacc dall'apparecchio e la musica ammutol. Il silenzio fu ancora pi agghiacciante della melodia sommessa. 
Isabelle?. 
Sollev il materasso, guard sotto al letto e apr l'armadio. Di colpo, l'odore di Isa riemp l'aria. Scost le stampelle, sperando di vedere il suo visetto che lo fissava, sperando che si fosse solo nascosta, chiss da chi o da cosa. Ma tutto quello che vide fu la parete di fondo dell'armadio. Pass di stanza in stanza, frug nell'armadio di Sandra, guard nella vasca da bagno, nel cesto dei panni sporchi. Quando Isa era pi piccola, a Esslingen, avevano giocato spesso a nascondino, e mentre ispezionava ogni anfratto che gli capitava a tiro, Jesse continuava a sperare di sentire il suo risolino arrivare da dietro l'angolo, come allora, quando l'eccitazione del gioco le rendeva impossibile restare zitta. 
Invano. 
Il suo sguardo si pos sulla porta dell'unica stanza in cui non aveva ancora cercato: il salotto, dove c'era Sandra. Sent un nodo in gola. Prov l'impulso di chiudere gli occhi per non rivedere Sandra. Ma non sarebbe servito. Doveva essere presente a se stesso. 
Rientr nel salotto. Isa? Isa, se ci sei, ti prego, vieni fuori. Jesse non era religioso, l'ultima volta che era stato a una funzione risaliva ai tempi dell'istituto, decenni prima, con un sacerdote cattolico che era solito tirare pigne addosso ai ragazzi. Adesso avrebbe voluto pregare, solo che non sapeva chi. Sono io, Isa. Non devi avere paura. 
Le tende frusciarono quando le sollev, per poi farle ricadere. Apr la portafinestra del balcone. Fuori la neve era fresca, e il gelo tagliente. 
Richiuse la porta meccanicamente, tentando di sfuggire al dolore che sentiva diffondersi dentro di s. Si inginocchi di fronte a Sandra e si costrinse a guardarla, a sopportare il suo sguardo vuoto di rimando. Nella sua mente si form l'immagine di un telo marrone, cos reale che poteva quasi toccarla, anche se non capiva da dove provenisse. In nessuna delle sue missioni con Medici senza Frontiere, n a Haiti, n nel Darfur, in Sudan, avevano mai avuto a disposizione teli marroni per coprire i cadaveri. E durante gli spostamenti con il suo team gli era capitato di vedere solo terra smossa e tombe basse lungo le strade. La polvere era l'unico lenzuolo che copriva tutto quanto. Ma l non era in missione con Medici senza Frontiere. Non era in un Paese straniero. 
Era a Berlino. Era Sandra. 
Sapeva che era inutile, ma le tast comunque il polso. Non sentire alcun battito fu un ulteriore shock. Si sforz di calmarsi, di riprendere almeno un minimo di controllo. La pelle di Sandra era fresca, constat il medico che era in lui, ma non fredda. 
Non doveva essere morta da molto. Se fosse stato puntuale, forse sarebbe stata ancora viva e Isa l con loro. 
Pass le dita tremanti sopra le palpebre di Sandra e le chiuse gli occhi. Poi fu sommerso da un'ondata di ricordi. Sandra a tredici anni, a Adlershof, che gli faceva le boccacce e lo prendeva in giro. Era gi dopo l'incidente e Jesse non aveva idea di cosa le avesse fatto in passato, nel Prima, per farla comportare cos. Poi, un anno dopo, quattordici anni, il suo sguardo esitante, come se non riuscisse a credere che davvero le piacesse lui. Il loro primo bacio nella rimessa degli sci, e poi Sandra arrabbiata, intransigente, e Sandra che sorrideva e lo perdonava ogni volta. Il suo viso quando era nata Isa, prima contratto dal dolore, poi rilassato e umido di lacrime di gioia. Sandra faceva parte della sua vita praticamente da sempre. Anche nel Prima. Quella parte della sua vita gli era cos estranea che quasi gli sembrava di comprendere l'iniziale avversione di Sandra nei suoi confronti. Nel Prima era stato qualcun altro. Qualcuno che non riusciva a capire e di cui in segreto si era sempre vergognato. 
Lei per lo aveva scelto lo stesso, l'aveva sposato e gli aveva donato Isa. 
Isa, che adesso era sparita. 
Gli torn in mente l'iPod. Il suo iPhone invece dov'era? Tir immediatamente fuori il cellulare dalla tasca del camice. Perch non ci aveva pensato prima? Cerc il numero con le dita tremanti e avvi la chiamata. Forse il tentativo di corruzione di Leon poteva tornare utile in qualche modo. Tese l'orecchio per sentire se il telefono squillasse in qualche stanza. Ma l'unico suono era quello della linea libera. Poi di colpo si interruppe. Jesse sent frusciare e sibilare. Il suo cuore perse un battito. 
Pap?. La voce di Isa era poco pi di un sussurro. 
Isa! Dove sei tesoro? Stai bene? 
Pap, sssh! Devi fare piano. Lui.... Segu un istante di frastuono. Poi Isa grid. 
Isa! Che succede? Mi senti?. 
Ma l'unica risposta che arriv dal cellulare fu un fruscio. Pronto? Mi senti? Tutto okay?. 
Un clic, poi un rumore sempre pi forte, un tonfo attutito e infine di nuovo silenzio. Era la portiera di una macchina quella che aveva sentito? Isa? Di' qualcosa!. 
Altri fruscii, poi cadde la linea. 
Jesse fiss il cellulare nella sua mano, compose di nuovo il numero, ascolt in preda all'angoscia il telefono che squillava a vuoto, finch dopo un po' la chiamata fu interrotta automaticamente. 
Lasci cadere a terra il telefono. Nella sua testa regnava il vuoto pi assoluto. Meglio non pensare. Neanche un solo pensiero! Perch i pensieri che avrebbe potuto formulare in quel momento erano tutti ugualmente orribili. 
La suoneria del suo cellulare lo riscosse dal torpore. Le mani presero a tremargli quando lesse il nome di Isa sullo schermo e mentre si portava il telefono all'orecchio. Isa? Stai bene? Cosa  successo? 
Io... io devo dirti.... Isa si interruppe e singhiozz. Per un attimo Jesse dimentic di respirare. In sottofondo si sentiva ancora il fruscio di prima, poi ogni tanto il clacson di un'auto che passava. Ma certo! Era in macchina da qualche parte, forse sull'autostrada. 
Non devi..., riprese Isa con voce tremante, non devi chiamare la polizia e non devi cercarmi. 
Non devo... cosa? 
Pap, non puoi parlare con la polizia, okay? 
Isa? Chi te lo ha detto? Chi ti ha detto che non devo parlare con la polizia? 
Non lo so... ha una cosa in faccia, con i buchi per gli occhi, sembra un inse.... Un tonfo improvviso. Isa grid di dolore. 
Isa! Stai bene?. Jesse strinse i pugni. Gli sembrava di essere stato lui a ricevere un colpo. Pronto? Ascolti, chiunque lei sia, lasci stare mia figlia!. Nessuna risposta. Solo fruscii e il rumore delle macchine, e in sottofondo un mormorio indistinto, una voce maschile che non conosceva. 
Pap, per favore, singhiozz Isa. Se mi fai cercare dalla polizia, lui dovr uccidermi. 
Jesse smise di respirare. Isa? Dimmi dove sei. Chi c' con te?. 
Lei non rispose e tir su con il naso. Attraverso il telefono, il suono giunse distorto al suo orecchio. Jesse aveva davanti agli occhi l'immagine delle sue ditine avvinghiate al telefono, vedeva il suo petto alzarsi e abbassarsi. Passarono alcune auto. Nel silenzio tra l'una e l'altra Jesse sent di nuovo quella voce maschile attutita. 
Isa singhiozz di nuovo. Pap? 
S. 
Devi dimenticarmi. 
Un camion pass rombando. In quell'istante la connessione si interruppe e rimase solo il silenzio. 
Jesse fiss lo schermo, sconvolto. 
Prov subito a richiamare. Fruscio. Poi una voce femminile registrata: L'utente da lei chiamato.... 
Mise gi il telefono. Fiss il vuoto davanti a s. 
Devi dimenticarmi? 
Si riavvicin a Sandra, in ginocchio. Aveva delle gocce di sangue sul mento. Le palpebre chiuse e i muscoli rilassati nella morte rendevano il suo viso quasi privo di espressione e spaventosamente sereno. 
Si chin su di lei e le pos una mano sulla guancia. Non so chi sia quell'uomo, sussurr, ma ti prometto una cosa. Lo trover e riporter Isa a casa. 
In quel momento Jesse sent una voce in corridoio. Sandra?. 
Si volt. 
Aveva lasciato la porta aperta? Lo schienale del divano tracciava una linea dell'orizzonte di alcantara beige, sopra la quale spunt una viso. Il viso di Jule. 
Jesse? Che stai fa.... Poi i suoi occhi si spalancarono e la sua bocca prese ad aprirsi lentamente. Il suo cervello ci mise altrettanto tempo per realizzare cosa stesse guardando. 
Jesse si alz in piedi senza riuscire a spiccicare una parola. 
Gli occhi di Jule si spostavano da lui a Sandra, avanti e indietro. Dalla sua mano destra penzolava una chiave appesa a un portachiavi marrone, alle sue spalle c'era la porta dell'appartamento, aperta. Il timer delle luci nella tromba delle scale scatt, e torn il buio. 
Cosa... ma che hai fatto?. Jule si port una mano alla bocca. 
Io? Perch io?. 
Jule cominci ad arretrare lentamente. 
Jule, aspetta, fammi.... 
Lei si volt di scatto, valutando la distanza fino all'uscita. 
Jesse prese la sua decisione in una frazione di secondo. Jule non doveva assolutamente chiamare la polizia o avrebbe messo la vita di Isa in pericolo. Balz sul divano. Una delle ciabatte gli scivol dal piede. In quello stesso istante Jule si volt per scappare, ma era troppo tardi e lei non era abbastanza veloce. Incespicando, Jesse la raggiunse e tent di bloccarla. Lei si divincol, poi urt la credenza nel corridoio. La ciotola di pietra con le chiavi si rovesci a terra, i piedi del mobile graffiarono il parquet. Jesse la oltrepass e si lanci sulla porta, la chiuse e si appoggi con la schiena allo stipite, bloccandole il passaggio. 
Tenendosi l'addome con le mani, Jule si appoggi alla parete tra la camera da letto e la cucina. Aveva lo sguardo di un animale in trappola. Per un attimo rimasero l'uno davanti all'altra, scrutandosi a vicenda senza parlare e riprendendo fiato. 
Io non c'entro niente, disse Jesse. Devi credermi. 
Jule ansimava, il suo sguardo vol in tutte le direzioni. Nel silenzio dell'appartamento, il suono concitato del suo respiro era insopportabile. 
Di colpo si stacc dalla parete e si infil in cucina. In un attimo scomparve alla vista di Jesse. Lui la sent aprire un cassetto. Poi un tintinnio metallico che lo fece sussultare. 
Jule, ti prego, calmati. Ti giuro che non c'entro nulla. Sono appena arrivato, come te!. 
Silenzio. 
Jesse si avvicin con cautela alla porta della cucina. Qualcuno ha rapito Isa. Non volevo farti del male. Solo non volevo che chiamassi la polizia. 
Attraverso la porta aperta della cucina sent di nuovo il respiro di Jule. Inspira. Espira. Inspira. Espira. Rapida e secca. Jesse oltrepass la soglia. Gli elettrodomestici della cucina scintillavano sotto le luci alogene. Jule era in piedi con la schiena contro il frigorifero. Con la mano sinistra si scost nervosamente una ciocca di capelli dal viso, nella destra stringeva un coltello trinciapolli. 
Ehi, ehi, ehi!. Jesse alz le mani per tranquillizzarla e un vecchio ricordo gli balen nella mente. Quando era pi giovane gli era gi capitato di ritrovarsi di fronte a un coltello. Ma perch la vita doveva essere una serie infinita di corsi e ricorsi? Perch i momenti che uno voleva dimenticare in qualche modo ritornavano sempre? 
Mettilo via, Jule, la preg a bassa voce. Non voglio farti nulla. Non ho fatto nulla neanche a Sandra. 
Allora lasciami passare!. La voce di Jule tremava. La luce si rifletteva sulla lama d'acciaio. Aveva le nocche bianche e le vene dei polsi che le sporgevano per la violenza con cui stava stringendo il coltello. 
Solo se mi assicuri che non chiamerai la polizia. 
Non ti avvicinare!. 
Jule, ti prego. Non ti faccio niente.  per Isa. 
Lei scosse rapidamente la testa. Con la mano libera cerc un lembo del cappotto e vi infil la mano per prendere qualcosa. Jesse sapeva cosa fosse ancora prima di vederlo. Rabbrivid e avvamp nello stesso istante. Jule, fermati! Ti supplico, non lo fare. 
Jule tir fuori lo smartphone dalla tasca e lo tenne in alto, in modo da poter guardare sia Jesse che lo schermo. Le dita della mano sinistra stringevano la custodia liscia e nera, mentre il pollice sbloccava lo schermo. Si mordicchi il labbro inferiore per la tensione. Doveva digitare solo tre cifre. E premere il tasto con il simbolo verde.

8. 1982, Adlershof, Garmisch-Partenkirchen. 

Lo sguardo di Jesse era fisso negli occhi del ragazzo di fronte a lui, non sulla lama nella sua mano. Jesse aveva quattordici anni, ma non era n uno stupido n un ingenuo. Sapeva che qualsiasi movimento si rivelava prima negli occhi. 
Sopra le loro teste era appesa una dozzina di paralumi smaltati, il cui fondo bianco rifletteva la luce delle lampadine della sala mensa. Le travi del soffitto, pesanti e opprimenti, rimanevano seminascoste nella penombra. 
Jesse alz le mani a mezz'aria, all'altezza del petto, e ruot su se stesso per seguire l'altro ragazzo, che gli stava girando intorno tenendo davanti a s uno dei coltelli da tavola, con la punta arrotondata e la seghettatura smussata. Come arma era ridicola. Ma non pi di una pietra o di una bottiglia. Se si voleva far fuori qualcuno, lo si poteva persino affogare in un vaso da notte. Questo Jesse l'aveva imparato nei mesi successivi all'incidente. E si poteva fare anche se l'avversario era un tipo ostinato come Markus. 
Intorno a loro si era riunito un circolo di bambini e ragazzi: Sandra, Bernadette, Mattheo, Peter, Richard, Alois e tutti gli altri. Tutta gente che non aveva mai detto una parola mentre cospiravano contro di lui. A ciascuno di loro Jesse aveva chiesto - anzi aveva cercato di estorcere - informazioni su quella notte; come era accaduto l'incidente, chi c'era o chi poteva esserci stato. Nessuno gli aveva detto nulla. Si attenevano tutti alla versione di Artur. Era stato un incidente, tutto qua. In certi casi basta continuare a ripetere qualcosa per far s che diventi la verit. 
Lo sguardo degli astanti era fisso su di lui, l'aria vibrava di eccitazione, come in ogni rissa. Ma questa era pi di una semplice rissa, era pi di una rivalsa per qualche aggressione precedente. Riusciva a sentire l'odore della paura di Markus. Sebbene fosse lui quello con il coltello in mano, aveva la fronte sudata e il respiro mozzo, e quando deglutiva il suo pomo d'Adamo sembrava quasi voler uscire fuori squarciando la pelle. 
Lui o io, pens Jesse. 
Continuarono a camminare in cerchio, scrutandosi a vicenda. A ogni passo dell'uno corrispondeva un passo dell'altro. Sembrava quasi una danza, ma in realt era pi simile a una battaglia. 
Lui non era come gli altri ragazzi. Dopo l'incidente - prima non ricordava - non aveva mai voluto sparare a piccioni e cornacchie. Evitava persino di schiacciare gli insetti. Il fatto che in un momento come quello non fosse spaventato gli dava l'impressione che in lui ci fosse qualcosa che non andava, come se non fosse davvero se stesso. Forse quelle cose che tutti dicevano su di lui erano vere? Prima era stato davvero un'altra persona? 
Una persona dal sangue freddo. 
Una persona cattiva. 
Te l'avevo detto, sibil Markus, rifallo un'altra volta e toccher a te. Si rigirava nervosamente il coltello nella mano. 
Oh, ma mi  gi toccata, non  vero? Che fai, vuoi provarci di nuovo? 
Non so perch continui a raccontare questa balla, ma se insisti, allora va bene!. 
Io racconto balle?. Jesse si sent avvolgere da una rabbia fredda. Io? 
Ieri Mattheo ti ha visto. Perci non tentare di negare. 
A Jesse sarebbe piaciuto poter fare a pezzi quel piccolo spione. O almeno lanciargli un'occhiata per mettergli addosso un po' di paura. Ma non osava distogliere lo sguardo da Markus. E che cazzo ti ha detto Mattheo? 
Pensaci. Ti verr in mente, stronzo. 
Non mi viene in mente niente. 
Lo sguardo di Markus si spost per un attimo di lato, sul gruppo delle ragazze. In quell'istante Jesse cap. Si trattava di Sandra. La rimessa degli sci. Markus era geloso e pensava di dover proteggere Sandra. Solo che Jesse non capiva perch. Lui le aveva semplicemente restituito una catenina e si erano dati un bacio, niente di pi. Che cavolo gli aveva raccontato Mattheo? 
Markus, lascialo stare, disse Sandra. Non  successo niente. 
Niente?, l'aggred Markus. Vi ho visti. Tu non lo sai com' lui. 
Ah, s? E come sono?, chiese Jesse. 
Come tuo padre. Markus gli sput in faccia. 
La saliva era calda e Jesse ribolliva di rabbia. Odiava essere paragonato a suo padre, non riuscire a ricordarsi di lui lo faceva soffrire. E lo facevano soffrire anche le storie che gli altri raccontavano sul suo conto. 
Pensi che non sappia cosa faceva con le donne?, inve Markus. 
La testa di Jesse esplose. Adesso basta. Quella storia l'aveva gi sentita troppe volte. Cos tante che gli sembrava quasi di ricordarsene. 
Tuo padre era uno psicopatico di merda e lo sei anche tu. Lo sei sempre stato!. 
Di colpo Markus corrug le sopracciglia. Una frazione di secondo dopo si lanci contro Jesse. Qualche ragazza cominci a strillare. Gli parve di sentire anche Sandra, ma non capiva cosa stesse urlando. 
Pi tardi nessuno avrebbe saputo raccontare esattamente com'era andata. Era come se tutto si fosse scomposto in tante immagini separate, impossibili da conciliare l'una con l'altra. Come al solito, Artur Messner fece calare il silenzio sull'intera faccenda, accennando a sfortunate circostanze. Quello stronzo avrebbe dovuto fare il politico! Evit di usare l'espressione legittima difesa, anche se sarebbe stato appropriato. 
Jesse fin nel buco per quattro settimane, dove l'unico cibo era una pappa d'avena acquosa. Quando usc, Markus era ancora in ospedale. Aveva perso un rene. 
Sebbene Jesse provasse un po' di senso di colpa, in fondo gli sembrava giusto cos. Non avrebbe mai potuto provarlo, almeno finch non fosse riuscito a ricordarsi dell'incidente, ma pi indagava, pi gli pareva chiaro chi doveva essere stato il responsabile. 
E allora, cosa era peggio? 
Perdere un rene, o perdere padre, madre e tutta la propria infanzia? 
Se avesse potuto scegliere, avrebbe rinunciato al rene senza esitare. Che suo padre fosse stato davvero uno psicopatico oppure no. Di reni in fondo ne aveva due. 

9. Berlino - Luned, 7 gennaio 2013, ore 20,15. 

Il cuore di Jule andava al galoppo. La mano che reggeva il cellulare tremava. Il suo sguardo era fisso su Jesse. Vedeva il display con la tastiera solo di sfuggita e riusc a malapena a premere l'1. 
Jule, no!. 
Il frigorifero alle sue spalle si accese e cominci a vibrare. Jule premette di nuovo l'1. 
Jule!. 
Non ti avvicinare!. Spost il dito in basso, verso lo zero, invece premette il cancelletto. Maledizione! Ma perch il tasto per cancellare era cos piccolo e l'avevano messo cos in alto? 
Jule, ti prego! Dammi un minuto. Solo un minuto, voglio farti vedere una cosa. 
Farmi vedere? Si blocc. In che senso farti vedere? 
Nella stanza di Isa. Lui ha scritto una cosa sulla parete. Vieni, ti faccio vedere. 
Jesse indic con il pollice la porta della cucina alle sue spalle e contemporaneamente alz le mani mostrando i palmi. Erano macchiati di sangue. Anche i suoi jeans, in corrispondenza delle ginocchia, erano scuri del sangue di Sandra, e il camice gli donava un aspetto inquietante e malato. A Jule torn in mente quella storia dei tempi dell'istituto, quella che Sandra le aveva raccontato anni prima, a tarda notte, aprendo l'ultima bottiglia di Rioja. Di solito non raccontava mai nulla degli anni trascorsi l. E reagiva in maniera aggressiva alle domande. All'epoca per, Jesse era in Sudan per la sua prima missione con Medici senza Frontiere. Isa era ancora una neonata e il vino rosso, insieme alla frustrazione di Sandra per essere stata lasciata da sola, le avevano tirato fuori quella storia. 
Dammi il coltello, Jule. Ti posso spiegare. Jesse fece un passo verso di lei. 
Non esiste. Jule agit minacciosamente la lama. Un riflesso luminoso colp Jesse in viso e le sue iridi si accesero di un colore ambrato. Rimase in piedi, sempre con le mani in alto. Lei decise di non assecondarlo. 
Lasciami andare, o chiamo la polizia. 
Spost il pollice e premette un tasto per eliminare il cancelletto. 
Jule, Isa  stata rapita! Hai capito? 
E allora perch non chiami la polizia? 
Perch l'uomo che l'ha rapita ha minacciato di ucciderla, maledizione!. 
Di colpo Jule fu assalita dai dubbi. Scrut il volto di Jesse, cercandovi i tipici segnali di una menzogna, ma non vide nulla. Ma... non ha senso. Nessuno di voi due  ricco. Perch mai.... 
Non  una questione di soldi. Vuole Isa. Ha detto che devo dimenticarla. 
Dimenticarla? Ma cosa vuole, allora? Che ha in mente? 
Ma non ne ho idea!. 
E chi ? 
E come faccio a saperlo?. 
Silenzio. 
Jule pens a Leon, che fin dall'inizio aveva cercato di comprarsi l'affetto di Isa. A dir la verit anche Jesse a volte sembrava ossessionato da Isa. Specialmente dopo aver perso Sandra. Come avrebbe potuto reagire se avesse avuto l'impressione di essere sul punto di perdere anche Isa? 
Non mi credi, vero?. 
Jule rimase in silenzio. Si sbagliava sul conto di Jesse? Ma allora perch aveva sentito Sandra cos agitata? E cos'era che voleva raccontarle con tanta urgenza? Sapeva che a livello psichico lui aveva avuto dei problemi, dei problemi gravi. Faceva bene a fidarsi di lui? E va bene, disse Jule, tentando di dare un tono alla propria voce. Diciamo che sono disposta a crederti.... 
Jesse la fiss. Bene. Allora vieni. Ti faccio vedere. 
Vedere cosa? 
La stanza di Isa. Non mi hai ascoltato? La scritta sul muro. 
L'aveva ascoltato, s. E se fosse stata una trappola? 
Vai avanti tu. Indic la porta con la lama. 
Jesse annu. Cominci a indietreggiare lentamente, senza mai levarle gli occhi di dosso. Poi scomparve nel corridoio, a sinistra, verso la stanza di Isa. 
Jule guard il cellulare. Lo schermo era diventato nero. Lo riattiv, premette lo zero mancante con il pollice e poi il tasto verde. Tenne il cellulare all'orecchio e attese di essere collegata con il pronto intervento della polizia. Quando sent il primo squillo si sent un po' sollevata. Riattacc immediatamente.

10. Garmisch-Partenkirchen - Luned, 7 gennaio 2013, ore 20,17. 

Neve, neve e ancora neve. Artur non aveva avuto bisogno di ascoltare le previsioni del tempo per saperlo. E di certo in quel momento non aveva bisogno del film giallo cominciato subito dopo! Cambi canale su un'insulsa commedia romantica, una sciocchezza innocua, azzer il volume del televisore e sprofond ancora di pi nella sua poltrona. 
Aveva dormito malissimo e aveva paura di affrontare la nuova nottata ormai imminente. Man mano che invecchiava, erano sempre di pi i fantasmi che si presentavano alla sua porta al calare del buio. Una volta dormiva poco e profondamente, erano rare le occasioni in cui la sua coscienza si era fatta viva con gli incubi. E a farne sparire le tracce bastava l'acqua fredda con cui si lavava la mattina. Adesso invece, con i dolori che gli facevano visita continuamente, uniti al sonno accidentato della vecchiaia, i maledetti fantasmi avevano campo libero. 
E ora c'era pure quella faccenda della mano di Wilbert. Artur si rifiutava persino di immaginare cosa potesse esserci dietro. Aveva riflettuto febbrilmente sul modo migliore di disfarsi del pacchetto. Con quel gelo non poteva seppellire la mano da qualche parte, il terreno era troppo duro e le sue gambe non erano in condizione di allontanarsi troppo da Adlershof. Alla fine opt per una soluzione provvisoria e parcheggi il barattolo nello scomparto del ghiaccio del frigorifero, dove nascose anche la busta sottile che conteneva i pochi documenti compromettenti che gli erano rimasti. Sul foglio di plastica protettiva si era gi formato uno spesso strato di ghiaccio. A dirla tutta, non era una soluzione priva di vantaggi. Probabilmente, quando avrebbero sbrinato lo scomparto, lui sarebbe stato gi sottoterra. Tuttavia... Non poteva tenere l la mano di Wilbert. Soprattutto, non voleva. 
Ripens alla notte in cui Wilbert si era ferito quella mano. Era il 1954, appena fuori Garmisch. Wilbert era gi bello alto, pi di un metro e novanta a soli quindici anni. Al ginnasio di Werdenfeld torreggiava su tutti quanti e questa condizione per un po' gli aveva dato talmente alla testa da spingerlo ad attaccare briga persino con il vecchio Stachl, l'insegnante di matematica. Nessuno aveva mai osato tanto. Sapevano tutti quello che aveva fatto durante la guerra. Stachl era un ometto basso e rancoroso, perci aveva preso di mira Wilbert fin dall'inizio, proprio a causa della sua altezza. Wilbert veniva chiamato alla lavagna pi spesso del normale, e poi rimandato al posto con frasi come: La tua taglia  superata solo dalla tua stupidit. Il che non era neanche vero, perch sia Wilbert sia suo fratello Herman, di statura ordinaria, erano ragazzi piuttosto svegli. 
A un certo punto Wilbert si era stufato di restarsene in silenzio. Stachl l'aveva punzecchiato una volta di troppo e allora lui aveva replicato vivacemente: Jawohl, Herr Fhrer. 
Tutta la classe era rimasta a bocca aperta. 
Stachl era diventato paonazzo, aveva fatto avvicinare Wilbert, gli aveva ordinato di mettere la mano destra sulla cattedra e aveva cominciato a colpirla con il piatto del suo righello di legno, finch Wilbert non si era ritrovato il colletto della camicia intriso di lacrime. 
Dopo si erano visti all'angolo tra la Wetterstein ed Enzianstrasse: Artur, Wilbert, suo fratello Herman e Sebi Kochl, l'austriaco. Suo padre gestiva una fabbrica di legname al di l del confine e lui aveva una certa dimestichezza con le moto, avendone tre nella rimessa di casa. 
Quella notte stessa si erano introdotti nel garage di Stachl e gli avevano rubato la cosa di cui andava pi orgoglioso: la sua BMW R51/2, una motocicletta di dimensioni mostruose, bellissima da vedere e assurdamente costosa. Artur ricordava ancora benissimo la sensazione di disagio che aveva provato. Ma gli altri erano tutti d'accordo e lui li aveva seguiti: quel vecchio nazista era un pezzo di merda e se lo meritava. Il garage di Stachl non era lontano dai confini della citt. Uno a sinistra, uno a destra e uno dietro: cos avevano spinto la moto oltre le case immerse nell'oscurit. In un campo solitario lungo la Loisach, alla luce di una torcia, Sebi Kochl era riuscito a mandare in cortocircuito la moto, ricevendo i complimenti di tutti. Ovviamente era stato lui il primo a guidarla. Gli altri erano riusciti a malapena a mantenersi in equilibrio, e Artur per un soffio non era caduto. 
Dopo un'ora il serbatoio della benzina era quasi vuoto. I ragazzi avevano inciso la scritta PORCO NAZISTA sulla vernice lucida, avevano aperto il tappo del serbatoio e ci avevano pisciato allegramente dentro. 
In quel periodo dell'anno la Loisach non era in piena. Avevano spinto la motocicletta fino alla riva. Mentre la buttavano in acqua, la mano di Wilbert, gi offesa dai colpi di Stachl, era venuta in contatto con il tubo di scappamento ancora incandescente. Wilbert aveva gridato come un'aquila. Suo fratello invece si era messo a ridere. Herman era un po' brillo e la forte rivalit tra i due era risaputa. Da allora, Wilbert aveva sempre esibito con orgoglio la cicatrice della bruciatura a forma di semicerchio sul dorso della mano. 
Oddio, e adesso Wilbert era morto. 
Artur ripens a Jesse, emise un gemito, si raddrizz sulla poltrona e spense il televisore, che aveva continuato ad andare con il volume abbassato. Non era tipo da stupide commediole. Poi fece l'unica cosa che riteneva di poter fare: per la quarta volta nel corso della giornata sollev la cornetta in bachelite del telefono e aguzz la vista per riuscire a leggere sull'agenda il numero che Jesse gli aveva lasciato. 030... il prefisso di Berlino. Il disco del telefono tornava indietro ronzando a ogni numero, era un suono che adorava. Dopo tre squilli part di nuovo la segreteria: nessun annuncio, solo un attimo di silenzio e poi un segnale acustico. Jesse? Ci sei?. Aspett un attimo e poi disse a voce pi alta che pot, visto che non aveva idea della qualit di registrazione di quel marchingegno: Sono sempre io. Come ti ho gi detto, richiamami appena puoi, io.... Un secco clic dell'apparecchio lo interruppe. In un primo momento pens che Jesse avesse alzato il ricevitore. Pronto?. 
Nessuna risposta. 
Artur rimase attentamente in ascolto. Ma non sent nulla. Neanche il solito fruscio, simile a quello di una radio a volume troppo basso. Premette pi volte sulla forcella del telefono, senza alcun risultato. La connessione si era interrotta. Guard il vetro scuro della finestra. Dietro il proprio riflesso vide un turbine senza fine di fiocchi bianchi che scendevano a terra. Maledetta neve. Ogni due anni la stessa storia. Solo che questa volta non era saltato tutto l'impianto elettrico. Forse era perch Richard aveva fatto installare dei cavi nuovi? Ma allora perch non aveva fatto sostituire anche il cavo del telefono? 
Per la centesima volta Artur si chiese cosa volesse da Jesse l'uomo che gli aveva telefonato e quanto ci avrebbe messo a scoprire che non viveva pi a Esslingen. Artur non aveva l'indirizzo di casa di Jesse a Berlino, e ne era contento. Aveva accontentato quel tizio dandogli il vecchio indirizzo ed era risultato piuttosto credibile. E lui non gli aveva chiesto un numero di telefono. 
Sorrise. Era pur sempre un piccolo trionfo. 
Sperava solo che non gli si ritorcesse contro. Quell'uomo era un tipo duro e ostinato, il genere di persona che otteneva sempre quello che voleva. Prima o poi sarebbe riuscito a trovare Jesse, e Artur voleva almeno avvertirlo prima che accadesse. 
Ma perch Jesse non rispondeva? 
Perch gli aveva dato quel numero se poi non lo usava? 
Qualcuno buss. 
Ancora prima che riuscisse a dire Avanti, la porta si apr e sulla soglia comparve Richard. Indossava come al solito un completo di velluto a coste verde e una camicia bianca con delle stelle alpine sull'orlo del colletto, e gli rivolse il solito sorriso a trentadue denti. Buonasera, padre. 
Artur brontol qualcosa. 
Di buon umore? 
Che motivo avrei per essere di buon umore? In pi il telefono  di nuovo fuori uso. 
E a chi volevi telefonare?, chiese Richard sospettoso, senza smettere di sorridere. 
Per un attimo Artur si chiese se non fosse stato Richard a staccare il telefono. Non alla polizia, se  questo che ti stavi chiedendo. Non ti preoccupare. 
Richard annu. Non mi preoccupo, rispose. E non dovresti farlo neanche tu. Charly spunter fuori nel giro di poco. Non  la prima volta che scappa. E dovresti aver imparato a fidarti di me. Sono un adulto, padre. Sprofond le mani grosse e un po' nodose nelle tasche dei pantaloni. Maledizione, pens Artur, perch Richard doveva assomigliargli cos tanto? Persino i capelli cominciavano a diradarsi negli stessi punti: tutto intorno alla testa e sulla fronte. Tra non molto anche i capelli di Richard da marrone-rossiccio sarebbero diventati grigi. 
Dunque, padre. Se qualcuno deve chiamare la polizia qui, quello sono io. Siamo d'accordo? 
Basta che tu lo faccia quando serve, brontol Artur. 
Ricominciamo?. Il tono di Richard era tranquillo e ostentava una pazienza sovrumana, in grado di logorare i nervi di chiunque. Un vero direttore d'istituto. 
A Kristina sarebbe servito. 
Non sarebbe servito a nulla.  sprofondata nel ghiaccio, padre. 
S, ma dopo due giorni, pens Artur. Tuttavia sapeva che da un certo punto di vista Richard aveva ragione. La polizia faceva sempre un sacco di domande che potevano mettere in difficolt l'istituto. E poi si mettevano di mezzo l'amministrazione comunale di Garmisch e i servizi sociali per i minori, dove i suoi contatti di una volta ormai non erano pi molto influenti. Per non parlare dei potenziali sponsor. Era cos che si chiamavano adesso. E gli sponsor volevano un'immagine pulita. Anni prima, ai tempi d'oro, non aveva bisogno di nessuno. Aveva trovato il modo di cavarsela da solo. Ma le cose erano cambiate. Oggi era tutto pi complicato. 
Che un istituto come Adlershof riuscisse ancora a trovare finanziatori gli sembrava un miracolo, e onestamente non aveva idea di come avesse fatto Richard. Gi ai suoi tempi la combinazione collegio-istituto faceva storcere il naso a molti. Cos come la fama che Adlershof fosse stato una fucina di nazisti, anche se in realt si era trattato solo di un intermezzo involontario durante la guerra, e il fatto che si trovasse parecchio fuori mano. Tutte queste cose avevano preoccupato parecchio Artur negli ultimi anni della sua gestione. Oggi bisognava avere un sito internet, offrire modelli di pedagogia all'avanguardia, infrastrutture digitali, avere campi da tennis privati, occuparsi di media education, e poi ancora bla bla bla. A dir la verit avrebbe dovuto essere grato a Richard. Ma anche solo il modo in cui suo figlio lo chiamava padre, gli dava talmente tanto ai nervi da impedirgli di riconoscere che anche lui ai suoi tempi aveva sempre evitato di chiamare la polizia. E per ottime ragioni. 
Via le mani dal telefono, padre. Promesso?. 
Tanto quell'affare non funziona, pens Artur. 
Gli torn in mente Jesse. Per la prima volta in vita sua desider possedere un cellulare, anche se dubitava che sarebbe riuscito a premere quei tasti minuscoli e tutti appiccicati con le sue dita storte e malferme. Per non parlare di come avrebbe fatto a capire come funzionavano quei marchingegni. 
Richard annu, sempre con il sorriso stampato in faccia, felice di vedere suo padre dargliela vinta contro ogni aspettativa. Poi lo lasci solo. 
Lo sguardo di Artur si pos sulle tre fotografie appese accanto alla porta. Su quella pi a sinistra c'era Richard insieme alla banda di ragazzini al completo, tutti tra gli undici e i dodici anni, sprofondati nella neve fresca con berretti e sciarpe. Suo figlio sorrideva gi in quel modo strano, solo che all'epoca anche gli occhi ridevano. Accanto a lui c'erano Jesse, Mattheo, Bernadette, Sandra, Alois, Wolle e anche Markus. Una compagnia di fedelissimi, soprattutto quando si trattava di mettersi contro di lui, il direttore. Non avrebbe mai pensato che Sandra e Jesse sarebbero stati gli unici tra loro ad avere una vita lontano da Adlershof. 
Era una delle poche foto risalenti a prima dell'incidente di Jesse. Richard e Jesse non erano mai stati migliori amici. Jesse tendeva troppo a voler comandare. E quando Richard gli si opponeva, facendo appello ai diritti che pensava di detenere in quanto figlio del direttore, tutti avevano l'impressione che i due ragazzi si ritirassero a risolvere la questione in privato, e Richard ne usciva sempre sconfitto, era come se avesse paura. Era accaduto anche in occasione della battaglia a palle di neve. 
Sul selciato si era depositato uno strato di neve fresca di quasi quindici centimetri e i ragazzi si erano precipitati fuori. Il sole era alto e batteva sul cortile penetrando attraverso le nuvole, ogni cosa era chiara e illuminata, le ombre erano lunghe e nitide. Jesse aveva deciso le squadre, e come al solito aveva voluto con s le ragazze, pi Markus. Nella squadra di Richard c'erano Mattheo, Wolle e Alois. La neve legava bene e le palle volavano di qua e di l. Le grida e le risate erano giunte fino alla finestra di Artur, che l'aveva aperta per osservare lo scontro. Mattheo, il pi piccolo di tutti, era agile come uno scoiattolo. Nel corso degli ultimi sei mesi era cresciuto tutto insieme ed era diventato pi abile e pi audace. Jesse l'aveva sottovalutato, si era concentrato su Richard, quando all'improvviso aveva ricevuto una palla di neve in pieno viso. Mattheo aveva alzato le braccia in un gesto di trionfo e sembrava torreggiare sugli altri, come se nel corso di quella notte fosse diventato un gigante. Bernadette e Sandra erano scoppiate in una sonora risata. Senza dire una parola, Jesse si era lanciato addosso a Mattheo, l'aveva buttato a terra e gli aveva premuto la faccia nella neve. Si erano messi tutti a gridare, mentre sul volto di Jesse, arrossato dal colpo ricevuto, si era disegnato un sorriso tagliente. Aveva continuato a spingere. Mattheo agitava impotente le gambe e le braccia nel vuoto. Lascialo stare, aveva gridato Bernadette. 
Perch? Se l' andata a cercare, aveva risposto Jesse, permettendo a Mattheo di respirare per un istante, e poi schiacciandolo nuovamente sulla neve. 
Cos non si pu difendere, aveva protestato Sandra. 
Hai visto tu stessa che  capace. Quella palla di neve era dura come un sasso. 
Lascialo, Jesse, si era intromesso Richard. Ultimamente lo faceva spesso, ogni volta che c'erano le due ragazze. 
E tu che c'entri?, gli aveva gridato Jesse, lasciando andare Mattheo. 
Volevo solo che lo lasciassi andare. Richard aveva contratto il viso, vedendo Jesse che avanzava verso di lui. Le urla di poco prima avevano lasciato il posto a un silenzio di tomba. La neve scricchiolava sotto i piedi di Jesse, che aveva alzato per un attimo gli occhi verso la finestra da cui Artur li osservava. Lo sguardo del ragazzo l'aveva trapassato come una freccia, anche se lui non era nemmeno sicuro che potesse vederlo dietro al vetro. Per un istante Artur si era chiesto se non fosse il caso di intervenire. Ma non era meglio che Richard imparasse a cavarsela da solo? 
Aveva deciso di aspettare. E osservare. 
Jesse era arrivato vicinissimo a Richard, e questi aveva involontariamente indietreggiato di un paio di passi. Artur aveva il fiato sospeso, nell'aria c'era odore di rissa, di botte, di urla rabbiose. Invece Jesse si era limitato a chinarsi su Richard e a sussurrargli qualcosa all'orecchio. 
Un rinvio. Se la sarebbero vista in privato. 
Se poi davvero si erano scontrati da qualche parte pi tardi, l'avevano fatto in segreto. Artur era perfettamente consapevole di tutte le occasioni che aveva perso. La faccenda gli era sfuggita di mano. Lui gli era sfuggito di mano. E perfino adesso, a distanza di anni, rimaneva sconcertato nel constatare quanto poco ci volesse a perdere totalmente il controllo della situazione. Bastava non fare nulla per un po'. 
A riportare tutto in carreggiata, in maniera piuttosto inquietante, era stato quel terribile incidente. O meglio, quello che lui aveva deciso di chiamare incidente.

11. Berlino - Luned, 7 gennaio 2013, ore 20,27. 

Jesse si era spostato di pochi passi nel corridoio e osservava la stanza di Isa dalla porta aperta. Le lettere rosse scribacchiate sulla parete sembravano marchiate a fuoco. Quel casino con Jule l'aveva distratto. Ora per il dolore torn ancora pi potente. Gli tornarono in mente le spalle minute di Isa, le sue guance, il modo in cui si rannicchiava contro di lui, il solletico che gli facevano i suoi capelli scompigliati mentre dormiva. Rivide il suo visetto tondo arrabbiato mentre si arrampicava su di lui e gli dava una gomitata sul fianco perch le aveva imposto di andare a lavarsi i denti. 
Un rumore proveniente dalla cucina lo distolse dai suoi pensieri. 
Jule! Rientr di corsa e si blocc, immobile. Jule era sparita. La finestra nell'angolo vicino al tavolo era spalancata. 
Jesse si avvicin e si sporse a guardare. Erano al terzo piano, come diavolo aveva fatto Jule a... 
Si volt, appena in tempo per vedere Jule infilare il corridoio. Si era nascosta vicino alla porta. Con due balzi fu accanto a lei e l'acchiapp a met strada da l alla porta dell'appartamento. 
Jule url, il cellulare le cadde per terra e lei tent di colpirlo con il coltello. Jesse si scans e le afferr il polso, ma non fu abbastanza veloce. La lama pass sotto il camice e lo colp all'altezza del fianco, poco sopra i jeans. Il dolore fu acuto e bruciante. Jesse le sollev in alto la mano che stringeva il coltello e le ruot il braccio. Con un gemito Jule cedette alla sua presa e lasci cadere l'arma. Jesse lo fece volare lungo il corridoio con un calcio e il coltello sbatt tintinnando contro la porta d'ingresso. Jule, che ora gli dava le spalle, tent di scalciare, ma lo manc. 
Smettila! Non ti faccio niente. 
Lasciami, ansim Jule. Tent un altro calcio e questa volta lo colp sullo stinco. 
Jesse imprec e le ruot ancora un po' il braccio. Jule si chin in avanti e lui la costrinse a voltarsi verso la camera di Isa e la spinse oltre la soglia. Jule incespic e cadde ai piedi del letto di Isa. 
Guarda, maledizione! Adesso mi credi?. 
Jule si alz gemendo e massaggiandosi il braccio. Quando vide la scritta sopra il letto si blocc. Non te la meritavi, lesse in un sussurro. Sentirglielo pronunciare lo rese ancora pi reale: Isa era sparita. Rapita da uno sconosciuto che aveva intenzione di non fargliela mai pi vedere. 
Ma cosa vuol dire?. 
Jesse avrebbe voluto avere una risposta, ma non ne aveva. O almeno, non ne aveva nessuna che potesse essere di qualche aiuto. 
E a chi si riferisce? A Isa? O a Sandra? 
Immagino a Isa, no?  scritto sopra il suo letto. Jesse sent tirare dolorosamente la ferita al fianco. Sul cotone bianco del suo camice erano apparse delle macchie rosse. Si tir su la camicia e il maglione. Il taglio era abbastanza profondo da poter evolvere in qualcosa di pi grave se non ci avesse messo al pi presto dei punti. 
Jule l'aveva guardato senza battere ciglio. Se anche si sentiva in colpa, di certo non lo lasciava intuire. Hai detto che hai parlato con quello che l'ha rapita? 
Non direttamente. Ci ho parlato tramite Isa. C'era qualcuno con lei, che le diceva cosa dire. 
Devi chiamare la polizia, Jesse. Per Sandra. E anche per Isa. 
Assolutamente no. 
Capisco che tu abbia paura che possa succederle qualcosa, ma.... 
Allora smettila. 
Potresti chiamare mio fratello. 
Jesse sapeva che il fratello di Jule lavorava alla polizia criminale di Amburgo, ma non lo conosceva di persona, perci non poteva fidarsi di lui. Perch mai il fratello di Jule avrebbe dovuto rischiare la sua carriera per lui? Si trattava pur sempre di un omicidio. Che differenza fa? La polizia  la polizia. Informerebbe subito i suoi colleghi qui a Berlino. 
Potrei dirgli che hai solo bisogno di un consiglio. Potresti.... 
Maledizione, no!. 
Jule sussult e distolse lo sguardo. 
Jesse tent di ricomporsi. Era a tanto cos dal perdere il controllo. Se voleva che Jule si fidasse di lui, quello non era certo il modo migliore di comportarsi. Non voglio che le succeda niente, tent di spiegarle. 
Jule si mordicchiava nervosamente il labbro inferiore. Oddio! Come odiava quella sua faccia. E quello sguardo. Lo conosceva fin troppo bene. Prima, a Adlershof, lo guardavano sempre in quel modo ogni volta che alzava un po' la voce, come se avessero paura di lui. Credi ancora che sia stato io a...?, cominci a dire Jesse, fermandosi prima di finire la frase. 
Io... No, ma.... 
Ma cosa?. 
Segu una lunga e angosciosa pausa. 
Sandra ti ha raccontato qualcosa, vero? Quella faccenda dell'istituto?. 
Jule tent di mantenere saldo lo sguardo, ma Jesse cap di aver colto nel segno. Cosa ti ha raccontato? L'incidente con Markus?. 
Lei non disse nulla e rispose con un cenno del capo, qualcosa a met tra annuire e scuotere la testa. 
Ti ha detto anche quello che lui ha fatto a me? 
Che vuoi dire? Non capisco. 
Che non ti ha raccontato tutta la storia. Ecco cosa voglio dire. Sollev con rabbia i vestiti e le mostr la schiena nuda, in modo che potesse vedere la cicatrice. Ti manca un pezzo importante. Si volt di nuovo. Un po' pi a fondo e avrebbe colpito la spina dorsale. O un polmone, oppure il cuore. 
 stato Markus? 
Non l'ha mai ammesso. Era troppo codardo per farlo. Ma non saprei chi altro potrebbe essere stato. 
Quindi non lo sai per certo. 
Come ti ripeto, non vedo chi altro potrebbe essere stato. Jesse si sedette accanto alla porta. 
Rimasero seduti per terra in silenzio per un bel po'. La camera da letto vuota incombeva su Jesse. Lui evitava di guardare la parete sopra il letto e si sforzava di riflettere, ma non riusciva a formulare pensieri chiari. I mobili colorati, la lampada di Isa sul comodino, i peluche, la scrivania bassa, le matite sparpagliate, come se lei dovesse rientrare da un momento all'altro per mettersi a disegnare o a fare i compiti. 
Okay, disse Jule in tono piatto, raddrizzando la schiena. Diciamo che ti credo. Chi pensi che possa essere stato? Hai qualche sospetto? 
Non sono sicuro. No. 
Jule osserv la scritta. Non te la meritavi. D l'idea che quel tizio ti conosca, o almeno che sappia delle cose di te. 
Jesse annu. La sua mente era come paralizzata. Il suo fisico messo a dura prova si stava concedendo una pausa. 
A me, continu Jule, suona come un regolamento di conti. Come se qualcuno avesse ancora una questione in sospeso con te. Per qualcosa che devi avergli fatto. 
Jesse la fiss. 
Cosa c'? Ti viene in mente qualcuno? 
Non mi viene in mente niente, disse lui bruscamente. 
Qualcuno del tuo passato, dell'istituto? Quel Markus? 
No, con lui siamo pari. 
Questo lo pensi tu. 
Sono in grado di ricordare se ho fatto qualcosa a qualcuno, come dici tu, e se ho lasciato qualche conto aperto.... 
Magari questo qualcuno la pensa diversamente. Sandra aveva accennato.... 
...con una sola eccezione. 
Jule inarc un sopracciglio. 
Il Prima. 
Il viso di Jule assunse un'espressione interrogativa. 
Tutto ci che  successo prima dell'incidente. 
L'incidente?. 
Jesse indic la propria schiena. La cicatrice che ti ho fatto vedere. 
Non hai detto che era stato Markus? 
S, ma hanno sempre tentato di convincermi che era stato un incidente. 
Ma cosa  successo? 
Non lo so,  questo il problema. Forse mi hanno colpito con un coltello. O con un cacciavite. Potrebbe essere anche un dardo di balestra. 
Una balestra?. Jule fece una smorfia a quell'idea.  una cosa assurda. Perch proprio una balestra?. 
Jesse fece spallucce. Preferiva non addentrarsi nella questione. Jule non avrebbe potuto capire la faccenda della balestra. Anche Sandra non l'aveva mai capita e lui era felice che non avesse raccontato tutto a Jule. 
Non te lo ricordi? 
N l'incidente, n tutto quello che  accaduto prima. 
Quanto  grande il buco nei tuoi ricordi? 
 grande. 
S, ma quanto? 
Non ricordo nulla. Niente di niente. Amnesia retrograda focale, mi hanno detto. 
Quindi hai riportato anche altre ferite oltre a quella sulla schiena? Altrimenti il rapporto causa-effetto mi pare un po', come dire, strano. 
Contusioni su tutto il corpo, una gamba rotta e una frattura cranica. Da cui l'amnesia. 
Jule rimase in silenzio, sconvolta. 
Jesse sentiva pizzicare la cicatrice sulla schiena, mentre la ferita fresca sul fianco gli bruciava. Si accost alla parete. Il freddo aiutava un po'. 
Non ricordi proprio nulla? Neanche un frammento di tutta la tua infanzia? 
Un paio di frammenti. E poi quello che mi hanno raccontato gli altri. Per esempio che mio padre era un alcolizzato. E che nessuno mi sopportava. Dovevo essere un bel... bastardo. 
Un bastardo. Aha. Sembra proprio gergo da istituto. 
Usa il sinonimo che preferisci. 
Lei lo scrut a lungo, sembrava che stesse cercando di far quadrare quello che le avevano raccontato su di lui e quello che aveva capito da sola con ci che era venuta a sapere adesso. Quindi probabilmente tutto questo ha a che vedere con qualcosa che  successo prima dell'incidente. O magari c'entra proprio l'incidente. 
Jesse lanci un'occhiata alla scritta. Cos pare, mormor. Ogni volta che pensava a tutto quello che aveva dimenticato si sentiva come una botte vuota. Per molto tempo Sandra era stata il suo unico antidoto a quel vuoto, gli aveva donato almeno un po' di sollievo. Dopo la separazione l'unica persona in grado di riempirlo era rimasta Isa. 
Isa ti ha detto altro? Qualche dettaglio che potrebbe rivelare l'identit di quell'uomo?. 
Jesse esit. S. In effetti s. Ha detto che aveva qualcosa in faccia, con dei buchi per gli occhi. 
Occhiali? No, forse una maschera?. 
Una maschera? Jesse ripens al momento in cui l'uomo aveva colpito Isa. Cosa gli stava dicendo lei? Che assomigliava a un inse...? A un insetto, mormor. Voleva dire insetto. 
Scusa? 
L'uomo ha impedito a Isa di finire la frase, ma credo che volesse dire che assomigliava a un insetto. 
Jule lo fiss aggrottando la fronte. Mi sembra un'interpretazione un po' forzata. Che cosa potrebbe significare?. 
Per un attimo un'immagine balen di fronte agli occhi di Jesse. Un'immagine che lo perseguitava in sogno da quando aveva memoria. Un grosso insetto, avvolto nell'oscurit, che lo seppelliva vivo. Gli venne la pelle d'oca e rimase a fissare Jule. 
Che c'?. 
Jesse si limit a scuotere la testa, continuando a fissarla. Finora non aveva mai pensato che quell'incubo potesse avere qualcosa a che fare con la realt. Quell'insetto gli era sempre sembrato troppo assurdo. Adesso per all'improvviso era spuntato fuori quel collegamento. Isa era stata rapita da un uomo che assomigliava a un insetto. Il sogno era forse reale? Un ricordo di qualcosa avvenuto prima dell'incidente? 
Tutto a un tratto gli venne in mente Artur. Torn a chiedersi perch Artur non gli avesse mai detto nulla. Si era sempre rifiutato di parlargli del suo passato. A volte affermava di non sapere nulla, a volte di volerlo proteggere. Prese il cellulare e compose il suo numero. 
Chi stai chiamando?, chiese Jule. 
Lui non rispose, non era ancora certo di potersi fidare completamente di lei, e tese l'orecchio per sentire il segnale di linea libera. Artur per non rispose. Jesse decise di lasciar perdere. Il tempo correva e le sue non erano domande cui si poteva rispondere per telefono. Non lo erano quelle che doveva fare ad Artur, n quelle per Markus, n quelle per gli altri che forse erano ancora l. 
Deglut. Per affrontare la cosa pi urgente avrebbe dovuto fare appello alla sua esperienza e al suo distacco di medico. Dobbiamo occuparci di Sandra, disse. 
Jule si lasci sfuggire un sospiro. Pareva sollevata, anche se Jesse non capiva bene perch. 
Fai venire un'ambulanza anche per te, disse lei indicando la ferita sul suo fianco. 
Che ambulanza? Dobbiamo portare Sandra fuori sul balcone.

12. Berlino - Luned, 7 gennaio 2013, ore 20,58. 

Tutto il sollievo di Jule and in frantumi in un batter d'occhio. Jesse era andato completamente fuori di testa? Oppure lei ci aveva visto giusto fin dall'inizio? Vuoi lasciarla qui? Sul balcone?. 
Jesse si pass la mano tra i corti capelli biondi. Le dita gli tremavano, la sua voce invece era dura e distaccata. Non abbiamo scelta. 
Non c' nessun noi. 
Okay, parlo per me. Non ho scelta. 
Ma perch, Jesse?  tua moglie, cio, lo era. Separazione a parte. 
Non c'entra niente. Se la lascio qui, tra un paio di giorni si sentir l'odore sul pianerottolo e qualcuno chiamer la polizia. Il balcone  esposto a nord, in questo periodo sar sempre ghiacciato. 
Jule rimase a bocca aperta. Vuoi congelarla? 
 morta, Jule. Non sente pi nulla e non pu aiutarci. Anzi, pu solo danneggiarci. Sai che l'ho amata. Ma non appena la polizia la trover, comincer a fare domande. Anche su Isa. 
Davvero non capisco come fai a metterla in questi termini. 
Non  una questione di decenza o di morale. C' in gioco la vita di Isa. Anche Sandra la vedrebbe cos. Fallo per lei. 
Jule scosse la testa. 
L'avvolgiamo nel tappeto e.... 
Non noi. Tu!. 
Jesse annu brevemente, in un modo che a Jule diede i brividi. Stava cambiando davanti ai suoi occhi. Non era mai stato una persona fredda. Magari un po' dissociata, un aspetto che spesso aveva portato Sandra sull'orlo della disperazione. Ma Jule aveva sempre avuto l'impressione che fosse capace di provare empatia, anche se magari a volte non lo dava a vedere. Altrimenti come poteva fare il pediatra? Adesso invece era assente e chiuso in se stesso. Gelido. Persino il modo in cui parlava era brusco e privo di qualsiasi emozione. 
Jesse la fiss con sguardo penetrante. Se Isa fosse tua figlia non faresti qualsiasi cosa per ritrovarla?. 
Lei annu quasi senza accorgersene e sent un groppo in gola. Proprio per questo chiamerei la polizia. 
Jesse annu in modo rigido, come se non si fosse aspettato un'altra risposta. Le sue labbra erano una linea pallida sul viso cinereo. A Jule torn in mente una fotografia di suo fratello, di prima che entrasse in polizia, ai tempi del servizio militare. Capelli corti, espressione severa, postura militaresca. Jesse aveva lo stesso atteggiamento. Il medico pediatra era sparito dietro quella facciata. 
Vieni con me. Jesse l'afferr per l'avambraccio destro, con forza, ma senza essere violento. Lei tent di divincolarsi, ma non fu in grado di opporre resistenza. Lui la spinse nel bagno, poi and alla finestra e la sbarr. Infine sfil le chiavi dalla serratura della porta e la chiuse dentro. 
Jule si sedette sul gabinetto. Le tremavano le gambe. Sent Jesse al lavoro nel salotto. Metallo che sfregava sul pavimento, schegge che cadevano. Poi, poco dopo, il rumore di qualcosa che veniva trascinato e il respiro corto di Jesse. Lo sguardo di Jule si pos sul doppio lavandino: asciugamani piegati accuratamente, profumo, due spazzolini. Uno pi grande, l'altro piccolo e colorato. Chiuse gli occhi. I suoni che sentiva proiettavano nella sua mente immagini insopportabili. Una portafinestra che scorreva. Di nuovo rumore di trascinamento. Jesse che ansimava. Il tonfo dei suoi passi. Jule si copr le orecchie con le mani, in modo da sentire soltanto il ritmo del proprio battito cardiaco. Quando abbass le braccia era tornato il silenzio. 
Un gran silenzio. 
Aveva intenzione di lasciarla rinchiusa l dentro? 
Tent di ricordare entro quanti giorni Leon sarebbe tornato da Chicago. Forse quel weekend? O quello dopo? Tipico, fu il pensiero successivo. La prima cosa che sperava era che arrivasse qualcuno a tirarla fuori di l. Lo sguardo le cadde sullo spazzolone del bagno nel suo contenitore di ceramica bianca. Pulito e molto caro, come tutto quanto a casa di Sandra. La pulizia era dovuta a lei, gli oggetti costosi a Leon. Quell'affare forse era abbastanza pesante da permetterle di rompere il vetro della finestra. A quel punto avrebbe potuto chiamare aiuto. 
Il rumore della chiave che girava nella serratura pose fine al suo piano di emergenza. Il volto di Jesse era severo e tirato, come se avesse appena perso una battaglia contro un avversario molto pi forte. Si era infilato dei guanti verdi per lavare i piatti e nella mano sinistra stringeva un sacco della spazzatura pieno. 
Al posto del camice adesso indossava un parka nero con il collo di pelliccia, un maglione nero nuovo con lo scollo a V e una camicia piuttosto raffinata, nera anche quella. Tutti i vestiti provenivano evidentemente dall'armadio di Leon, compresi i jeans blu scuro e gli stivali pesanti e alla moda. Del Grande Puffo di Isa erano rimasti solo i jeans. Per il resto Jesse si era trasformato nell'Uomo Nero. 
Andiamo. 
Che vuol dire? Dove? 
A cercare Isa. Dovremo fare un piccolo viaggio nel tempo. Ci sono un po' di cose che devo chiarire. 
E la ferita?. Jule indic il suo fianco, sperando di guadagnare tempo. 
In macchina c' la mia borsa da medico. 
Io non vengo. 
S che vieni. 
E come farai a impedirmi di scappare?. 
Jesse tir fuori due strisce di plastica bianca rigida dalla tasca interna della giacca. Fascette reggicavi. Le due stringhe sottili spuntavano fuori come due frecce dal suo pugno rivestito di verde. 
Jule si ribell al pensiero di essere costretta ad andare con lui. Ma aveva forse scelta? Jesse era pi alto di lei di tutta la testa, e pi robusto. Non era in grado di opporgli resistenza. In pi, sembrava piuttosto determinato. Mentre lei era chiusa in bagno, nella sua testa doveva essere scattato qualcosa. Jule si alz lentamente, sentendo le gambe molli, e indic le fascette. Non farai una gran bella impressione a trascinarmi fuori dall'ingresso con quelle. 
Rester accanto a te, perci non provare a scappare. 
Potrei gridare. 
Se la polizia viene a sapere qualcosa, Isa morir. 
Forse invece morir proprio perch tu non chiami la polizia. 
Jesse la ignor e lanci un'occhiata nel corridoio. Raccolse qualcosa dal pavimento, forse le chiavi dell'auto nuova di Sandra. Corrug la fronte. Che macchina hai? 
Io? Una Fiat. Perch? 
E queste allora di chi sono?. Si rigir il dispositivo automatico nero, nuovo di zecca, tra pollice e indice. 
Sandra aveva detto a Jule che Jesse aveva un debole per la vecchia Kombi. Il fatto che l'avesse comunque lasciata a Sandra era molto significativo. A un certo punto per Sandra si era stufata di quel catorcio, cos lo chiamava lei, e aveva accettato l'offerta di Leon di cambiare la vecchia Volvo con un nuovo modello. A quanto pareva non aveva detto nulla a Jesse. Credo che siano di Sandra. 
Jesse serr le labbra. Infil le chiavi in tasca e la scrut, esaminandola da cima a fondo. Dammi le mani, disse in tono meccanico. 

13. Berlino - Luned, 7 gennaio 2013, ore 21,49. 

Jesse apr il portone. L'aria fredda lo invest subito, come se volesse riempire il vuoto nella tromba delle scale, grande quanto quello che sentiva nel petto. I fiocchi di neve turbinavano illuminati dalla lampada appesa sopra la soglia dell'ingresso. 
Spinse Jule in avanti. Le aveva coperto i polsi legati con una giacca di Leon e poi le aveva avvolto le spalle nel cappotto. Jule rabbrivid e alz lo sguardo verso il cielo grigiastro e striato di arancione. Sotto la luce dei lampioni, la bufera di neve che infuriava in Hildegardstrasse assumeva quasi l'aspetto di una nube tossica. Le auto parcheggiate, l'asfalto e le aiuole erano sommerse da una coltre di neve fresca che si stendeva a perdita d'occhio. Il senso di vuoto nel petto di Jesse parve aumentare. 
Premette il pulsante di apertura della macchina di Sandra. A una ventina di metri di distanza vide la luce dei fari balenare sotto un cumulo di neve. Dalla sagoma poteva trattarsi di una Kombi. Si avvicinarono e Jesse ripul l'angolo posteriore della macchina per leggere il modello. V70, Cross Country. Una station wagon a trazione integrale. 
Jesse spazz via la neve dalla portiera del passeggero, l'apr e fece sedere Jule sul sedile di pelle che odorava di auto nuova. Poi si chin per allacciarle la cintura di sicurezza. La ferita sul fianco gli bruciava. Tutto a un tratto il profumo di Jule gli si insinu nelle narici e il suo respiro gli sfior l'orecchio. Afferr rapidamente un'altra fascetta e la us per assicurare alla cintura, all'altezza della pancia, quelle che lei aveva intorno ai polsi. Poi infil dietro il sedile il sacco della spazzatura con i suoi vestiti insanguinati. 
Aspetta qui, disse. 
Un paio di minuti pi tardi ritorn con la borsa da medico e due coperte prese dal bagagliaio della sua auto. Us entrambe le mani per liberare il parabrezza della Cross Country dalla neve. Poi tir fuori dalla borsa bende e medicinali, si sedette al posto del guidatore e abbass completamente il sedile all'indietro, in modo da avere pi spazio per muoversi. 
Per prima cosa strapp via il cerotto troppo piccolo che aveva applicato provvisoriamente sul taglio. I lembi della ferita erano leggermente gonfi. Jesse fu contento di sentire il bruciore del disinfettante. Il dolore era sempre meglio fuori che dentro. Mentre versava la mepivacaina nella ferita gli torn in mente Marta. Grazie a lei non aveva n patente n soldi. Senza aspettare che l'anestetico facesse effetto sutur la ferita con sei punti. Nonostante fosse un'operazione di routine, le mani gli tremarono. Applic una compressa di garza sterile sulla ferita, poi un cerotto, e infine si assicur una fasciatura intorno alla vita. Jule tenne per tutto il tempo gli occhi fissi fuori dal finestrino, per evitare di guardarlo. Notando il suo atteggiamento, Jesse si chiese come mai non fosse svenuta alla vista di Sandra. Sarebbe stato tutto pi facile. 
Mentre Jesse avviava il motore e accendeva il riscaldamento, Jule torn a guardare davanti a s. Dove andiamo?. 
Jesse non rispose e tent di concentrarsi sul display del navigatore. Quel maledetto affare era un modello di nuova generazione rispetto a quello della Volvo cui era abituato, ed era anche di una generazione pi complicata, piena di funzioni speciali che nessuno era in grado di capire. 
Visto che sono costretta ad accompagnarti, potresti anche.... Jule si interruppe e rimase in silenzio quando vide le prime lettere che Jesse aveva digitato nel campo destinazione. Garmisch-Partenkirchen? Vuoi andare a Adlershof?. 
Lui annu. Selezion il percorso che passava per Monaco. Non ritenne necessario inserire il luogo preciso, una volta arrivato da quelle parti era in grado di orientarsi da solo. Per qualche motivo per, sullo schermo del navigatore comparve l'indirizzo completo dell'istituto. Jesse rimase sorpreso. Adlers-Au 1. Ma che diavolo...? 
Ma  nel bel mezzo delle Alpi, disse Jule sbalordita. 
Jesse ignor le sue proteste. Era occupato a riflettere sul fatto che se il navigatore aveva in memoria l'indirizzo dell'istituto, il motivo poteva essere uno solo. Sandra doveva esserci tornata. Quanto tempo fa ha comprato la macchina Sandra? 
Come? 
La macchina. Da quanto tempo ce l'ha Sandra? 
Io, be', non lo so. Un mese, un mese e mezzo. 
Sai se di recente  stata a Adlershof? 
Sandra? No. Perch avrebbe dovuto? 
Esatto, perch?, mormor Jesse. Per quel che ne sapeva, Sandra non era mai pi tornata a Adlershof. Era l'ultimo posto al mondo dove sarebbe andata, se avesse potuto scegliere. D'un tratto a Jesse torn in mente la conversazione di quella mattina, quando aveva riportato Isa a casa. Sandra aveva nominato Markus e lui aveva avuto l'impressione che ci avesse parlato di recente. Una ragione in pi, disse a bassa voce. 
Una ragione in pi per cosa? Che stai dicendo?. 
Jesse prese due pillole di antidolorifico dal blister che aveva tirato fuori dalla borsa e le inghiott senz'acqua. Poi riport su il sedile. I tergicristalli spazzarono di lato la neve rimasta. 
Jesse, maledizione! Sono quasi novecento chilometri!. 
Seicentosettantadue secondo il navigatore. 
E tu vuoi partire adesso, e con questo tempo, per un viaggio di settecento chilometri?. 
Jesse mise la freccia. La Volvo usc dal parcheggio con le ruote che scricchiolavano sulla neve. 
Jesse,  una follia. Cosa vuoi fare l? 
Devo parlare con Artur. E con Markus. 
Chi  Artur? 
Il direttore dell'istituto. Cio, lo era. Adesso  il figlio a dirigerlo. 
Be', direttore o no, che ci stanno a fare i telefoni? 
Tra cento metri girare a sinistra, annunci dall'altoparlante la voce femminile del navigatore. Jesse lanci un'occhiata all'indicatore della benzina. Meno di met serbatoio. Merda. 
Per i cinque minuti successivi regn un silenzio gelido, fatta eccezione per la voce monotona e assurdamente gentile del navigatore. Alla fine Jule non ce la fece pi. Santo cielo, Jesse! Almeno rispondimi, visto che mi hai rapita. Perch stiamo andando l? Perch non puoi semplicemente telefonargli?. 
Rapita. Quella parola infastid Jesse e non gli parve affatto appropriata. O invece lo era? Decise di smettere di pensarci. Perch Artur non risponde, disse, e Markus mi attaccherebbe il telefono in faccia. 
E se chiamassi io?, propose Jule. Potrei pregarlo di parlare con te. 
Diceva sul serio? Voleva davvero aiutarlo o era solo una scusa per tentare di chiamare i soccorsi? Mentre ci rifletteva si accorse di avere quasi superato l'uscita dell'autostrada e svolt bruscamente a destra. La Cross Country slitt, ma poi si riprese e Jesse acceler leggermente per imboccare l'A100. La bufera di neve metteva a dura prova i suoi occhi gi affaticati. Con la coda dell'occhio vide Jule tastare di nascosto le fascette reggicavi. Il viaggio fino a Adlershof doveva sembrarle un'idea folle. 
Ma doveva andarci. Doveva parlare di persona con Artur e con Markus. Se si fosse trattato di ottenere delle informazioni precise, forse l'idea di Jule avrebbe anche potuto funzionare. E in realt aveva provato a telefonare ad Artur. Ma c'era qualcosa di pi. E se lui e Markus non fossero stati affatto pari? Voleva, anzi no, doveva parlargli guardandolo in faccia. Doveva avere davanti i suoi occhi neri come la pece e la bocca storta, sempre rivolti verso direzioni opposte, come se non fossero mai dello stesso parere. E c'era anche Richard. E tutto ci che Artur gli aveva sempre taciuto. 
Jesse, ma mi stai ascoltando? 
No, rispose lui. Doveva pur fare qualcosa per tentare di trovare Isa. Sarebbe andato anche all'inferno pur di riuscirci.

14. 1979, Garmisch-Partenkirchen. 

Le due colonne bianche di pietra e i battenti spalancati gli ricordavano in qualche modo un angelo, solo che gli angeli non avevano le ali nere. A quanto pareva non c'era nessun tipo di recinzione. Solo quel cancello in mezzo alla strada. 
La signora Wisselsmeier dei servizi sociali ansimava come se avesse appena scalato a piedi tutta la montagna. Aveva le labbra sottili e il seno le era calato fino alla pancia. Ruot il volante della Opel Kadett con le sue dita corte, oltrepassando il cancello, e lui vide l'istituto per la prima volta. Pareva spuntare fuori dalla collina man mano che si avvicinavano. 
Aveva appena compiuto undici anni, credeva che non avrebbe mai pi rivisto suo padre e non sapeva come sentirsi a riguardo, se sollevato o disperato. 
Gli era rimasto solo suo padre. E tutto quello che non andava in lui dipendeva da come erano andate male le cose quella volta, tanti anni prima, a Kiel. 
All'epoca aveva appena compiuto tre anni, ma si ricordava di alcuni istanti, come se fossero fotografie. O cartoline, come quelle dell'espositore nel negozio di souvenir. Una ritraeva suo padre con indosso l'uniforme bianca, raggiante, il giorno che l'aveva visto per la prima volta. 
Anni dopo suo padre gli aveva raccontato che lui aveva cominciato a saltare di qua e di l, pazzo di gioia, continuando a chiamarlo: Herman, Herman, Herman! Solo che all'epoca non sapeva pronunciare bene la R. 
Di questo non si ricordava. Ma se era stato suo padre a raccontarlo, allora doveva essere vero. E negli anni successivi suo padre, Herman, gli aveva raccontato tantissime cose. 
Era capitano di una nave, la Helgoland, una nave da crociera trasformata in nave ospedale. I cinque anni prima del suo ritorno a Kiel li aveva trascorsi a bordo della Helgoland navigando sul Mar cinese meridionale, gettando l'ancora davanti Saigon, oppure a Da Nang, per occuparsi dei feriti della guerra in Vietnam per conto del governo della Germania federale. Ed era a bordo della nave che aveva conosciuto Gudrun, sua madre. Anche lei era un medico, ma quando aveva scoperto di essere incinta era dovuta sbarcare. 
Anche di sua madre aveva dei ricordi-cartolina. Lei sdraiata prona su un prato, con indosso un vestito verde chiaro, che si sorreggeva la testa con le mani e sorrideva con i suoi luminosi occhi azzurri. Guardarla negli occhi era come guardare il cielo. 
Ma c'era sempre qualcuno accanto a lei. Wilbert si era insinuato piano piano nella sua vita. Lo zio Wilbert, un gigante con le mani grosse come pale e una cicatrice sul dorso della destra. Poi suo padre era ritornato dal Vietnam ed era accaduta la catastrofe. 
Persino adesso poteva sentire gli spari rimbombargli nelle orecchie. E aveva ancora davanti agli occhi l'immagine di Wilbert che scappava con la pistola di suo padre. La cicatrice sulla mano sembrava un simbolo malvagio. 
Lui aveva assistito a tutto quanto in silenzio. Suo padre aveva steso il suo cappotto marrone sopra sua madre come un lenzuolo, per non fargli vedere gli occhi e il sangue. Da sotto il cappotto sporgevano le gambe e anche un braccio, come se lei volesse afferrare qualcosa. Era una cartolina anche quella. 
Poi era arrivata la polizia. 
Wilbert aveva distrutto la sua famiglia, gli aveva sempre ripetuto il padre. Wilbert non sopportava che Gudrun non lo amasse come invece amava lui. 
Ma dov'era andato suo fratello? 
Via, rispondeva suo padre. Non aveva pi nessun fratello. 
Da quel momento erano rimasti soli. Lui e suo padre. Solo che suo padre assomigliava sempre meno all'uomo raggiante della cartolina. Ogni anno che passava, lui odiava sempre di pi suo zio. Per colpa di Wilbert sua madre era morta e suo padre non era pi lo stesso, e per colpa sua adesso, a undici anni, lui era costretto ad andare l, all'istituto di Adlershof, accompagnato da quella grassona della signora Wisselsmeier. 
Artur Messner li aspettava nell'atrio. Aveva i capelli neri e lunghi, pettinati all'indietro fino a toccare il colletto della camicia. I suoi occhi erano grigio-blu e la sua mano molliccia. Tutt'altra cosa rispetto all'energica stretta di mano di suo padre. O forse Messner non gliel'aveva stretta di proposito? Lo considerava un pappamolla? Forse quel Messner neanche ce lo voleva, l. I figli degli alcolizzati creavano troppi problemi. Certo, la signora Wisselsmeier aveva visto davvero un bel quadretto: l'appartamento semivuoto di due stanze sulla Kronaustrasse, a Garmisch, il frigorifero pieno di biscotti e uova strapazzate vecchie di tre giorni, e in salotto la stampella con appesa l'uniforme da capitano, che scintillava alla luce della lampadina. 
Erano passati tre mesi da quando l'aveva sfilata da quella stampella, un sabato. Voleva solo provarla, anche se sapeva di essere ancora troppo piccolo. Ma era una buona occasione. Verso l'una, poco dopo essersi alzato, suo padre era sparito nel bagno. Di solito ci restava almeno un'ora. 
Quella volta invece no. 
Suo padre aveva una specie di fiuto che gli permetteva di capire se qualcuno stava facendo qualcosa di proibito. Non appena lui si era infilato la giacca, la porta si era aperta. Lo sguardo di suo padre si era posato subito sull'uniforme, che lui non riusciva nemmeno a riempire con le sue spallucce magre. Come hai osato?, aveva sibilato. 
Era meglio restare zitto, lasciarlo parlare. 
Bisogna guadagnarsela quella giacca, pensi di averlo fatto?. 
No, non l'aveva fatto. 
 questa la cosa peggiore. Che tu sei cos. 
Lui aveva deglutito, sentendo un sapore amaro. Sapeva cosa intendeva suo padre. Avrebbe voluto essere diverso, migliore, pi degno di essere amato. Una versione alternativa di se stesso. Una specie di fratello migliore, come diceva sempre suo padre. 
Forse tuo fratello sar capace di guadagnarsi il diritto di indossarla, un giorno. E avrebbe la decenza di chiedermi il permesso! Ripassiamo la lezione: cos' che devi fare? 
Prendere lui a esempio, si era sforzato di rispondere. 
E chi  che pu dirti come si comporterebbe tuo fratello? 
Tu, pap. 
E chi devi ascoltare? 
Te, aveva risposto in automatico. Odiava quel fratello. Non c'era, non in carne e ossa, eppure era come se vivesse con loro nell'appartamento. Invisibile, migliore di lui, il preferito del padre. A volte desiderava che suo fratello fosse davvero l con loro, anche solo per un giorno. L'avrebbe picchiato, gli avrebbe fatto vedere chi era veramente il migliore. 
Come punizione era dovuto restare in piedi con la faccia rivolta verso la parete e le braccia sollevate in alto. Se le riabbassava, si beccava un ceffone di avvertimento sulla testa o un colpo ai reni. Dopo pochi minuti il dolore alle braccia era diventato cos insopportabile che lui si era rassegnato alle botte. A quel punto suo padre gli aveva risparmiato la punizione delle braccia. Per doveva restare l fermo, senza muoversi. Nel pomeriggio lui era tornato in bagno e aveva lasciato la porta aperta. Il rumore della sua pisciata era risuonato per tutto il corridoio e la sua vescica aveva cominciato a bruciare, soprattutto mentre suo padre si lavava le mani. Ci aveva impiegato pi tempo del solito. 
Lui per non aveva ceduto, non si era abbassato a chiedergli il permesso. Tanto sapeva quale sarebbe stata la risposta: che suo fratello non avrebbe mai fatto una domanda cos stupida. 
E quindi era meglio lottare. 
Mezz'ora pi tardi qualcuno aveva suonato alla porta. Le gambe gli tremavano. 
Resta l, aveva brontolato suo padre. E tanto per cambiare, alza di nuovo le braccia. 
Era tutto normale, voleva sempre essere lasciato in pace quando riceveva visite. Ma quella faccenda dell'uniforme aveva cambiato tutto. Sulla porta aveva sentito ridere una donna, non era la stessa dell'ultima volta. Il suono per era uguale. Un suono sporco. Una risata pulita sarebbe stata fuori luogo in quel posto. 
Avrebbe voluto tapparsi le orecchie. Ma suo padre non gliel'avrebbe permesso. Perci aveva ascoltato il rumore delle sculacciate e la donna che gridava. Non sapeva mai se lo faceva per stare al gioco o se provava davvero dolore, come lui. 
Alla fine non ce l'aveva pi fatta a trattenersi. La cosa peggiore non era essersi bagnato, ma il pensiero che lui e lei potessero vederlo l, in piedi, uno spaventapasseri con i pantaloni bagnati che ogni tanto provava a barare al gioco delle braccia alzate. 
Alle sue spalle continuava a sentire le sculacciate. E le grida. E i gemiti. 
A giudicare dal suono della bottiglia che veniva alzata e riappoggiata continuamente, suo padre aveva bevuto per tutto il tempo. Poi le grida lasciarono il posto a un urlo acuto. E a un tonfo improvviso, seguito dal rumore di vetro infranto. Aveva osato voltarsi a guardare. 
Suo padre era per met a terra e per met sul materasso, circondato da schegge di vetro. 
Stava fissando la donna, confuso. Le era colato il trucco intorno agli occhi e lei tirava su con il naso, immobile. Poi si era messa a frugare nei pantaloni di suo padre, aveva tirato fuori un paio di banconote e raccolto le sue cose. Era passata di corsa davanti a lui, china e nuda, con il fagotto dei vestiti sottobraccio, ed era uscita dalla porta. 
Lui intanto era rimasto in piedi, dondolando leggermente, sempre con le braccia alzate e doloranti. Sulla testa di suo padre, tra i capelli, si allargava una macchia rossa. Non si muoveva. Poi alla fine aveva tossito, aveva portato una mano alla nuca e si era alzato a fatica. 
Aveva incrociato il suo sguardo. Che ci fai ancora l in piedi? Tuo fratello sarebbe gi venuto ad aiutarmi. 
Lui aveva sussultato. Si era sentito di nuovo cattivo e stupido per colpa di quel maledetto fratello. Suo padre era l sdraiato, sanguinante, e lui invece di aiutarlo ne era quasi felice. Suo padre forse l'aveva notato, perch aveva cominciato a inveire contro di lui: Vedi di sparire!. 
E lui era sparito nell'altra stanza. 
E non cambiarti i pantaloni, mi hai sentito?. 
Certo che l'aveva sentito. 
Per aveva evitato di sdraiarsi sul materasso. Il materasso era il suo rifugio e lui non voleva che puzzasse. Seduto sul pavimento di linoleum, fissava il soffitto e pensava a quella donna. Era nuda. Suo padre era pi forte di lei. Era forte come un soldato. Con le mani grandi, grandi quasi come quelle di Wilbert, lo stronzo. Ma quella donna aveva aspettato il momento buono e l'aveva sconfitto. Prima non ci era mai riuscito nessuno. 
Il cavallo dei pantaloni bagnati gli si era incollato alla pelle e puzzava. 
L'aveva sconfitto, aveva riflettuto di nuovo. 
Se ci era riuscita lei, forse poteva farcela anche lui. Sconfiggerlo. 
Poco dopo si era alzato. Si era cambiato i pantaloni ed era andato in bagno a lavarsi mentre suo padre dormiva. 
Poi si era sdraiato sul materasso. La coperta da quattro soldi gli graffiava la pelle nuda. Aveva guardato fuori dalla finestra, che il giorno prima aveva dovuto pulire. La luna era un cerchio chiaro, sembrava che qualcuno avesse aperto un buco nelle tenebre e rivelato il regno della luce che coprivano. 
Dove non c'erano fratelli.

15. A9, dopo l'uscita per Jena - Marted, 8 gennaio 2013, ore 00,52.
 
Jesse teneva lo sguardo fisso sul parabrezza. I fiocchi di neve emergevano dal nulla e si lanciavano contro di loro, balenando alla luce dei fari e poi vorticando a lato dell'auto. Il tachimetro indicava centocinque chilometri orari, il serbatoio era in riserva. Scosse la testa per risvegliarsi, ma era decisamente sfinito. 
Perci abbass il finestrino. 
L'aria gelida penetr nell'abitacolo e gli aggred il viso. La violenta corrente d'aria fece sussultare Jule, che era sprofondata nel suo sedile, anche lei sfinita. Jesse percep il suo sguardo su di lui, ma fu contento che non commentasse. Un paio di fiocchi di neve penetrarono all'interno. La nevicata nel frattempo era aumentata d'intensit. Berlino ormai era a circa trecento chilometri di distanza. Sulla destra comparve per un attimo un cartello blu con l'indicazione di una stazione di rifornimento. 
Jesse mise la freccia. 
Che fai? 
Secondo te?. Fren e si spost sulla corsia d'uscita ricoperta di neve. La stazione di servizio sembrava una nave rompighiaccio in mezzo all'Artide, il tetto era una luminosa striscia blu, e tutto quello che c'era sotto era illuminato da luci abbaglianti. Intorno ai lampioni danzavano fiocchi di neve scintillanti. Jesse accost vicino alla pompa di benzina, subito prima dell'ingresso del negozio, e prese a fissare con diffidenza una BMW grigio argento il cui proprietario stava facendo rifornimento. A parte lui, a quell'ora l non si vedeva in giro nessun altro. 
Devo andare in bagno, disse Jule. 
Adesso ci penso io. Resta in macchina. Tutto a un tratto realizz di non avere carte di credito n contanti. Hai il portafogli?. 
Lei lo fiss incredula, poi sospettosa. 
Marta mi ha rubato il mio. 
Marta?. Jule ci mise qualche istante a processare l'informazione. E comunque non sembr crederci. 
Te lo racconto dopo. Ce l'hai il portafogli oppure no?. 
Lei riflett ancora un momento. 
Devo perquisirti?. 
Jule sospir. Tasca interna, a sinistra. 
Jesse afferr il suo cappotto. Jule non guard mentre prendeva il portafogli. Aveva le lacrime agli occhi e a Jesse dispiaceva per lei. Ma aveva forse scelta? Nel portafogli di cuoio color caff c'erano quasi duecento euro. Almeno per il momento non avrebbe dovuto chiederle il PIN del suo bancomat. 
Potresti almeno togliermi questi affari di plastica? Ho le spalle in tensione da ore e mi fanno male i polsi. 
Tra poco, rispose lui, pi bruscamente di quanto avesse voluto. 
Infil la pompa nel serbatoio e cominci a far scorrere la benzina. L'odore pungente gli penetr nelle narici. Gli vennero in mente le immagini di bambini dagli occhi vitrei, con le vie respiratorie infiammate. Sniffavano benzina per dimenticarsi di tutto quello che avevano intorno. Quando era stato dalle parti di Nyala, la capitale del Darfur meridionale, con Medici senza Frontiere, aveva visto scene del genere tutti i giorni. 
Aspett che la BMW se ne andasse, poi entr nel negozio, dando prima un'occhiata a Jule. Il cassiere era un cinquantenne magro, curiosamente di buon umore e incline alla chiacchiera. Senza assecondarlo, Jesse pag il pieno, poi aggiunse due caff, panini, barrette di cioccolata e un paio di bottiglie di Coca Cola e se la cav cos. 
Quando lo vide riavviare il motore, Jule protest. 
Aspetta, rispose lui. Non qui. 
Port la Cross Country fuori dall'area illuminata ed entr nel parcheggio alle spalle della stazione. Dopo meno di cento metri si ferm sotto un lampione fuori uso. Jule fiss scoraggiata la piccola striscia di boscaglia accanto al lato del passeggero. 
Se ci sbrighiamo il caff sar ancora caldo, disse Jesse. 
E secondo te come faccio io a berlo?, disse agitando le mani. Jesse scese dall'auto, apr la portiera del passeggero e con le forbici per le fasciature tagli le fascette di plastica. 
Grazie, sospir Jule. Hai dei fazzoletti?. 
Senza neanche pensarci, Jesse apr lo scomparto dei guanti. Dentro c'era un pacchetto di Tempo e lui sent una fitta nel petto. Sandra teneva sempre dei fazzoletti in macchina. 
Si inoltrarono insieme nel buio, tra alberi e cespugli. Jule si allontan verso sinistra e lui la lasci fare. Solo quando lei giunse a una decina di metri di distanza e divenne difficile intravederla tra i cespugli si sent in diritto di gridarle: Ehi, non cos lontano. 
Vuoi venire a guardare? 
Voglio solo tenerti d'occhio, tutto qui. 
 la stessa cosa. 
Non esagerare.  buio e ci sono gli alberi. 
Ah, e come mai nonostante il buio e gli alberi riesco lo stesso a vedere che mi stai fissando?. 
Per la prima volta da ore Jesse non riusc a evitare di sorridere. Ma lo fece sentire a disagio. Quella situazione era assurdamente familiare. N a Sandra n a Isa piacevano i bagni delle stazioni di servizio. Avevano sempre considerato cespugli e boscaglia un'alternativa migliore. Era una specie di protocollo igienico di emergenza, che comprendeva anche i fazzoletti da tenere in macchina. Se hai intenzione di continuare a chiacchierare sar costretto a venirti a prendere, grid. 
Poi si volt e slacci i pantaloni. L'urina calda affond nella neve e prese a colare verso di lui, illuminata dalla luce fioca. Vedeva le dita dei piedi premere sotto il cuoio delle scarpe. Erano almeno un numero e mezzo in meno del suo. Sandra aveva sempre detto che gli uomini con i piedi piccoli non le piacevano. Che cadevano con troppa facilit. Jesse tir su in fretta i jeans. Jule?. 
Tra i cespugli regnava il silenzio. 
Socchiuse gli occhi e scrut nella penombra. Rami neri e terreno bianco di neve, che la luce fioca della stazione di servizio rendeva quasi bluastro. 
Jule!. 
Di nuovo nessuna risposta. In lontananza sent un tonfo metallico attutito. Allarmato, Jesse corse nella direzione in cui si era allontanata Jule poco prima. I rami gli frustarono il viso, la neve dura scricchiol sotto le sue scarpe. Nel punto in cui lei si era fermata la neve era compatta. Le sue impronte andavano in direzione opposta alla stazione di servizio. Da quella parte arrivava un'altra luce, che filtrava tra l'intrico dei rami. A quanto pareva c'era un altro parcheggio. 
Jule!. 
Jesse cominci a correre, chinandosi leggermente in avanti e tenendo le braccia incrociate davanti al viso per proteggersi. Tutto a un tratto si lasci gli alberi alle spalle e inciamp sul bordo di un marciapiede nascosto dalla neve. Di fronte a lui si stendeva un ampio parcheggio. La neve aveva reso irriconoscibili i segnali interni, solo alcuni cartelli che indicavano le postazioni per i camion riuscivano ancora a spuntare fuori dalla coltre bianca. Illuminati dai lampioni, i fiocchi di neve turbinavano intorno a una dozzina di camion fermi, con i tettucci bianchi e scintillanti. Jule era accanto al primo della fila, a circa una trentina di metri di distanza, e batteva la mano sulla portiera dalla parte dell'autista. Dentro l'abitacolo si accese una luce e al di l del vetro comparve un viso. 
Jesse corse pi veloce che pot. Il camionista, un tipo grosso quanto un orso, apr la portiera e si strofin gli occhi mentre fissava la donna davanti a lui che gesticolava selvaggiamente. 
Jule!. 
Lei si volt. Anche il camionista guard nella stessa direzione. Scese gi dall'abitacolo e si piazz accanto a Jule con tutta la sua stazza, proprio mentre Jesse li raggiungeva. 
Maledizione, ma che ci fai qui?, ansim lui, tentando di afferrarle un braccio. 
Lasciami. I suoi occhi verdi scintillavano fieri e sicuri di averla vinta. Se non si fosse fatto venire in mente subito qualcosa avrebbe perso Jule, nel giro di poco avrebbe avuto la polizia alle calcagna e la vita di Isa sarebbe stata in grave pericolo. Il camionista lo scrutava dall'alto in basso con un'espressione truce. Jesse stim che fosse prossimo alla quarantina. Aveva i capelli lisci e dallo sguardo non era chiaro se avesse bevuto. Sotto il petto imponente sporgeva una pancia notevole, e i suoi bicipiti avevano pressappoco la stessa circonferenza delle cosce di Jesse. Era difficile dire se fosse tutto grasso oppure muscoli. 
La prego!, lo supplic Jule, mi porti con lei. 
Jesse si sforz di sorridere e ammicc al camionista. Mi scusi, mia moglie a volte  un po'.... Rote l'indice accanto alla tempia. ...Ecco, ha dimenticato di prendere le sue pillole. Porse la mano a Jule. Tesoro, ti prego. Andiamo.  per il tuo bene. 
La prego, non gli creda!. 
L'uomo continuava a spostare lo sguardo tra lui e lei con diffidenza. Irrigid la mascella, era come se quella situazione fosse un po' troppo per lui. Co sie dzieje?. 
Jesse sent un peso scivolargli dal petto. Quel tipo non parlava tedesco! 
Do you speak English?, gli chiese Jule. 
Il gigante scosse la testa. Polska. 
La prego, please! Mi aiuti. Jule si tir su le maniche e mostr con aria sofferente i polsi. Il polacco corrug la fronte quando vide i segni delle fascette. 
Jule, ti prego, non lo fare. 
L'uomo si volt verso Jesse con aria truce. Odejdz!. 
Alle sue spalle, Jule si arrampic nell'abitacolo. Il polacco colp con violenza Jesse sul petto, spingendolo lontano dal camion. Aveva mani grosse come pale e i fiocchi di neve gli vorticavano intorno, sembrava quasi che fosse circondato da un campo di forza. Jule, parliamone un attimo. Ti prego, ti stai sbagliando! Qui non si tratta di te o di me. Si tratta di Isa. 
Dammi una ragione sensata per cui dovrei continuare a seguirti in questa follia. 
Te l'ho detto: Isa. 
Avresti dovuto chiamare la polizia ore fa. 
Policja?, chiese il polacco, colpendo di nuovo Jesse sul petto. 
Dammi una possibilit, maledizione. E se avessi ragione?. 
Jule tent di guardare Jesse al di sopra della spalla del polacco. Mi hai legata e mi hai rapita. 
Ma che scelta avevo?, grid Jesse. A ogni sua frase il polacco pareva sempre pi arrabbiato. 
E a che serve andare fino a Adlershof? Credi davvero che lei sia l? 
No... non lo so. Forse. Sei stata tu a dirlo. Hai detto che questa cosa aveva a che fare con il mio passato. Ma io non me lo ricordo. Ecco perch devo andare. Se riesco a capire il motivo, allora sapr anche chi l'ha rapita. Le rivolse un cenno con la mano. Vieni, ti prego. 
Odejdz!. Il polacco scost con violenza la mano di Jesse. Jesse indietreggi ancora, mentre lui avanzava. I fiocchi di neve si posavano sui suoi capelli unti. 
E se tutto questo non avesse niente a che fare con Adlershof? 
Non  cos. E tu lo sai! Hai solo paura. E poi c' un'altra cosa, disse Jesse, sporgendosi in avanti per poter vedere meglio Jule. Sandra ci  andata di recente. 
Jule rimase in silenzio per un istante e parve riflettere. E tu come fai saperlo? 
C'era gi l'indirizzo di Adlershof nel navigatore. L'indirizzo esatto. Deve averlo inserito lei. Credo che abbia parlato con Markus. Ieri mattina, quando le ho riportato Isa, ha fatto un commento in proposito. Sul momento non l'avevo capito, ma.... 
Senza alcun preavviso il polacco lo colp con un pugno allo stomaco. Jesse sent i punti della ferita saltare, si pieg per il dolore e barcoll all'indietro. Jule, ti prego!, ansim boccheggiando. 
Il polacco incombeva sopra di lui, cercando di capire se Jesse avesse finalmente rinunciato. Il suo corpo massiccio gli copriva la visuale sull'abitacolo. 
Fai quello che vuoi, ma ti prego, non coinvolgere la polizia, grid Jesse. Si prepar a ricevere un nuovo colpo, ma il polacco parve esitare e rimase a fissarlo. Poi gli sput in faccia. Szeptna swinia. 
Jesse si asciug il viso con la manica della giacca e tent di valutare quante possibilit avesse contro il polacco. Quel tipo era grosso, certo, ma di sicuro era anche lento. Infil la mano nella tasca della giacca e cerc le chiavi della macchina. Allo stesso portachiavi era attaccata anche la chiave di casa di Sandra. Piccola, sottile e appuntita. Come aveva imparato in istituto, in caso di necessit poteva diventare un'arma. Chiuse il pugno intorno al minuscolo pezzetto di metallo, mentre il polacco avanzava minaccioso. 
No, lascialo stare! Lascialo, grid Jule. Il tono di voce era cos acuto che il polacco si volt. Jule si avvicin a lui e agit le braccia. Let him out!. 
Il polacco spost lo sguardo da lei a Jesse, perplesso. Niewdzieczna suka!, le ringhi infine. 
S, s! Va bene. Lascialo in pace adesso. 
Il polacco si batt il palmo della mano sulla fronte, poi tamburell pi volte con l'indice sul polso e indic Jesse. Chcesz wrocic do tego? 
Mi scusi. Sorry. Davvero, mi dispiace. 
Negli occhi del polacco brillava una luce sinistra. 
Jule, lascialo perdere, disse Jesse a bassa voce. Non ti capisce. Non importa cosa dici, lo farai solo arrabbiare di pi. 
Jule ammutol. Erano tutti e tre in piedi in mezzo alla bufera di neve, il polacco era in mezzo, confuso e arrabbiato. Jule gir intorno alla sua figura imponente e si mise accanto a Jesse. Gli occhi del polacco brillarono per il disgusto e la sbronza recente. Era leggermente chino in avanti. Jesse non capiva se fosse una postura aggressiva o incuriosita. Alz le mani per placarlo e cominci a indietreggiare, tirandosi dietro Jule. 
Non azzardarti mai pi a legarmi le mani, sibil lei, o a comportarti come un sequestratore. Ho avuto paura. 
Okay. Jesse non staccava gli occhi dal polacco. Il fianco e lo stomaco gli facevano male a ogni passo. Il camionista rimase dov'era, facendosi sempre pi piccolo man mano che loro indietreggiavano, eppure restava una presenza inquietante, l in piedi in mezzo alla neve. 
Attraversarono rabbrividendo la boscaglia e tornarono alla macchina. Si lasciarono cadere sui sedili senza nemmeno scuotere la neve dalle scarpe. Il calore all'interno fu un sollievo. Jesse diede inavvertitamente troppo gas e le ruote spruzzarono neve fresca nell'aria. Poi la trazione integrale della Cross Country ebbe la meglio. Mentre passavano accanto al parcheggio dei camion lanciarono un'ultima occhiata al polacco, che si stava riavviando verso l'abitacolo, avanzando a fatica tra i fiocchi di neve. 
A Jesse sarebbe piaciuto chiudere gli occhi per qualche istante e tirare un sospiro di sollievo. Invece bevve un sorso di caff tiepido e imbocc l'A9. Per un po' mantenne la velocit costante sui settanta chilometri orari. Poi gli parve di andare fin troppo veloce. 
Accanto a lui Jule fissava come in trance il vorticare ipnotico della neve sul parabrezza. 
Tutto okay?, le chiese. 
Mmm, mormor Jule. 
Jesse tenne per s la domanda che avrebbe voluto farle davvero. Era contento che fosse l e non avesse chiamato la polizia usando il cellulare del camionista polacco. Per qualcosa non gli tornava. 
Devo andare in bagno, disse lei a un certo punto, a bassa voce. 
In circostanze diverse sarebbe scoppiato a ridere. Adesso si limit ad annuire e pens: E io devo dare un'occhiata alla ferita.

16. 1979, Garmisch-Partenkirchen. 

Dopo l'episodio dell'uniforme, aveva passato parecchio tempo a riflettere. Circa otto settimane. Si era chiesto pi volte se per caso non fosse diventato pazzo. Andato del tutto. Ma non riusciva a togliersi dalla testa quella donna. E il suo piano. 
Aveva deciso di tentare. 
Il venerd successivo si diede malato per non andare a scuola. A suo padre tanto non interessava se ci andava o no. L'unica cosa che gli importava era che quando ci andava tornasse in tempo per fare le pulizie in casa. 
Verso l'una spar come al solito nel bagno, lui prese di nuovo l'uniforme e la indoss. Questa volta si mise anche i pantaloni. Suo padre riemerse dal bagno verso le due e rimase immobile a fissarlo, come per cercare di capire chi di loro due avesse perso la ragione. 
Toglitela, sibil tra i denti. 
Lui ubbid e si tolse l'uniforme, rimanendo in mutande. 
I pantaloni, troppo lunghi, si erano tutti spiegazzati. 
Le vene sul collo e sulle tempie di suo padre si gonfiarono, poi un pugno lo raggiunse allo stomaco. 
Croll in ginocchio, ansimando. 
Rivestiti e mettiti laggi. 
Laggi voleva dire nell'angolo. 
Ecco. Adesso su le braccia. 
Non riusciva a stare dritto per via del dolore allo stomaco, e anche le braccia gli tremavano, riusc a malapena a sollevarle, come due piccole ali atrofizzate. Un altro colpo ai reni peggior la situazione. Sperava che suo padre fosse abbastanza stupido da colpirlo in faccia. Cos tutti avrebbero potuto vederlo e il dolore sarebbe stato meno intenso. 
Resta l in piedi. 
Certo. Avrebbe ubbidito, finch ce l'avesse fatta. 
Dietro di lui sent uno schiocco familiare. Suo padre aveva aperto l'asse da stiro e acceso il ferro. Mentre stirava i pantaloni continu a ordinargli di stare su con le braccia, quando si accorgeva che le aveva abbassate. Poi n i suoi ordini n le sue minacce servirono pi a nulla. Le braccia restavano gi. I muscoli gli bruciavano e le lacrime gli scorrevano lungo il viso. Dov'era la donna? A un certo punto doveva pur arrivare! Per quello aveva deciso di agire di venerd. Venerd, sabato e domenica erano i giorni delle donne. Per quanto suo padre avesse bevuto, quei giorni erano la regola. Soprattutto il venerd. 
Aveva commesso un errore? Sarebbe arrivato qualcuno, prima o poi? 
Sai cosa ne far di te?. 
Scosse la testa e serr le labbra umide e salate. Suo padre lo fece voltare e appoggiare alla parete, poi si avvicin. Con la mano sinistra gli tir fuori la camicia dai pantaloni e gliela sollev fino al collo, sempre tenendolo inchiodato alla parete. Nella destra aveva il ferro da stiro e la superficie incandescente di metallo era rivolta contro il suo petto nudo. 
Non ne vuoi sapere di imparare, vero? Con tuo fratello, fattelo dire, non sarei stato costretto ad agire cos. Ma tu mi porti all'esasperazione. 
Il fiato di suo padre sapeva di alcol e di ravioli in scatola. Il ferro da stiro ondeggiava a pochi centimetri dal suo petto. Dio mio, ma quando suonava il campanello? Perch non arrivava nessuno? 
Avanti. Conto alla rovescia!. La voce di suo padre tremava per l'eccitazione. Com' che funziona? Tu conti e poi ci penso io. Comincia da dodici. 
Questo di certo non rientrava nei suoi piani. Non voleva mettersi a contare, ma che poteva fare? Il ferro da stiro si avvicinava ondeggiando nell'aria. 
Dieci. 
Anche la sua voce tremava. 
Nove. 
Arrivato all'otto, se la fece nei pantaloni. Questa volta aveva bevuto apposta parecchia acqua, per bagnare i pantaloni pi in fretta. Continu a pregare che il campanello suonasse. 
Sette. 
Una lunga pausa. Troppo lunga. 
Continua!, sussurr bruscamente suo padre. Io e tuo fratello non abbiamo tempo da perdere. 
Sei. Gli sarebbe piaciuto sbattere quel ferro sulla faccia di suo fratello. 
Non sento contare. 
Cinque. 
Senza pi speranza, tent di voltarsi. La mano d'acciaio di suo padre glielo imped. 
Quattro, gracchi. 
Il petto gli bruciava come fuoco, come se si stesse ricoprendo di bolle. Si morse la lingua e sentendo il sapore metallico maledisse se stesso e la propria stupidit. 
Continua!. 
Scosse la testa. Voleva urlare per il dolore. 
Tre, riprese a contare suo padre. Due. 
Suon il campanello. 
La mano di suo padre si blocc. Abbass il ferro. C'era odore di pelle bruciata. Voltati verso la parete e resta dove sei. Chiaro?. 
Lo lasci l e and ad aprire. 
Questa volta non si sent nessuna risata quando suo padre spalanc la porta. 
Bella formosa, eh?, grugn. I passi si fecero pi vicini. Via il vestito. Il piano di sopra mi sembra gi piuttosto promettente. Sei depilata?. 
Lui si volt rapidamente a guardare. 
La donna che era entrata aveva le labbra sottili, il fisico tondeggiante e un seno che di sicuro arrivava a toccarle la pancia quando si sedeva. 
Non badare a lui. Se ne star buono l. Ha combinato un guaio. 
Lo sguardo della donna indugi sulle sue braccia, che lui aveva di nuovo alzato per rendere il tutto pi esplicito, per quanto gli costasse farlo. Poi la donna guard i suoi pantaloni bagnati. Peccato che non potesse vedere la bruciatura sul petto. E il dolore dipinto sul suo viso. La donna spalanc gli occhi, poi li socchiuse. Lui sent le gambe cedere e piegarsi, e croll a terra. 
Ho vinto, pens. 
Il piano era riuscito. La sua telefonata aveva avuto l'effetto sperato. Erano arrivati i servizi sociali, nella persona della signora Wisselsmeier. Lasci Kronaustrasse quel giorno stesso. E anche suo fratello. 
Due settimane dopo era di fronte ad Artur Messner e stringeva la sua mano molliccia.

17. Garmisch-Partenkirchen - Marted, 8 gennaio 2013, ore 05,07. 

Artur Messner era sdraiato a letto, sveglio. Fantasmi, fantasmi e ancora fantasmi gli passavano accanto sfiorandolo e logorandogli i nervi. Quando non pensava a Jesse, si preoccupava per Charly. Se riusciva a mettere da parte il pensiero di Charly, gli tornava in mente il contenitore nello scomparto del ghiaccio. Perci si alz. Era l'unico modo per scappare dalla prigione che era diventato il suo letto. 
Con i piedi coperti solo dalle calze di lana si avvicin al frigorifero. 
Apr lo sportello, la luce si accese. 
Socchiuse gli occhi e allung la mano verso il ripiano delle bibite. Il sigillo a pressione della bottiglia di vino emise uno spiacevole scricchiolio. L'orlo della bottiglia si era scheggiato. Una volta ci avrebbe passato sopra un tovagliolo per eliminare eventuali frammenti. Adesso non gli importava. Se qualcosa finiva dentro il bicchiere, se lo sarebbe scolato insieme al Riesling. Comunque la bottiglia era quasi vuota. 
Vers quel che rimaneva del contenuto nel primo bicchiere che gli capit sottomano e bevve una bella sorsata sotto la luce fredda del frigorifero aperto. Richard si sarebbe infastidito per la bolletta della luce pi alta, proprio come si infastidiva lui ai suoi tempi. A volte Artur si sforzava di immaginare come facesse Richard a trovare i soldi. Subito dopo si sentiva sempre un fallito. Era come se tutto l'impegno che aveva messo nella sua vita non fosse servito a niente. Sarebbe stato tutto pi semplice se non avesse mai conosciuto la Wisselsmeier e non si fosse lasciato tentare dalla sua offerta. Ma all'epoca gli servivano i soldi. E poi gli era addirittura sembrata una buona azione forzare un po' la mano al complesso sistema delle adozioni tedesco, ritoccando un po' qualche documento. Si ricordava ancora bene la prima volta che l'aveva fatto. Raphael, 1972, poco prima delle Olimpiadi di Monaco. Era stato un affare tanto redditizio quanto complicato. Tutto in gran segreto, tra amici, per cos dire. Sebi e Renate Kochl erano benestanti, amavano i bambini ed erano profondamente frustrati. Anzi, non frustrati, disperati. Non c'era da meravigliarsi, dopo tre aborti e un'operazione all'utero. Renate Kochl aveva avuto un esaurimento nervoso ed era stata in clinica per qualche tempo. Questo li aveva bollati negativamente dal punto di vista dei requisiti per le adozioni, che imponevano famiglie stabili ed equilibrate. L'adozione del piccolo Raphael perci era stata vista dai Kochl come un piccolo miracolo. E poco dopo era arrivata la prima consistente donazione per Adlershof. E per la Wisselsmeier, certo. Ancora oggi gli veniva la pelle d'oca al pensiero delle conseguenze che aveva avuto quella storia. 
Il bicchiere di vino cattur la luce del frigorifero e proiett un curioso riflesso dorato sulla parete. Artur butt gi l'ultima sorsata di vino. Gliene sarebbe servito un po' di pi per tenere lontano i fantasmi. Ma per averlo doveva scendere in cucina, forse persino in cantina. A quel punto per forse poteva uscire nella neve, e provare a sbarazzarsi del barattolo e del suo orribile contenuto. Poi, tornando, avrebbe cercato dell'altro Riesling in cantina. 
Ma, e se le forze gli fossero venute meno? 
Sent un brivido simile a quello che provavano i bambini poco prima di mettere in pratica un piano rischioso. Guard lo scomparto del ghiaccio in cerca dello stimolo finale per agire. Lo sportello di plastica era liscio e color grigio chiaro. Anonimo. Almeno finch nessuno sapeva cosa si nascondesse dietro. La cartellina con i documenti era ricoperta di uno strato protettivo di ghiaccio ancora pi spesso. Il contenitore invece no. Quanto tempo ci sarebbe voluto prima che Philippa, o qualcun altro, guidati dalla loro premura nei confronti del povero vecchio Artur, tirassero fuori il barattolo dallo scomparto e lo aprissero? 
Artur scosse la testa. E prese la sua decisione. 
Cappotto, calzettoni caldi, berretto calato sulla fronte. Usc. Nella mano destra aveva una busta di plastica con dentro il contenitore e una torcia, nella sinistra gli stivali. Scivol per i corridoi camminando solo con le calze sul vecchio parquet. Oddio, che eccitazione. Era da tanto che non si sentiva pi cos vivo. E allo stesso tempo cos abbattuto. La busta dondolava avanti e indietro crepitando. 
Una volta in cucina si infil gli stivali. Sospir lanciando uno sguardo al magazzino. Il Riesling. Ma prima doveva occuparsi del contenitore. Apr la porta laterale e usc nel cortiletto interno. Stava ancora nevicando, anche se non molto. Qualche fiocco solitario vorticava fino a terra, illuminato dal fascio di luce gialla della sua torcia. A destra c'erano il garage e la rimessa, davanti, il recinto con i cassonetti dell'immondizia. Forse non c'era bisogno di andare molto lontano. In mezzo agli altri sacchi della spazzatura, la busta chiusa con il contenitore non avrebbe dato nell'occhio. E al prossimo ritiro dell'immondizia si sarebbe liberato definitivamente di quell'affare. 
In bala di sentimenti contrastanti avanz verso il recinto. La busta di plastica pesava come piombo. Sbirciando dalle fessure tra le assi riusc a vedere i cassonetti di zinco ricoperti di neve fresca. Tent di spingere la porta per aprirla, ma si blocc, perplesso. Ma che diavolo...? Un lucchetto. Cos'era, una nuova abitudine? Adesso bisognava chiudere a chiave anche la spazzatura? Probabilmente era colpa dei ragazzi. Come al solito: qualche burlone doveva aver combinato un pasticcio, magari aveva messo dell'immondizia nel letto di qualche insegnante o roba del genere. Dentro di s sper che la vittima dello scherzo fosse stato Richard. E si vergogn di quel pensiero nel momento stesso in cui lo formul. 
Ora per dove poteva andare? Il sentiero fino al lago era troppo ripido per le sue vecchie ossa. Magari in cantina, nel vecchio edificio sul retro? Poi gli venne in mente la casetta al cancello. Nel piccolo cottage inglese abitava da sempre il custode di Adlershof, e ovviamente aveva il suo cassonetto dell'immondizia. Era a circa cinquecento metri di distanza, e Kawczynski, il custode, aveva il sonno pesante. Artur se lo ricordava bene, l'aveva sempre avuto, anche quando era solo un moccioso. 
Si incammin, con la torcia sempre rivolta verso il terreno. Il sentiero era stato spazzato nel tardo pomeriggio, perci era costellato di mucchi di neve su tutti e due i lati. Sotto i quasi venti centimetri di neve fresca c'era uno strato duro e compatto di neve pi vecchia. 
Artur cominci ad ansimare e a sudare. Si sforz di fare passi piccoli, uno dopo l'altro, e di tenere gli occhi fissi sul terreno. La neve scricchiolava sotto il suo peso. Dopo un paio di minuti alz la testa e riconobbe la sagoma della casa. L'edificio dallo stile tradizionale, costruito in pietra naturale, si stagliava contro la foresta bianca alle sue spalle. Ma quella cos'era? Una delle finestre al piano terra era illuminata. Spaventato, Artur spense la torcia. Quasi nello stesso istante si spense anche la luce nella casa. La cornice della finestra parve risplendere ancora per un attimo nell'oscurit. 
Artur rimase in piedi in mezzo alla neve, indeciso. 
Era un caso? O Kawczynski aveva visto la luce della sua torcia? 
Forse non sono l'unico che a quest'ora combatte contro i fantasmi, pens. Forse Kawczynski doveva semplicemente andare a pisciare. 
Per sicurezza, lasci la torcia spenta e continu ad avanzare al buio. A un centinaio di metri dal cancello lasci il sentiero principale. Non aveva mai capito perch la chiamassero la casetta al cancello, visto che ne era piuttosto lontana. Ma in fondo era gi strano che un'eccentrica signora britannica nel 1906 avesse deciso di costruire un cottage nel bel mezzo delle Alpi bavaresi. 
Il piccolo vialetto era pi accidentato del sentiero principale e gli ultimi metri furono parecchio duri per lui. La casetta al cancello si ergeva buia e silenziosa davanti a lui. La tettoia per l'auto costruita successivamente sembrava un corpo estraneo accostato alla facciata antica. Il parcheggio era vuoto. Accanto alla porta sul retro, sotto la tettoia, Artur riconobbe la sagoma di tre grossi cassonetti per l'immondizia da duecentoquaranta litri. 
Rallent e tent di fare respiri profondi. L'aria fredda gli provoc un accesso di tosse, che riusc a reprimere solo a fatica. 
Poi sent il suono di un motore che arrivava dalla montagna. Si volt e vide delle luci spuntare da dietro la cima. Il veicolo illuminava la strada principale con un luminoso fascio di luce che attraversava il cancello. Artur si spost di corsa sotto la tettoia e si appiatt contro la parete dietro i cassonetti, mentre l'auto percorreva una curva e la luce dei fari lo sfiorava. Artur socchiuse gli occhi, irritato. Ma chi diavolo si era messo per strada a quell'ora? 
La macchina rallent e svolt in direzione della casetta. I fari illuminarono la neve fresca ai piedi di Artur. Poi passarono dagli abbaglianti alle luci bianche alogene. Le catene da neve tintinnarono lievemente. Il motore aveva l'aria di essere un robusto diesel. Di sicuro a trazione integrale. Altrimenti con quella neve le serpentine non avrebbero retto. Il motore si spense. I fari invece rimasero accesi. 
La portiera del guidatore si apr e si richiuse, e si sentirono dei passi scricchiolare sulla neve. Per terra si deline un'ombra oblunga. Ehi!, grid una voce maschile. 
Artur trattenne il respiro. 
Che ci fa qui?. 
Nonostante gli sembrasse piuttosto infantile, Artur rimase accucciato dietro il cassonetto. Aveva le ginocchia doloranti per la tensione e un insopportabile bisogno di tossire incastrato nella gola. 
L'ho vista. Esca da dietro quel cassonetto. 
Artur abbandon in fretta la busta di plastica con il contenitore nell'angolo cieco dietro i cassonetti. Si alz tremante. Il suo ginocchio sinistro schiocc, come un ramo sul punto di spezzarsi. La luce gli fer gli occhi e circond la sagoma dell'uomo di un'aura bianca e fredda. Per un attimo regn il silenzio. 
Ciao, Artur, disse infine l'uomo lentamente. 
Chi  lei?, chiese Artur. 
Ma che stai facendo in mezzo ai cassonetti? 
Io, be'... niente. Avevo.... Artur ammutol. Desider avere occhi migliori, pi giovani, in grado di vedere qualcosa di pi di una sagoma chiara avvolta in un'aura di luce. Ma come mai conosceva quella voce? In un primo momento gli era parso che assomigliasse un po' a quella di Jesse. Ci conosciamo?, chiese. 
Ci siamo parlati al telefono di recente. 
Artur sent lo stomaco annodarsi. Di colpo la voce non gli sembr pi quella di Jesse. La luce dei fari alle spalle dell'uomo si spense. I contorni luminosi rimasero impressi sulla retina di Artur come un'allucinazione.

18. Garmisch-Partenkirchen - Marted, 8 gennaio 2013, ore 08,07. 

Jesse fece accostare la Volvo dopo l'ultimo tornante. Era sveglio da pi di ventisei ore, passate quasi sempre al volante. La caffeina non gli faceva pi alcun effetto. A tenerlo sveglio era la tormentosa preoccupazione per Isa. Per evitare ulteriore sonnolenza, nelle ultime ore aveva rinunciato a prendere gli antidolorifici. Solo quando si era fermato per rimettere i punti alla ferita ci aveva versato dentro un altro po' di mepivacaina. 
Almeno aveva smesso di nevicare. Il cielo si era schiarito, anche se sopra le montagne aleggiavano ancora delle nubi. La strada si restrinse ancora, un grosso pezzo di roccia nera e frastagliata, che pareva lanciato l da un gigante, sporgeva dal fianco della montagna e invadeva la carreggiata. Erano quasi in cima. Jesse diede un colpetto a Jule con il gomito. 
Ehi, sveglia. Siamo arrivati. 
Jule si alz a sedere e stir le gambe sul fondo di lamiera dell'auto. Non aveva bevuto n caff n Coca Cola, e verso le cinque era piombata in un sonno profondo. Cos' questo tintinnio? 
Catene da neve. Le ho prese all'ultima stazione di servizio. 
Jule si strofin gli occhi. Oddio, ma sono gi le otto passate? Perch ci abbiamo messo cos tanto? 
Con tutta la neve che  caduta la notte scorsa non sono passati a ripulire le strade. 
Perci le catene. 
Jesse annu. D'altra parte siamo in alta stagione.  tutto pronto per sciare e le strade sono piene di turisti. 
Non qui per, vero? 
No. Quass non ci sono turisti. E la pista pi vicina  a un bel po' di chilometri da qui. 
Salirono ancora per qualche metro, poi il panorama sui monti si allarg davanti ai loro occhi. Un sole pallido si lev alto sopra la cresta, avvolgendo cielo e neve in una luce bianca e uniforme. Jule si sporse in avanti e ammir dal finestrino le cime bianche e maestose. ... incredibile. 
Sembra quasi che tu non sia mai stata in montagna. 
Non in montagne cos. 
Di fronte a loro troneggiava il cancello di Adlershof, con i suoi battenti neri. 
Un cancello, ma nessuna recinzione, mormor Jule. 
Chi non ha una casa non ha ragione di scappare, pens Jesse. Super la casetta al cancello, lasciandola sulla destra, e segu la strada che curvava leggermente. 
Wow. Jule sprofond nel sedile. Sembrano... le Highlands. 
Circa trecento metri pi avanti si ergeva la facciata in pietra naturale di Adlershof, il corpo centrale, le due ali, e il massiccio comignolo sullo stile delle country house inglesi. I tetti ricoperti di neve erano un tutt'uno con il paesaggio invernale. 
Questa era la vostra casa?. 
Jesse rimase in silenzio. Quella vista lo riportava indietro di decenni, era come se tutto fosse rimasto congelato cos com'era. La stanchezza lasci il posto a un'improvvisa tensione interiore. Non solo per via di Isa, ma anche perch qui si era sempre sentito cos: in tensione. Come se non si fosse mai adattato a quel posto, anche se ci aveva trascorso tutta la sua giovinezza. Forse avrebbe avuto un'opinione migliore di Adlershof se fosse stato in grado di ricordare il periodo precedente, la vita con suo padre. Era assurdo voler riavere i ricordi di qualcosa di orribile solo per poter guardare un po' di pi a quel posto come a una casa. 
Circa duecento metri prima dell'imponente edificio centrale, Jesse svolt a destra su un angusto vialetto che passava in mezzo ad alcuni abeti bianchi e conduceva a un parcheggio seminascosto dagli alberi. Lo scricchiolio della neve fresca sotto le ruote cess non appena la Cross Country si ferm. Quel silenzio improvviso aliment la sensazione di straniamento e inquietudine. 
Adesso che vuoi fare? 
Fare un paio di domande a Markus. 
E che ci fa Markus qui? Perch ci abita ancora? 
 il custode. 
Il custode? Nell'istituto in cui  cresciuto? .... 
Cosa? Strano? 
Be', in realt forse no. Tacque per un istante. Mio padre fa il dentista. A Blankenese. E mia sorella adesso lavora nel suo studio come assistente. 
Jesse la guard, perplesso. 
Jule alz le spalle. 
Forse  meglio se rimani in macchina, mormor Jesse. 
Col cavolo. Devo uscire di qui. 
Lui la squadr. Ma dov' andata a finire la ragazza gentile che sorride sempre? 
 seduta in una stazione di rifornimento vicino a Jena, con le mani legate. 
Jesse fece una smorfia.  che non so come potrebbe reagire Markus. 
C' anche altra gente l dentro. Jule indic l'edificio. Dovr contenersi. 
Lui non vive nella casa. 
E dove allora? 
Nella casetta al cancello.  quel piccolo cottage laggi, nei paraggi del cancello. Ci siamo passati davanti. 
Jule guard dal finestrino, ma gli abeti coperti di neve le ostruivano la visuale. 
Vado. Jesse sfil la chiave di accensione, scese dall'auto e si infil la giacca. Il suo respiro si trasform in vapore nell'aria fresca del mattino. Se tra mezz'ora non sono tornato, entra nell'edificio centrale. 
Un istante dopo aveva gi richiuso la portiera e si era incamminato in mezzo alla neve fresca. Gli abeti erano curvi sotto il peso della neve e il piccolo sentiero ci passava sotto. Quando Jesse emerse da quel tratto di bosco, dovette socchiudere gli occhi. Gir a sinistra con passo deciso, in direzione della casetta al cancello. Lungo la strada not delle impronte che arrivavano dalla casa alle sue spalle e giravano a destra, sullo stretto viale che portava alla casetta. Subito accanto c'erano delle tracce fresche di pneumatici. 
La casetta al cancello sembrava abbandonata. Rispetto al vecchio edificio qualcosa era cambiato, ma Jesse non avrebbe saputo dire cosa. A ogni passo il suo cuore aumentava il ritmo. Forse Markus l'aveva gi visto. Gli avrebbe almeno aperto la porta? 
Le impronte di piedi arrivavano alla tettoia per la macchina. La macchina a quanto pareva aveva svoltato prima ed era tornata sulla strada principale. Della persona che aveva lasciato le impronte dei piedi invece non sapeva dire. Jesse pos lo sguardo sulla porta di casa e si blocc. La malconcia porta di legno di quercia era stata inchiodata con cura con due assi incrociate. Jesse fiss incredulo la X di legno. Il campanello di ottone accanto alla porta era opaco e pareva fuori uso. Lo premette lo stesso. Ma l'unico suono che ne usc fu il lieve scricchiolio del ghiaccio incrostato sul pulsante che si rompeva. 
Jesse si accost alla finestra, fino a toccare il vetro con il naso, e si scherm gli occhi con le mani. Constat sbalordito che le finestre erano state inchiodate dall'interno. 
La casetta al cancello pareva disabitata. 
Sent la neve scricchiolare alle sue spalle e si volt. 
Jule lo fissava con aria preoccupata. E imbarazzata. Con la mano destra si sistem i capelli biondi dietro un orecchio e spazz via un po' di neve dalle spalle. E adesso?. 
Perch non sei rimasta vicino alla macchina? 
Ti ho osservato da l dietro. Indic un punto tra gli alberi. Doveva aver preso una scorciatoia dal parcheggio. 
Alle sue spalle risuon il rombo di un potente motore diesel. Una Toyota Land Cruiser verde stava arrivando dalla casa. I cumuli di neve sul bordo della strada creavano l'illusione ottica che avanzasse senza ruote. Quando il fuoristrada arriv alla loro altezza, a una ventina di metri di distanza, videro abbassarsi un finestrino. Il tubo di scappamento sput una nuvola di gas verso il cielo. Posso aiutarvi?, disse una voce. Jesse la riconobbe subito. Era quella di Artur, solo pi giovane. 
Scusate, questo  un terreno privato. 
Ciao, Richard, grid Jesse. Sono io. Jesse. 
Richard Messner si chin sopra il sedile del passeggero per avvicinarsi al finestrino aperto e vedere meglio. Il motore gorgogliava piano. Santo cielo, non ci posso credere!.

19. Marted, 8 gennaio 2013. 

Artur apr gli occhi. Ma non ottenne l'effetto sperato. Si sentiva tutto appiccicoso e aveva le vertigini. Come chi si risveglia dopo essere stato narcotizzato. Meno male che almeno era sdraiato sulla schiena, su qualcosa di morbido. Sopra di lui, nella penombra, ondeggiava una vecchia trave dall'aria pesante, che sosteneva un tetto a punta. Dove diavolo era? E cosa gli era successo? L'ultima cosa che ricordava era di essere uscito e aver camminato lungo il sentiero. Poi gli torn in mente il pacchetto. Ma certo! La mano di Wilbert. Stava cercando di disfarsene. 
Si sente bene?. La voce era sottile e acuta. Senza dubbio quella di un bambino. 
Artur sbatt le palpebre, confuso, e tent di rispondere, ma riusc a emettere solo un brontolio. Gli sembrava di avere la gola rivestita di carta vetrata. Tent di alzarsi, ma le sue braccia affondarono nel materasso. Zero sostegno, zero energia. Ehi?, gracchi. 
Nessuno rispose. 
Quella voce infantile era stata solo frutto della sua immaginazione? 
Pieg le gambe, con le ginocchia ossute che puntavano verso l'alto, e le us per darsi un po' di spinta e voltarsi sul fianco destro. L'orlo del materasso apparve come una linea incerta davanti ai suoi occhi, dietro vide le tessere di un parquet. A quanto pareva il materasso poggiava direttamente sul pavimento. Riconobbe i contorni di un tavolo, e a un paio di metri di distanza c'era un palo squadrato che sosteneva il tetto. Accanto a lui era seduta una ragazzina con le ginocchia piegate sul petto. Indossava una calzamaglia pesante blu scuro, stivaletti, una gonna con una vistosa fantasia a quadri rossi e blu e una giacca a vento troppo grossa. I capelli biondi, lunghi fino alle spalle, erano spettinati e arruffati, gli occhi azzurri erano impauriti, ma conservavano un fondo di speranza. Sulla guancia sinistra sembrava aver ricevuto qualche ceffone. 
Dove... dove sono?, chiese Artur. 
La piccola non disse nulla. Si limit a guardare. Quanti anni poteva avere? Otto? Forse nove? Artur lott contro la nausea che lo assaliva. Maledizione, se solo fosse riuscito ad alzarsi. 
Sta male?, chiese la ragazzina. Anche un semplice S probabilmente l'avrebbe fatta sentire meno sola. 
Artur annu e cominci a frugare nei propri ricordi. Quella bambina aveva qualcosa di familiare. Ma cosa? Possibile che l'avesse vista all'istituto? Accidenti alla sua memoria! I bambini che avevano frequentato l'istituto negli ultimi anni praticamente non li aveva mai visti. Non usciva quasi mai dalla sua camera. Come ti chiami? 
Isabelle, disse la piccola tirando su con il naso. E tu? 
Artur. 
La bambina rimase in silenzio per un momento. Sei malato? 
No. Sono solo vecchio. O forse... s, si corresse, tentando nuovamente di alzarsi. S, forse sono anche un po' malato. 
Isabelle si alz in piedi e gli si avvicin timidamente. Mio pap  un dottore. 
Artur serr le labbra, annu e si concentr sul tentativo di far scivolare le gambe oltre l'orlo del materasso, per cercare poi di alzarsi. Isabelle osservava incerta i suoi sforzi. Sembrava che avesse paura che lui potesse farle del male. Anche se non riusciva nemmeno a sedersi. Artur si faceva pena da solo. 
Poi tutto a un tratto la bambina prese una decisione, afferr le gambe di Artur e le fece scendere dal materasso. Poi gli strinse il braccio sinistro pi forte possibile. Lui sent le sue mani calde da sopra il maglione, la sent provare a sollevarlo con tutte le sue forze e fece leva con l'altro braccio sul materasso. Si tir su gemendo. Non appena fu seduto, lei lasci andare il suo braccio, come se avesse una malattia contagiosa. 
Grazie, gracchi lui. 
Adesso che era seduto non era pi tanto sicuro che tirarsi su fosse stata una buona idea. La sua circolazione si stava rimettendo in moto molto lentamente. Chiuse gli occhi per un istante. Poi li riapr. Isabelle, mormor, ma dove siamo? 
Non lo so, sussurr la ragazzina.  stato lui a portarti qui, come ha fatto con me. 
Lui? 
L'uomo insetto. 
Artur aggrott la fronte. La sua mente proiett l'immagine di due fari accesi, poi una sagoma e una nuvoletta di vapore. L'uomo insetto, mormor. Perch l'uomo insetto? 
Per quella cosa che ha in faccia. Una specie di maschera. Isabelle disegn dei cerchi intorno ai propri occhi. Con delle lenti davanti agli occhi e una cosa che sembra una proboscide. 
Artur deglut. In che guaio si era andato a cacciare? Una proboscide?. Tent di immaginarsela. E tu sai chi  questo uomo insetto?. 
La bambina scosse energicamente la testa. 
Come... come ha fatto a portarti qui? 
Ero a casa, nel mio letto, e ascoltavo la musica. E all'improvviso  arrivato lui. Ho gridato, ma non mi ricordo nient'altro. Poi, quando mi sono svegliata, ero in macchina. Sul sedile di dietro, con un berretto in testa. Pap mi ha telefonato, ma l'uomo insetto se n' accorto subito e mi ha preso il telefono. 
Oddio, anche questo. Un rapimento. Se Artur non fosse stato seduto, la sua circolazione probabilmente l'avrebbe piantato in asso. 
Hai detto che tuo padre  un medico?. 
Lei annu. A Berlino. Fa il pediatra. 
Pedia...?. La voce gli mor in gola. Isabelle. Berlino. Tornava tutto. Come si chiama tuo padre? 
Jesse. Perch?. 
Artur sent una morsa gelida intorno al cuore. Fa' che non se ne accorga, pens. Ma nella sua testa i pensieri turbinavano. Il pacchetto con la mano. Poi la telefonata di quell'uomo che voleva l'indirizzo di Jesse. E adesso lui era stato rapito, dalla stessa persona che gli aveva telefonato, ed era l insieme alla figlia di Jesse, rapita anche lei. 
Hai un telefono?, gli chiese Isabelle. 
Artur fu strappato via di colpo dai propri pensieri. Eh? 
Dicevo se hai un telefono. 
Lui scosse la testa. 
Isabelle sorrise con aria coraggiosa. Poi tir di nuovo su con il naso. Ho dovuto dire a pap di non chiamare la polizia, per non l'ho detto a mamma. Non devo dirglielo. Nei suoi occhi balen una speranza. Forse la chiamer mamma, la polizia. 
Certo, disse Artur, sforzandosi di infondere pi sicurezza possibile nella propria voce. E finch non arriver, rester io con te.

20. Garmisch-Partenkirchen - Marted, 8 gennaio 2013, ore 08,24. 

Quanto tempo  passato?, chiese Richard. 
Dall'ultima volta? Pi o meno quindici anni. Sono venuto a trovare Artur. Tu non avevi ancora preso il suo posto, disse Jesse. Il suo sguardo si pos sul costoso fuoristrada. Si era avvicinato arrancando nella neve e parlava con Richard dal finestrino abbassato sul lato passeggero. 
Vedo che ti sei tenuto informato su pap. 
S, rispose Jesse. In realt Artur non gli aveva detto molto, ma era meglio lasciarlo credere a Richard. 
Richard lo squadrava come se dovesse ancora abituarsi alla sua et. Se lo ricordava molto pi giovane. Per Jesse era lo stesso. L'attaccatura dei capelli di Richard si era fatta pi alta, aveva un principio di doppio mento e, come gi allora, le guance ben rasate. Dal bavero del suo cappotto verde spuntavano le punte del colletto bianco della camicia, con sopra due stelle alpine. Una volta Richard disprezzava il gusto tradizionale di suo padre. 
Che ci fai qui adesso?, chiese. 
Avevo nostalgia di casa. 
Nostalgia? Tu? 
Be', non sar certo il primo, no? 
No, disse Richard con una risata priva di gioia. Ma gli altri sono diversi. Non hanno mai avuto molto sale in zucca, al contrario di te. E di Markus, forse. 
A proposito di Markus. Non abita pi nella casetta al cancello? 
Markus? Nella casetta?. Di colpo il tono di Richard assunse una sfumatura che tradiva una certa preoccupazione. Ma si era sempre preoccupato quando si trattava di Jesse e Markus. Si  trasferito. 
 andato via? 
No, si  trasferito nell'ala nord. 
Ah. Jesse fiss l'edificio principale all'estremit della strada. Controluce i contorni erano netti e definiti.  in casa adesso?. 
Invece di rispondere, Richard fece un cenno con il mento in direzione di Jesse. E lei chi ?. Alle sue spalle sent la neve scricchiolare sotto i piedi di Jule. 
Un'amica. 
Mmm. La disapprovazione di Richard era palese. Era sempre pronto a sfoggiare il suo senso morale. E tua moglie come sta?, chiese con aria apparentemente innocente. 
Jesse non rispose, lottando contro l'immagine che gli si era formata nella mente. Richard parve interpretare a suo modo quel silenzio. 
Markus c' o no? 
Torna stasera. Si  preso un paio di giorni di ferie. 
Si  preso dei giorni di ferie? 
Esaaatto, disse Richard accentuando volutamente il tono di voce. Mi pare che la tua nostalgia riguardi qualcuno in particolare. 
Jesse sent la mano di Jule sulla schiena. Un tocco dolce per avvisarlo della sua presenza. E tranquillizzarlo. 
E la casetta al cancello? 
La stiamo restaurando, rispose Richard laconico. 
E Artur? 
Se vuoi chiedere al vecchio come sta, puoi farlo di persona. 
Lo far. Volevo solo sapere se c'era. 
Richard esit. Quella domanda parve piacergli ancora meno di quella su Markus. Philippa  andata adesso a cercarlo, ammise infine. Voleva portargli la colazione, ma non l'ha trovato. Richard scoppi a ridere. Ma in fondo, dove pu essere andato?. 
Jesse annu, anche se quella battuta gli era parsa di cattivo gusto. Lo sguardo indagatore di Richard era sempre fisso su di lui. Non hai una bella cera. Tutto bene?. 
Jesse non avrebbe saputo nemmeno da dove cominciare a elencare tutte le cose che non andavano bene. Avrebbe dovuto prendere degli antidolorifici per la ferita, e il suo fisico aveva bisogno di una pausa. Per non parlare di tutto il resto. Hai una stanza libera, per caso?. 
Lo sguardo di Richard si pos su Jule. Una stanza? 
Una basta. Al parcheggio della stazione di rifornimento Jule alla fine pareva aver cambiato idea, ma lui ancora non si fidava del tutto. Era meglio tenerla d'occhio. 
Richard inarc ostentatamente le sopracciglia. Senza dire una parola, compose un numero di telefono sul touchscreen della macchina. Una voce femminile, un po' agitata, rispose al secondo squillo: Non l'ho ancora trovato. 
Va bene, Philippa. Spunter fuori, prima o poi. Non chiamavo per questo.  appena arrivato un vecchio amico, Jesse Berg, con un'accompagnatrice. Aprigli la vecchia stanza di Kristina. 
Kristina? Non la conosco, rispose la voce dall'altoparlante. 
Ah, giusto. Era prima che arrivassi tu, borbott Richard. Ala est. Terzo piano, alla fine del corridoio, l'ultima porta a sinistra. 
La stanza d'angolo con quel letto orrendo? 
 un letto antico. 
Io lo trovo orrendo. E il materasso puzza. 
Richard storse la bocca. Fa' come ti ho detto e basta, rispose gelido. 
Bene. Magari ci trovo Charly nascosta sotto il letto, quella marmocchia impudente. 
Sul viso di Richard spuntarono gli zigomi. Chiuse bruscamente la telefonata. Devo andare, disse rivolto a Jesse. Conosci la strada. Avete bagagli? 
In macchina, ment Jesse. 
Allora a dopo, arrivederci. Richard alz una mano in un gesto di saluto e Jesse not che n sulla destra n sulla sinistra portava anelli. Niente moglie, come ricordava. A giudicare dalla conversazione, Philippa doveva essere una dipendente. 
Il vetro del finestrino si rialz ronzando e la Toyota prosegu. Jesse not l'espressione fredda di Jule. Probabilmente era per quella storia di una camera sola, con il letto orrendo e il materasso che puzzava. 
Non avrai mica intenzione di rinchiudermi da qualche parte, vero? 
Non dopo quello che  successo con il polacco. Jesse nascose i dubbi che ancora aveva su di lei dietro un sorriso forzato. Devo tornare un attimo alla macchina. Mi serve la mia borsa. 
Tornarono insieme al parcheggio, camminando nella neve, e da l si diressero verso l'edificio. Dopo pochi minuti, a terra comparve la lunga ombra di Adlershof. Jule osserv l'imponente facciata di pietra con un certo disagio. L'edificio centrale aveva tre piani e una mansarda con una fila di abbaini. A sinistra e a destra si ergevano le sommit a gradini delle costruzioni laterali, simili a due enormi punte di freccia dentellate. Su entrambi i lati c'erano anche altri piccoli edifici, di costruzione pi recente. 
Ma a chi  venuto in mente di costruire una roba del genere nel bel mezzo della Baviera?, chiese Jule. 
Sono stati due architetti inglesi, per conto della signora Victoria Aubree Thurgood, inglese anche lei. 
Ecco perch assomiglia a una country house. 
Gli abitanti dei dintorni l'hanno sempre chiamata il castello inglese. Victoria Thurgood voleva che diventasse un punto di riferimento per gli artisti, ma poco dopo la fine dei lavori scoppi la prima guerra mondiale. Pare che lei non sia riuscita a vedere la casa neanche una volta. Durante la seconda guerra mondiale i nazisti ci tenevano i ragazzi della Giovent hitleriana, poi anche gli Alleati la usarono per i bambini. 
I loro passi scricchiolavano in sincrono sulla neve. 
Il grosso blasone al centro della facciata era malconcio e con i colori sbiaditi. Tutto il resto invece - le mura, le finestre bianche a bovindo e le persiane verniciate di rosso - sembrava essere stato restaurato da poco. 
E adesso chi  il proprietario? Quel Richard? 
Richard  il figlio di Artur. Per quanto ne so io, Adlershof  una fondazione istituita da Artur decenni fa. Ma non so bene tutta la storia. E in realt non mi ha mai interessato molto. Di sicuro, senza un aiuto esterno Artur non avrebbe mai potuto farcela. 
Oltrepassarono un arco di pietra che sorreggeva la balconata sopra l'ingresso. Il portone di legno a due battenti con il familiare motivo a spina di pesce era stato riverniciato. Ne fu dispiaciuto, era come se qualcuno avesse manomesso i suoi ricordi. Ma forse se la prendeva cos a cuore perch i ricordi che aveva non erano molti. 
Il portone era ben oliato e si apr con facilit. Nella tromba delle scale risuonava il rumore di passi sui gradini di legno. Philippa si fece loro incontro e li squadr dalla testa ai piedi. Lei  Jesse Berg? 
S. 
Quel Jesse? 
Se lo dice lei. 
Be', non pensi di essere il benvenuto.

21. 1979, Garmisch-Partenkirchen. 

Artur Messner non aveva molto tempo a disposizione per dargli il benvenuto. O forse non voleva sprecarne. Mentre facevano insieme il giro della casa cerc di comunicargli il maggior numero di informazioni nel minor tempo possibile. Di quel che diceva gli restavano in mente solo alcune parole chiave: istituto, il collegio al piano di sotto, le aule nell'ala est, l'ala ovest che era chiusa, la stanza da dividere con altri quattro ragazzi, dieci regole, dare e prendere... 
Mentre camminava accanto al direttore riusciva a malapena a stare dietro ai suoi discorsi. Recepire tutto quanto insieme era troppo, e lui aveva occhi solo per quell'imponente edificio. Aveva un'aria possente, quasi venerabile, come un rudere uscito fuori da qualche vecchia storia inglese. Il fantasma di Canterville, per esempio. Oppure la storia di Nessie. Quello per non era in Scozia? Loch Ness? E c'era anche un castello l? Per un breve e terribile momento si chiese che ruolo potesse avere lui in una storia del genere, in una casa del genere. In un certo senso si sentiva sporco, come se in lui ci fosse qualcosa di sbagliato, di marcio. 
Ma pi osservava quella casa, con le ringhiere logore, le pareti rovinate e il parquet a spina di pesce segnato e graffiato, pi si convinceva che era possibile. Quella casa era come lui. Rovinata. 
Salirono su per un'altra scala, fino all'ultimo piano, sotto il tetto. Da una parte c'era il corridoio dei ragazzi, dall'altra quello delle ragazze. Messner gli indic la stanza di fronte alla lavanderia. Cinque letti in fila, il tetto inclinato della mansarda, la serie di abbaini, le assi di legno verniciate di un colore che sembrava sangue secco e alla parete una tappezzeria a righe verdi, bianche e marroni, gonfia e tagliata alla bell'e meglio sugli angoli. 
Pos a terra la sua valigia, sentendosi quasi bene. Quindi questa era la sua nuova casa. La sua nuova vita. 
Messner si accinse a lasciarlo solo, poi si volt sulla soglia. Quello che ti ha fatto tuo padre... .... 
Lo so, rispose lui bruscamente. La sensazione di essere tutt'uno con la sua nuova casa spar di colpo. Eccolo di nuovo, era tornato a essere un rifiuto. Oddio, ma perch aveva dovuto ricordarglielo? 
Messner rimase sulla soglia, in cerca delle parole giuste, anche se - maledizione - non ce n'erano. Ora che sei qui non potr pi farti del male. Dal suo tono si capiva che lo considerava un vantaggio. Lo punirebbero, se lo facesse. 
Quanto era rassicurante! Annu comunque. 
Forse questo ti aiuter, credo, concluse Messner, rimanendo poi in attesa di una sua reazione. Ma che reazione avrebbe dovuto avere? Sollievo? Lacrime? Magari rabbia, o persino odio? Quell'uomo non capiva niente. Lui non odiava suo padre. Odiava solo quello che era diventato. E odiava l'uomo che l'aveva fatto diventare cos. Che aveva derubato suo padre della sua vita. Wilbert. Era colpa sua. Era lui quello da punire. E prima o poi, l'aveva giurato a se stesso tutte le volte che suo padre gli aveva raccontato cosa era successo a Kiel, l'avrebbe trovato e l'avrebbe punito. 
 tutto a posto?. 
Deglut. E annu, nonostante la rabbia. 
Se hai altre domande, puoi chiedere ai tuoi compagni di stanza. Loro sanno tutto. 
Annu. 
Adesso ti lascio solo. 
Annu un'altra volta. Poi ascolt i passi di Messner che scendeva le scale. Finalmente solo. 
L'aria era appiccicosa lass. Cinque letti vuoti, le lenzuola emanavano l'odore degli altri ragazzi, che saliva su fino al soffitto. A confronto con Kronaustrasse, quell'aria leggermente viziata gli sembr quasi piacevole. Apr la finestra e si sedette sul letto che si trovava l sotto. Il letto emise un cigolio invitante. Cuscini e coperte erano disposti ordinatamente su tutti e cinque i letti, perci non aveva idea di quale fosse quello ancora libero. Se davvero ce n'era uno libero. Messner non aveva detto qualcosa in proposito mentre camminavano? Non se lo ricordava pi. Forse anche qui gli sarebbe toccato dormire sul pavimento, solo con un materasso, come in Kronaustrasse. Non aveva nulla contro i materassi. Ma il letto cigolante sotto la finestra gli piaceva di pi. Guard fuori attraverso il vetro limpido, incastonato nel telaio malandato. Niente avvolgibili, come in Kronaustrasse. Niente tende. Forse di notte avrebbe potuto vedere la luna. E nessuno l'avrebbe pi paragonato a suo fratello, mai pi. 
Gi da l. 
Si volt di scatto. Sulla porta c'era un ragazzo pi o meno della sua et, con una faccia lunga, i capelli scuri e lisci e gli occhi piccoli e marroni. Aveva un braccio appoggiato allo stipite della porta, in una postura da bullo. Gi, ho detto!, ripet. Aveva una voce curiosamente roca per la sua et. 
Lui ubbid, ma si alz lentamente. Non voleva dare l'idea di avere paura.  il tuo letto? 
 il mio letto. E la mia stanza. Che ci fai qui? 
Sono nuovo. 
Nuovo?. Il ragazzino dal viso sottile socchiuse ancora di pi gli occhi e rivolse lo sguardo verso l'alto, come se stesse riflettendo. Nella nostra stanza? 
A quanto pare. 
Dietro di lui comparvero altri tre ragazzi. Il pi piccolo aveva la testa sotto al braccio del primo, sempre appoggiato alla porta. Chi  questo, Alois?, chiese. 
Non rompere, Mattheo, gli rispose Alois. Tu ne sapevi qualcosa Markus?. 
Markus, un ragazzino dal cranio quasi quadrato e con i capelli neri e folti, scosse la testa. Niente. Prese a scrutare il nuovo compagno di stanza, ma senza l'aria diffidente degli altri. Come ti chiami? 
Jesse. 
Io sono Markus, disse il ragazzino dal cranio quadrato. Il piccoletto  Mattheo e.... 
Be', cos' questa storia? Un giro di presentazioni?, si intromise Alois. 
Dovr pur conoscere i nostri nomi se deve vivere qui. 
Cos sapr chi  che comanda... Io sono Wolle, si present il quarto e ultimo dei ragazzi. Aveva i capelli ricci lunghi fino alle spalle, la bocca straordinariamente dritta e occhi e sopracciglia che formavano una specie di tetto spiovente per quanto sporgevano. Anche lui era molto poco affabile, come Alois e Mattheo. 
Ciao, disse Jesse con cautela. Si sentiva piuttosto a disagio. Che letto posso prendere? 
Nessuno, rispose Alois. 
Jesse aggrott la fronte. Ma voi siete quattro e ci sono cinque.... 
E chi ha detto che il quinto letto non ci serve?. La risata di Alois era acuta e sgradevole. 
Esatto, gracchi Mattheo. 
Il quinto  il letto di Richard, spieg Wolle. 
Chi  Richard?, chiese Jesse. 
Richard  un altro homie, disse Mattheo in tono zelante. Dorme anche lui qui, ma solo qualche volta, e.... Alois lo colp sul fianco per farlo stare zitto. 
Che cos' un homie?, chiese Jesse. 
Lo imparerai. Tu dormi sul pavimento, nuovo, disse Wolle. 
Avete un materasso? 
Ne vedi forse uno?. 
Jesse scosse la testa. 
Alois aggrott le sopracciglia e disse: Allora non fare domande stupide. E se Mr Dee viene a controllare.... 
Chi  Mr Dee? 
Il Direx. Messner,  ovvio. Allora: quando viene a controllare ti infili nel letto di Richard, e quando ci chiude dentro ti metti sul pavimento. Chiaro?. 
Jesse annu in preda all'angoscia. 
Altre domande? 
Ah... Messner, voglio dire, Mr Dee, si affrett a correggersi Jesse, ci chiude dentro?. 
I ragazzi si guardarono l'un l'altro sogghignando. E allora?, chiese Alois. Hai paura di fartela nei pantaloni perch non puoi andare in bagno?. 
Jesse serr i denti e scosse la testa. 
Mr Dee chiude a chiave l'ala dei ragazzi, disse Markus, che era rimasto in silenzio fino a quel momento. Qualsiasi cosa accada qui la notte, devi tenere il becco chiuso. Neanche una parola a Mr Dee. 
Jesse annu di nuovo. 
Se dici anche solo una parola o se qualcuno di noi finisce nel buco per colpa tua, ti buttiamo di sotto dalla finestra, aggiunse Alois. Sono quattordici metri da terra. Il ghigno che aveva in faccia non lasciava dubbi che stesse dicendo sul serio. 
E se qualcuno fa domande, diremo che  stato un incidente. Che ti avevamo avvisato, ma tu hai voluto arrampicarti lo stesso, gracchi Mattheo. Pronunci quella frase in maniera strana, come se non fossero parole sue, ma solo una ripetizione meccanica di cose che aveva sentito dire spesso dagli altri ragazzi. 

22. Marted, 8 gennaio 2013. 

Artur Messner fissava la botola al centro della soffitta. Attraverso le assi si sentiva il rumore di stivali che salivano la scala di legno. Isabelle, impaurita, si era rifugiata contro la parete di fronte e se ne stava l rannicchiata sul materasso. 
Anche lui era seduto sul suo materasso, anche lui con le spalle contro il muro. Sentiva sulla schiena le sbarre verticali e calde di un termosifone. Gli pass per la testa l'idea di mettersi in agguato e aggredire l'uomo che stava salendo le scale. Sempre pi spesso gli succedeva di pensare per qualche secondo di essere ancora giovane, nel pieno delle forze. In quelle occasioni elaborava assurdi piani, che crollavano su se stessi un istante dopo. 
No, alla sua et era meglio aspettare. Perch non l'aveva fatto anche prima? Perch non si era sempre limitato ad aspettare? Il lato pi odioso della vecchiaia era che ormai non era pi cos facile ingannare se stessi. 
Qualcuno fece scorrere le due sbarre che chiudevano la botola. Le assi di legno catturarono il suono e lo fecero riecheggiare per tutto il sottotetto. Poi la botola si apr ricadendo sulle assi del pavimento con un tonfo e sollevando una nuvola di polvere. Dall'apertura spunt una testa coperta da una maschera nera. Una maschera antigas. Artur deglut. L'uomo assomigliava davvero a un insetto. Dietro i due ovali trasparenti e obliqui si nascondevano due occhi scuri che lo fissavano con sguardo penetrante. Ad Artur torn in mente la sagoma illuminata dai fari, si chiese se fosse la stessa persona e desider che nulla di tutto ci fosse reale, o almeno che il suo brutto presentimento fosse sbagliato. Era tutto troppo... gi, troppo cosa? 
L'uomo sfior Isabelle con lo sguardo, poi sal gli ultimi scalini e richiuse la botola, senza curarsi minimamente del rumore. Brutto segno. Voleva dire che nei paraggi non c'era nessuno cui dovesse tenere nascoste le proprie attivit. 
Cosa vuole da noi?, gracchi Artur. Ritenne pi prudente dare del lei all'insetto. 
L'uomo aveva con s una grossa borsa sportiva. Dalla cerniera sporgeva un manico di legno. Senza dire una parola, apr la borsa con le mani guantate e tir fuori una corda. 
Va' vicino al tavolo, laggi, ordin ad Artur. Da sotto la maschera la sua voce suonava cupa e metallica, ma anche piuttosto atona, come se avesse scelto consapevolmente di non accentuare i toni o avesse qualcosa in bocca che gli impediva di parlare normalmente. Se era l'uomo che aveva visto alla casetta al cancello, era chiaro che non voleva essere riconosciuto. La mano destra sul tavolo. 
Artur ubbid. 
Ehi, ragazzina. Lo sai fare un nodo?. 
Isabelle annu, impaurita. 
L'uomo and da lei e le diede la corda. Avvolgila intorno al suo polso e stringi forte. 
Isabelle rivolse ad Artur uno sguardo incerto. 
Cosa aveva in mente? 
Sbrigati. L'uomo assest un ceffone in faccia a Isabelle. La bambina grid e si avvicin incespicando ad Artur, tenendosi la guancia. 
La corda era spessa circa mezzo centimetro, ed era fatta di un materiale sintetico moderno, cos flessibile che il nodo di Isabelle praticamente si strinse da solo e gli tagli la pelle. Lei lo guard con aria di scusa. Aveva le guance umide. 
Adesso legagli la mano al piano del tavolo. 
E come? 
Sei una ragazza grande, no?. 
Era evidente che Isabelle avrebbe preferito scuotere la testa e rispondere di no, invece serr le labbra, prese la corda, la fece passare sotto il tavolo e la strinse di nuovo intorno alla mano di Artur. 
Pi stretta. 
Isabelle tir e la corda schiacci la mano di Artur contro il piano del tavolo. 
Adesso un altro nodo. 
Le manine di Isabelle tremavano. I capelli biondi le ricaddero davanti al viso e lei li scost di lato soffiando. 
Artur si morse la lingua per distogliere la mente dal dolore che gli causava la corda tesa. Ma che voleva fare? Il suo sguardo si pos sulla borsa dell'uomo e sul vecchio manico di legno che sporgeva. In quell'istante cap. Terrorizzato, tent di liberare la mano dal tavolo, ma era troppo tardi. 
Mettiti accanto al tavolo, ordin l'uomo a Isabelle. 
No, sussurr Artur. Per favore, no!. 
L'uomo afferr il manico e dalla borsa emerse un'accetta. 
Gli occhi di Isabelle erano colmi di terrore. Artur aveva le vertigini per la paura. Aveva temuto spesso che il passato tornasse a perseguitarlo. Ma era sempre stata una sensazione vaga, una specie di rumore di fondo che giorno dopo giorno andava affievolendosi. Il prezzo erano i fantasmi notturni. Ma ora uno di quei fantasmi era in piedi proprio di fronte a lui. In un folle e insensato tentativo di fuggire, Artur colp il massiccio tavolo di legno di quercia, che prese a traballare, ma si ferm immediatamente contro qualche piccola irregolarit del pavimento. 
Se ti muovi sar solo peggio, disse l'uomo. 
Isabelle socchiuse gli occhi e si ritrasse. 
Guarda!. 
Lei scosse la testa. 
Guarda o sarai la prossima. 
Isabelle spalanc subito gli occhi e li fiss sul tavolo e sulla mano che lei stessa aveva legato, con il volto pallido come gesso. 
L'uomo divaric le gambe per avere maggior equilibrio e prese le misure. 
Per favore, no! Per favore!, piangeva Artur. 
Con movimenti lenti, l'uomo sollev l'accetta sopra la testa, con lo sguardo fisso sulla mano di Artur. Il suo respiro era un sibilo leggero e concentrato che emergeva dal filtro della maschera antigas. 
Poi cal l'accetta lungo una traiettoria arcuata.

23. Garmisch-Partenkirchen - Marted, 8 gennaio 2013, ore 08,45. 

Jesse e Jule seguirono Philippa nei corridoi. Adlershof pareva in ottime condizioni, non come una volta. Le pareti dovevano essere state ridipinte di recente; n sulle porte, n sulle finestre si vedeva vernice scrostata, e il vecchio e malconcio parquet di quercia con il motivo a spina di pesce aveva un aspetto elegante, con le venature scure e marcate che solo un buon olio per parquet poteva far emergere. L'avevano sempre chiamato il pavimento nazi, perch gli angoli retti del parquet ricordavano una svastica. 
A ogni passo le pareti e il pavimento sembravano sussurrare qualcosa. Due file di assicelle del pavimento formavano un angolo che puntava in avanti, le due successive uno che puntava all'indietro. Vieni. Vattene. Vieni. Vattene... 
Perch  tutto cos... vuoto?, chiese Jule. 
Le lezioni ricominciano la prossima settimana, disse Philippa, fermandosi e aprendo la porta alla fine del corridoio. Prego. 
Jesse non conosceva quella stanza, sapeva solo che la sua vecchia camera era al piano di sopra. Il tramestio sopra la sua testa gli rivel che le stanze al piano superiore erano ancora in uso. 
La stanza di Kristina, chiunque fosse, era spaziosa e aveva due grandi finestre che davano sul retro dell'edificio. Sulla parete di sinistra c'era un mostruoso letto matrimoniale con i piedi in mogano ritorto. Sull'enorme cassettone e sui comodini dello stesso stile c'era uno strato di polvere e i paralumi delle lampade erano costellati di ragnatele. La tappezzeria verde sopra il letto faceva da sfondo a un dipinto a olio dalle pennellate troppo rozze, racchiuso in una cornice argentata: Adlershof immerso nella neve, cos come l'avevano visto pochi minuti prima sotto il sole della mattina. Il castello era tanto luminoso dall'esterno, quanto opprimente all'interno. Al contrario del parquet dei corridoi, quello della stanza non era oliato, ma rinsecchito e sbiadito. Attraverso una porta mimetizzata con la tappezzeria si accedeva a un angusto bagno con le finestre cieche. 
Le lenzuola sono nel cassettone, disse Philippa. Fate scorrere l'acqua per un po', le tubature sono vecchie. 
Lo so. Grazie, disse Jesse. 
Philippa usc senza aggiungere altro. Dal modo in cui sbatt la porta ebbero entrambi l'impressione che le sarebbe piaciuto poterla chiudere a chiave. 
Bleah. Jule si sedette con cautela sul materasso, come per evitare di sollevare polvere. Le molle cigolarono. Jesse guardava fuori dalla finestra, in silenzio. La montagna, il cielo, la foresta di conifere sempre uguale a se stessa. Solo l'odore e il terreno morbido cambiavano nel corso dei decenni. Da quella finestra non riusciva a vedere la radura. Ma era l. Anche lei sussurrava, come le pareti e il pavimento nazi. Adlershof era riemersa davanti a lui come Moby Dick e minacciava di inghiottirlo. 
Adesso capisco Sandra, mormor Jule. 
Jesse sapeva di aver bisogno di riposo. Sentiva la fronte bruciare e aveva un leggero senso di vertigine. Ma se si fosse sdraiato, rialzarsi avrebbe richiesto il doppio della fatica. Sbatt le palpebre un paio di volte, finch non ebbe la sensazione che la vista gli si schiarisse, poi frug nella sua borsa e trov il blister con le pillole di ibuprofene. Ne tir fuori due, le ingoi senz'acqua e decise di affidarsi al loro effetto antinfiammatorio e antipiretico. Infil nella tasca dei pantaloni il resto delle pillole. Il tempo correva, e Isa era ancora nelle mani del suo rapitore. Andiamo a fare due passi. 
Due passi? E dove diavolo vorresti andare? Ma ti sei guardato allo specchio? 
Devo trovare Artur. E Markus. 
Markus torner stasera e a quanto ho capito per il momento Artur  introvabile. Abbiamo bisogno tutti e due di una pausa. 
Non credo a una parola di quello che ha detto Richard. Lui non vuole guai. Sarebbe capace di dirmi che nella cappella in cima al massiccio del Wank c' il papa. 
Jesse, capisco. Anche io voglio trovare Isa. Ma non serve a niente continuare fino allo sf.... 
Be' allora la prossima volta lascia i coltelli dove sono. 
Jule si morse la lingua. 
Si era arrabbiata e ne aveva tutte le ragioni. Ma in quel momento Jesse non poteva permettersi di essere comprensivo. Se vuoi restare qui puoi fare il letto. 
Si volt, sicuro che alle sue spalle Jule stesse per esplodere. Quell'atteggiamento da macho era l'unica cosa di fronte alla quale avrebbe capitolato. 
Lascia stare. Vengo con te. 
Jesse represse un sorrisetto. Mentre apriva la porta, le vertigini aumentarono, ma la maniglia in quel momento era un buon sostegno. 
Odio essere cos prevedibile, disse Jule. 
In quanto psicologa, dovresti saperne qualcosa sulla prevedibilit delle persone. 
Su quella degli altri certo, sulla mia non molto, si lament Jule. 
Per un attimo sembr quasi una situazione normale. Una piccola scaramuccia dai toni gentili. Poi, sulle scale, le vertigini tornarono a farsi vive. 
Come va? 
Di merda, brontol Jesse. 
Jule gli sorrise. Lui non sapeva bene come prendere quel sorriso, non sapeva quanta sincerit, compassione e incoraggiamento contenesse. Ma lo fece sentire bene, nonostante le circostanze rendessero quasi impossibile star bene anche solo per un secondo. Dobbiamo scendere gi, al secondo piano. 
Jesse, io.... 
Al secondo piano. 
Poco dopo erano davanti alla porta della stanza di Artur. Jesse aveva la sensazione di aver camminato per met del tempo in dormiveglia. Abbass la maniglia senza alcuna esitazione e in un primo momento fu sorpreso di trovare la porta chiusa a chiave. 
Jesse, guarda qua. 
Jule indic la targa lucida accanto alla porta. C'era scritto: DR RICHARD MESSNER, DIRETTORE DELL'ISTITUTO E DEL COLLEGIO. A quanto pareva Richard non aveva semplicemente rilevato il ruolo che era stato di suo padre, ma anche le sue stanze. 
E adesso dove andiamo?, chiese Jule. 
Ancora un piano sotto. Qualcuno deve pur sapere qual  la stanza di Artur. In cucina troveremo di sicuro qualcuno. E comunque non sarebbe male bere un caff. 
Tornarono alle scale. I gradini scricchiolavano a ogni passo. A Jesse sarebbe piaciuto provare a vedere se ricordava ancora i punti in cui le scale non facevano rumore, ma era troppo stanco per fare un tentativo. 
La cucina era deserta. Si aspettava di trovare qualche cambiamento, ma a parte un paio di elettrodomestici pi moderni, in lucido acciaio temperato, era tutto come lo ricordava. Gli unici segni di vita erano il gorgoglio della lavastoviglie che spazzava via i resti di cibo dai piatti e dalle pentole. Essendo ancora periodo di vacanza, la colazione era terminata da un pezzo. Anche le caraffe erano gi state lavate e messe ad asciugare. Di caff neanche l'ombra. Jesse dovette sbattere di nuovo le palpebre. Sentiva ancora la fronte bruciare. 
Infine sopra un bancone trov una caffettiera a filtro. Il caff in polvere era nello stesso pensile dove all'epoca lo teneva Dante. Mentre prendeva il barattolo, fu sopraffatto di nuovo da violente vertigini e dovette sostenersi sulla superficie in acciaio. 
Tutto bene?, chiese Jule. 
Tra poco mi passa, mormor lui. 
Poco dopo il gorgoglio della caffettiera risuon per tutta la cucina. Jule aveva preso due sgabelli. Sedersi fece bene alle membra pesanti di Jesse, che si chiese quanto ancora ci avrebbe messo l'ibuprofene a fare effetto. Chiuse gli occhi per un istante e inal il profumo del caff. I suoi sensi vacillarono. Solo due secondi, pens. Avrebbe ceduto alla stanchezza solo per un paio di secondi. 
Poi croll di lato. 
Si sentiva leggero. Il corpo di Jule era un cuscino caldo. Poi arriv il freddo del pavimento. E Jule che gli dava dei colpetti rapidi e leggeri su una guancia. Li conosceva bene, cos come il resto della procedura standard di primo soccorso: chiamare sempre il paziente per nome, mantenere il contatto visivo, parlare, e poi, e poi... d'altronde era un medico. Certo per che a parti invertite era tutta un'altra cosa. Lui voleva solo essere lasciato in pace. Aveva la testa cos piacevolmente vuota. Persino il pensiero di Isa si era perso in lontananza, come se volesse prendersi una pausa dal suo rimuginare. Sapeva che era un'idea assurda, ma non riusciva a evitarla. L'ultima cosa che percep fu una mano, la mano di Jule, che si infilava nella tasca dei suoi pantaloni e frugava all'interno. Pens alle chiavi dell'auto, la vide salire sulla Volvo e scappare. Che facesse pure. Lui non l'avrebbe fermata. 
In lontananza sent la voce di Jule. Stava parlando di nuovo, gli sembrava che dicesse: Dia.... Dia-qualcosa. 
Poi, sdraiato sul pavimento della cucina di Adlershof, Jesse sprofond nel buio.

24. Marted, 8 gennaio 2013. 

Il piano del tavolo trem nel momento in cui l'accetta lo colp. Isabelle grid. Artur emise un gemito. Poi cominci a piangere. La lama si era conficcata nel legno a un millimetro dalla punta delle sue dita. Senza dire una parola, l'uomo la rimosse dal piano del tavolo. 
Artur tremava in tutto il corpo. Il suo vecchio cuore galoppava e incespicava. Sapeva che non sarebbe sopravvissuto a un secondo assalto. Voleva conservare intera la mano, ma se proprio doveva perderla, allora avrebbe preferito che il primo colpo fosse andato a segno. 
L'uomo abbass l'accetta, tenendola distrattamente con una mano. Con il cuneo della lama che puntava verso il basso e il manico rivolto verso l'alto, sembrava un prolungamento del suo braccio, che dondolava di fianco. Se qualcuno di voi due mi crea problemi, disse ad Artur, la prossima volta non mancher il bersaglio. 
Ci volle qualche istante prima che la mente sconvolta di Artur comprendesse cosa significava. La sua mano era salva. Almeno per il momento. Aveva le vertigini per il sollievo. 
Mi creerete problemi?. 
Entrambi scossero la testa in silenzio. 
Bene. Queste sono le regole. Quando arrivo, voi vi allontanate dalla botola e vi mettete contro la parete. Una volta al giorno, vi porter acqua e cibo. Per i vostri bisogni c' il secchio. Lo cambier una volta al giorno. Voi rimanete tranquilli e non create problemi. Chiaro?. 
Entrambi annuirono. 
Gli occhi scuri dietro gli ovali trasparenti della maschera antigas li fissavano calmi, quasi immobili. Era quella stessa calma inquietante che aveva messo a disagio Artur gi al telefono. Adesso quello strano modo di parlare attraverso la maschera, che filtrava la voce, faceva apparire tutto ancora pi irreale ai suoi occhi. 
Cosa vuole da noi?, chiese a bassa voce. 
Perch sei andato alla casetta al cancello?, replic l'uomo. 
Artur esit. Pens alla busta con la mano, abbandonata da qualche parte accanto ai cassonetti dell'immondizia. E se per un colpo di fortuna qualcuno l'avesse trovata e avesse chiamato la polizia? 
Ero curioso, disse Artur. Spesso non riesco a dormire e allora me ne vado un po' in giro. Per tutta Adlershof, l'edificio principale, i corridoi, la cantina.  tutto parte di me. Quando sono inquieto,  l'unica cosa che mi aiuta. Poi per ho visto la luce nella casetta e mi sono stupito. Ho pensato di andare a vedere che succedeva. Si schiar la gola. Vecchie abitudini. 
Luce? Che luce? 
Be',  stata accesa pochissimo. Al primo piano. 
L'uomo rimase in silenzio per un attimo, come se dovesse riflettere. Che ne hai fatto della mano?. 
Considerata la situazione, Artur era fiero del suo riuscito miscuglio di verit e bugie, ma adesso si sent avvampare in viso. Quello era un gioco pericoloso. Forse era meglio rispondere sinceramente alla domanda? 
L'uomo mosse appena l'accetta, quel poco che bastava per farla oscillare. Un leggero ammiccare, niente di pi. 
L'ho nascosta, si precipit a dire Artur. 
Nascosta dove? 
Io, be'.... 
Il dondolio dell'accetta si fece pi evidente. 
Nella mia cucina, in freezer. 
L'uomo annu. Artur sent un brivido freddo corrergli lungo la schiena. Sapeva dove abitava? 
L'uomo con la maschera tir fuori dalla borsa due secchi infilati l'uno nell'altro, due bottiglie di plastica, due cucchiai e un grosso contenitore di plastica. Artur not che il contenitore assomigliava molto a quello della mano. Aveva una fame tremenda, ma non era sicuro di essere in grado di mangiare da un contenitore come quello. 
L'uomo ripose l'accetta nella borsa. Richiuse la cerniera, che emise un ronzio aggressivo, poi apr la botola, scese gi e chiuse a chiave, senza degnare n Artur n Isabelle di un altro sguardo. Ad Artur parve di sentire un leggero tremolio nel pavimento quando le sbarre della botola tornarono al loro posto. 
Mi dispiace, sussurr Isabelle. Si avvicin e tent di sciogliere il nodo con le mani. Artur sent le sue dita tremanti e fredde sulla pelle. Il nodo si rivel ostinato, i suoi tentativi di liberarsi avevano solo stretto ancora di pi la corda. 
Artur sorrise a Isabelle per ringraziarla. 
Credi che mio pap chiamer la polizia? 
Hai paura che lo faccia? 
Ho paura che quell'uomo lo venga a sapere. Non voglio morire. Per un attimo Artur credette che si sarebbe messa a piangere. Ma se nessuno chiama la polizia, disse invece, ho paura lo stesso. 
Io non credo che lui la chiamer. 
E perch? 
Perch non vuole che ti succeda nulla. Ma se lo conosco bene verr a cercarti. 
Conosci il mio pap?. Isabelle lasci perdere il nodo e lo fiss con gli occhi spalancati. Chiari, innocenti e di un azzurro intenso, come quelli di Sandra quando era piccola. E aveva i riccioli di Jesse. Artur aveva conosciuto molti bambini. Ma guardando indietro, quei due erano sempre stati speciali. Gli salirono le lacrime agli occhi. Conosco tutti e due. Tuo padre e tua madre. 
Sei dell'istituto?. 
Te ne hanno parlato? 
Non molto. Solo qualche volta. 
Artur emise un sospiro. Per met era di sollievo, perch confidava che nessuno dei due avesse raccontato a Isabelle brutte storie su di lui, ma conteneva anche un bel po' di malinconia. Con gli orfanotrofi  sempre cos. Nessuno ne ha mai un bel ricordo. E nessuno ci vuole pi tornare. A meno che fuori non sia ancora peggio. 
Isabelle abbass lo sguardo e ricominci ad armeggiare con il nodo. E tu? Tu sei tornato? 
Io non sono mai andato via. Sono il vecchio direttore. 
Davvero?. Gli occhi azzurri di Isabelle lo scrutarono attentamente. Sei Mr Dee?. 
Artur fece una smorfia. Ti ha raccontato anche questo? 
Mmm, disse Isabelle, di nuovo concentrata sul nodo. Hai perso!. 
Come, scusa?, chiese Artur perplesso. 
Pap lo dice sempre quando riesce a risolvere qualche problema. Tir un'estremit della corda e il nodo si sciolse. Sollevato, Artur tir su la mano dal tavolo. Intorno al polso c'era un livido scuro a forma di anello. Grazie, mormor, ma subito ebbe la sensazione che non fosse abbastanza. Elogi e ringraziamenti non erano mai stati il suo forte. A volte si chiedeva quanto Richard ne avesse sofferto. 
Sei stata brava, aggiunse goffamente. Suon come una frase imparata a memoria, ma Isabelle non parve curarsene. Sorrise. 
Muovendosi con cautela, Artur ritorn al materasso, si sedette gemendo e appoggi la schiena al termosifone incastonato nella muratura obliqua. Il calore gli faceva bene alla schiena. 
Posso venire vicino a te?, chiese Isabelle. 
Artur non sapeva cosa rispondere. Isabelle lo prese per un s, scivol accanto a lui, davanti al termosifone, e gli prese una mano. Lui era senza parole. Quanto tempo era passato dall'ultima volta che qualcuno gli aveva preso una mano? 
Sei un tipo a posto, dichiar Isabelle. Pi gentile di come raccontava mamma. 
Artur aveva di nuovo le lacrime agli occhi. Tutta la sua vita sembrava essersi dissolta in un grande nulla, e quel breve momento, l, con la figlia di Jesse, rischiava di essere il pi bello degli ultimi decenni. 
Perch piangi? Anche tu hai paura di morire?. 
Artur si asciug rapidamente le lacrime dalle guance. Cosa doveva rispondere? No sarebbe stata una bugia bella e buona. Ma lui sapeva bene che c'erano cose peggiori della morte. E non sapere cosa avesse in serbo l'uomo insetto per lui e per Isa lo rendeva profondamente insicuro. 
Come credi che far?, chiese Isabelle. 
Cosa? 
Mio padre. Come credi che far a trovarmi? 
Non ne ho idea. Ma so che ti cercher ovunque. 
Per un lungo momento tacquero entrambi. 
Senti, Artur, disse poi Isabelle, questa volta a bassa voce. 
Mmm. 
Credi che quell'uomo ci uccider?.

25. Garmisch-Partenkirchen - Marted, 8 gennaio 2013, ore 09,23.
 
Diazepam? Jule lesse perplessa le minuscole lettere scritte sul retro argentato del blister, che era uscito fuori dalla tasca di Jesse quando aveva preso le chiavi. Stando a quel che diceva la confezione, Jesse aveva ingerito delle pillole di tranquillante e sonnifero, e lei non capiva perch. E quante ne aveva prese? Due? Per di pi in quello stato di sfinimento! Era un medico, doveva pur sapere che una dose del genere era in grado di far dormire un gorilla come un bambino. Si era sbagliato quando le aveva prese dalla borsa? 
La caffettiera scoppiett e rilasci l'acqua sul filtro. Jesse era steso sul pavimento freddo, completamente KO. 
Le chiavi nella mano di Jule avevano conservato il calore della tasca dei pantaloni di Jesse. Se voleva andarsene da l, quello era il momento giusto. Ma lo voleva davvero? La notte prima, nel parcheggio, avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di allontanarsi da Jesse. E poi invece aveva scelto di non farlo. 
Mentre era seduta sul camion aveva visto il polacco spingere via Jesse, picchiarlo persino. E all'improvviso la sua prospettiva si era completamente ribaltata, le erano venuti dei dubbi. 
Ovviamente si era chiesta se non avesse semplicemente provato pena per lui, o senso di colpa, dopo aver visto il polacco che lo colpiva sulla ferita. Forse c'entrava un briciolo di Sindrome di Stoccolma, per cui aveva cominciato a provare empatia per il suo rapitore. Ma la ragione di fondo erano stati i dubbi. E il commento di Jesse, quando aveva detto che lei aveva soltanto paura, l'aveva colpita nel profondo. 
Sandra voleva parlarle proprio di lui e gi al telefono Jule aveva percepito quanto fosse inquieta. Ma a rifletterci meglio, questo non significava che lei dovesse aver paura di Jesse. Forse Sandra aveva avuto paura per Jesse. Era una differenza piuttosto rilevante. Quando lo aveva visto chino sul corpo di Sandra, forse lo shock e la sua paura di lui erano stati cos potenti da farle completamente travisare il senso delle allusioni della sua amica. 
Sulla fronte di Jesse erano spuntate minuscole goccioline di sudore freddo. Era sull'orlo del collasso da ore. Ma aveva tenuto duro perch la posta in gioco era Isa. 
Jule infil in tasca le chiavi della Volvo e decise di cercare aiuto. Da sola non sarebbe mai riuscita a spostare Jesse e quel pavimento freddo era pessimo per una persona in preda alla febbre. Quando si alz in piedi not una porta zincata che probabilmente conduceva in cantina. Era semiaperta e dondolava leggermente, mossa dalla corrente. Da dietro l'isola del piano cottura, Jule vide spuntare una testa bionda. 
Ehi, salve, disse. 
La porta della cantina cigol leggermente. 
Ti ho vista, puoi uscire. 
Nessuna reazione. 
Mi serve il tuo aiuto. 
Da sopra il bordo d'acciaio spuntarono due occhi azzurri. Una ragazzina di dieci o undici anni, con i capelli biondi tutti spettinati. 
Come ti chiami?, chiese Jule. 
La bambina non rispose, ma os avvicinarsi di qualche centimetro. Era carina, anche se in maniera non appariscente, con delle lentiggini chiare sulla pelle ancora pi chiara. Non ti ho mai vista qui, disse. La sua voce era chiara e limpida, ma con una nota di fondo pi dura. 
 la prima volta che vengo qui, disse Jule. E tu? 
Per me non  la prima volta. 
Pensavo che non ci fosse lezione questa settimana. 
No.  ancora vacanza. 
E allora perch sei qui? 
Gli homie restano sempre qui. 
Capito, disse Jule. E che ci fai qui sotto?. Si pent immediatamente del tono di rimprovero che aveva assunto la sua voce. 
La bambina esit e spost il peso del corpo da un piede all'altro. A quanto pareva non era un argomento piacevole per lei, aveva l'aria di essere stata scoperta a fare qualcosa di proibito. Forse aveva rubato qualche caramella o roba del genere. 
Va tutto bene, disse Jule. Non devi dirmelo per forza. Per potresti aiutarmi e andare a chiamare qualcuno. Devo portare a letto il mio amico, prosegu indicando Jesse. Mi serve qualcuno abbastanza robusto che mi aiuti. 
La ragazzina si alz in punta di piedi, ma rimase dov'era. 
Puoi chiamare qualcuno, per favore?. 
Scosse la testa. I capelli le parvero piuttosto unti, come se non li lavasse da parecchio. Solo in quel momento, Jule not che aveva la mascella sinistra leggermente storta. Perch no? 
Loro non devono scoprire dove sono. 
Hai combinato qualcosa?. 
Lei scosse la testa. Chi  quello sdraiato? 
Un mio amico. Si chiama Jesse. 
La bambina si prese il labbro inferiore tra le dita, come per riflettere, e si mise di nuovo in punta di piedi, anche se non era sufficiente per riuscire a vedere Jesse. Le due isole della cucina in mezzo a cui giaceva Jesse erano come due muri. Con cautela, come se avesse paura di incappare in una trappola, la bambina scivol intorno a una di esse, fino all'angolo. Alla vista di Jesse spalanc gli occhi. Fa paura, sussurr. 
Paura? Che vuoi dire?. 
La ragazzina parve cercare le parole giuste, ma non le trov. Rivolse a Jule uno sguardo pi diffidente, come se la paura che le suscitava Jesse fosse contagiosa. Poi, all'improvviso, allung il collo come un uccellino spaventato. Alle spalle di Jule risuonavano dei passi. La piccola aveva davvero un udito fino. 
Ehi? Alois?. Dal corridoio sopraggiunse una voce maschile sconosciuta. 
La ragazza spalanc gli occhi, terrorizzata, e si port un dito alle labbra. Non mi tradire, sussurr, sparendo poi nella fessura aperta della porta della cucina, rapida come una volpe. Il ticchettio dei suoi piedi si perse rapidamente nel buio. 
Alois?. 
Jule sussult. 
Sulla soglia della cucina era apparso un uomo massiccio, con una postura rigida e i fianchi leggermente storti. Aveva i capelli scuri, con la scriminatura in evidenza, e il mento pronunciato. Anche i suoi occhi erano scuri e incredibilmente grandi, le borse sotto gli occhi erano gonfie e segnate da occhiaie bluastre. Chi  lei? Che ci fa qui?, le chiese. 
Io... be', ho accompagnato un amico, disse Jule. Magari pu aiutarmi? 
Dov' Alois? 
Non so chi sia Alois, ma.... 
Il nostro cuoco. 
Qui non c' nessuno. Non potrebbe aiutarmi? 
E perch dovrei aiutarla?. L'uomo si volt e fece per andarsene. 
Non sono io che ho bisogno di aiuto, ma il signor Berg. 
L'uomo si blocc all'istante. Chi? 
Il signor Berg. Jesse Berg. 
Jesse  qui?. Si era voltato di nuovo. I suoi occhi scuri si erano fatti piccoli e una delle lampade proiettava un riflesso di luce sul suo volto. Dov'?. 
Jule si ritrasse istintivamente e lo fiss negli occhi. Non erano semplicemente scuri, le pupille erano dilatate in maniera cos innaturale che dell'iride marrone non restava che un anello sottile. Lei chi ? 
Il custode. E lei?. 
Lei  Markus?. 
L'angolo sinistro del suo labbro superiore si tese in una smorfia ironica. A quanto pare Jesse le ha raccontato di me.

26. 1979, Garmisch-Partenkirchen. 

La domenica Jesse era di turno in cucina. Pulire e lavare i piatti era compito degli homie. Al contrario degli innis, i cui genitori pagavano la retta del collegio, gli homie dovevano ripagare l'istituzione per l'ospitalit, e non solo nel periodo scolastico, ma anche durante le ferie. Gli homie non avevano i genitori. O erano stati sottratti alla loro tutela. 
All'inizio Jesse non aveva battuto ciglio. Era abituato a dover tenere in ordine un lurido appartamento di due stanze. E da solo, senza alcuna compagnia. Almeno l sotto, in cucina, c'era Dante, il cuoco. Dante era uno scontroso omaccione di due metri che camminava sempre curvo perch le porte erano troppo basse per lui. Gli angoli della sua bocca erano curvi quanto le sue spalle. Aveva una corona di capelli grigi che circondava la testa pelata, anche se per via della sua altezza si vedeva raramente. 
Ogni tanto per diceva due parole. Grazie a lui la prima domenica Jesse impar un paio di cose su Adlershof. E anche che a Dante piaceva bere da una certa bottiglia marrone senza etichetta. A un certo punto Jesse la rovesci inavvertitamente. Dante si fece cos scuro in volto che Jesse temette di ricevere uno scapaccione dalle sue mani grosse come pale. Maledetto buono a nulla, brontol Dante. Urt con la testa una delle lampade di lamiera appese al soffitto e la luce danz irrequieta sul suo viso e sulle superfici in acciaio. Adesso vai a prendermene un'altra. 
Jesse rimase a guardarlo, in attesa. Non sapeva dove. 
E visto che non lo sapeva, si guadagn un ceffone. Forse aveva assunto un'aria un po' sfacciata, pens. 
In ogni caso, si incammin lungo il percorso indicato da Dante con la guancia che gli bruciava. Scese le scale intagliate nella pietra gir sul corridoio a destra. Le pareti di mattoni erano color rosso opaco. Ogni due metri c'era una lampada. A Jesse torn in mente la cantina della casa di Kiel. Anche l c'erano delle pesanti porte di legno, molto simili. L'espositore per cartoline nella sua testa ruot su se stesso e davanti ai suoi occhi comparve l'immagine di sua madre sotto il cappotto marrone. Le sue gambe che sporgevano. La mano che afferrava l'aria. 
Non era solo il fatto che non ci fosse pi. Il punto era che per tutto il tempo in cui avevano vissuto insieme lui era sempre rimasto ai margini. Era sempre stato in secondo piano. Ricacci gi quel ricordo amaro. 
Che aveva detto Dante? Qual era la porta giusta? La quinta sulla destra. Infil la chiave nella toppa con le dita tremanti. Il chiavistello si apr cigolando. Ma c'era anche qualcos'altro. Un altro rumore. Jesse rimase impietrito. Era musica quella? Sembrava stridula e cupa allo stesso tempo. Ma era senza dubbio musica. Come in un concerto, o all'opera, o roba cos. Solo che nessuno cantava. 
Jesse sfil la chiave e percorse il corridoio in direzione di quel suono, come seguendo un profumo, finch, girato l'angolo, si ritrov di fronte a un'altra porta di legno, uguale in tutto e per tutto alle altre, a parte il fatto che tra il muro e il legno di quercia si vedeva una sottile striscia di luce. Si chin in avanti, come sotto effetto di un incantesimo, e trattenne il respiro di fronte allo spettacolo pi bello e irreale che avesse mai visto. Sul pavimento della cantina c'era un quadrato fatto di assi di legno smerigliato e lucido, e illuminata da una lampada racchiusa dentro una grata c'era una ragazza che danzava di fronte a tre specchi sistemati provvisoriamente uno accanto all'altro. Doveva avere pi o meno la sua et, indossava una specie di costume da bagno nero a maniche lunghe e aveva i capelli biondi stretti in una treccia, che si sollevava a descrivere un arco nell'aria ogni volta che lei ruotava su se stessa. I suoi movimenti erano a volte impetuosi e a volte leggiadri, sembrava che danzasse in completa libert. Una volta, a scuola, Jesse aveva assistito alla rappresentazione di un balletto, e ne aveva anche guardato un pezzo in televisione, ma non gli era mai capitato di vedere nulla del genere. 
I movimenti della ragazza erano cos seri, cos pieni di passione, che gli venne la pelle d'oca. Quella ragazza era tutto ci che lui non era. Mentre si muoveva, si apriva al mondo ed era felice, il suo viso splendeva, e le sue movenze erano cos... pure. Gli sembr una cosa stupida da pensare. Ma era l'unica parola che gli venisse in mente: pura! 
All'improvviso un pugno lo raggiunse sullo zigomo e lui vol di lato, contro il cemento freddo e ruvido della cantina. Gli arriv un calcio alla bocca dello stomaco, lui si rannicchi, e un paio di mani lo afferrarono per la camicia e lo allontanarono dalla porta, trascinandolo in un corridoio laterale, dove il suo aggressore lo sbatt contro una parete. Che andavi cercando l?. 
Jesse si ritrov a fissare il volto rabbioso di un ragazzo di forse dodici anni. Niente... ho solo sentito la musica e volevo.... 
Dare una sbirciata a Sandra?. 
Dare una sbirciata. Era cos che si diceva? Quando restava nella stanza mentre suo padre lo faceva con quelle donne... Una di loro una volta aveva detto che lui se ne stava l a dare una sbirciata. Aveva sorriso, poi aveva aperto le gambe e aveva cominciato a massaggiarsi con le dita bagnate di saliva. Dare una sbirciata voleva dire guardare cose sporche. Forse si diceva anche quando uno era sporco e guardava qualcosa di bello? Ero solo curioso. 
Di vedere com' Sandra quando si sveste, vero?. Il ragazzo lo colp di nuovo allo stomaco. 
Ho solo visto come ballava, nient'altro, ansim Jesse. 
 gi troppo, piscione. Questa  la mia cantina, hai capito?. 
La mia stanza. Il mio letto. La mia cantina. L tutto apparteneva a qualcuno. Solo Jesse non possedeva nulla. Neanche un materasso. Annu. Come ti chiami?. 
Il ragazzino lo guard con rabbia. Richard. Vedi di ricordarlo questo nome. 
Jesse annu di nuovo. Ecco il famoso Richard. Me lo ricorder, rispose a denti stretti. 
Richard lo fiss per un istante, incerto se quel me lo ricorder di Jesse significasse un'ammissione di sconfitta o fosse invece una provocazione. Si decise per la sconfitta, o meglio, per la sensazione di essere uscito vincitore dallo scontro. 
Perch viene a ballare qui sotto?, chiese Jesse. 
Che te ne frega?. 
Jesse fece spallucce. Sentiva un dolore pulsante allo stomaco e aveva lo zigomo destro in fiamme. 
Richard lo lasci andare e si pass le mani sul maglione di lana, come per ripulirle dalla sporcizia.  stato Dante.  lui che ha arredato la stanza. Ha un debole per lei. A volte viene a guardarla anche lui. A giudicare dall'espressione di Richard, gli sarebbe piaciuto dare una bella ripassata anche a Dante, ma ovviamente era impossibile. Tu non farti vedere intorno a Sandra, hai capito?. 
Annuire. Annuire sempre. Di solito serviva, almeno temporaneamente. Ma negli ultimi tempi tutto quell'annuire cominciava a pesargli parecchio. Sei anche tu un homie? 
Io?. Richard scoppi a ridere, sprezzante. Non pensarci nemmeno. E adesso sparisci. 
Jesse non se lo fece dire due volte. Si allontan dalla parete e and alla porta che aveva richiuso a chiave. 
Non l, sbuff Richard sbarrandogli la via. Di sopra!. 
Jesse si morse un labbro, si volt e si incammin lungo il corridoio, sentendo lo sguardo di Richard sulla schiena. 
Quando ritorn in cucina, Dante gli assest tre bei scapaccioni. Uno sulla guancia destra, perch ci aveva messo troppo tempo, uno sulla guancia sinistra, perch aveva lasciato la chiave di sotto, e un ultimo di nuovo a destra, perch non gli aveva nemmeno portato la bottiglia. 
Rifallo un'altra volta e finisci nel buco per due settimane, sibil. 
Jesse annu. A dispetto del dolore, non riusciva a pensare ad altro se non alla ragazza con il costume da bagno nero a maniche lunghe.

27. Garmisch-Partenkirchen - Marted, 8 gennaio 2013, ore 10,02. 

Markus Kawczynski si chin leggermente in avanti accanto a Jule e osserv attentamente Jesse, sdraiato sul pavimento della cucina. Le sue pupille scure ed enormi si muovevano in fretta e lui sbatt le palpebre pi volte. Jule si chiese se fosse sotto effetto di qualche droga, i suoi occhi potevano essere un indizio. Il lato destro del viso era assolutamente immobile, quasi come quello dei pazienti colpiti da ictus, ed emanava freddezza e impassibilit. L'angolo sinistro della bocca invece era curvato in un sorriso. 
Che gli  successo?, chiese Markus. 
Ha preso un forte tranquillante. 
Gliel'hanno somministrato a forza? 
Come le viene in mente? No!. 
E allora perch l'ha preso? 
Lui... non sta molto bene. 
Il sorriso sul volto di Markus adesso aveva un che di cinico, la rabbia che nascondeva si poteva quasi toccare con mano. Per Markus Kawczynski era evidente che lui e Jesse non erano affatto pari. 
C' anche Sandra?, chiese. 
Il modo in cui chiese di Sandra suscit l'attenzione di Jule. Avrebbe anche potuto sembrare un tono casuale, ma non lo era affatto. 
Sandra...  a Berlino. 
A Berlino. Ma guarda. E perch Jesse si  fatto accompagnare da lei fin qui? 
 una storia lunga, rispose Jule. 
Le storie che riguardano Jesse sono sempre lunghe. E di solito finiscono male. Soprattutto per gli altri. 
Jule tacque, turbata. 
Vuole portarlo via da qui?. 
Il modo in cui l'aveva detto! Come se stesse parlando di un capo di bestiame. Markus rest a fissarla in attesa di una risposta, con il capo leggermente inclinato. 
Il pavimento  troppo freddo, disse Jule. Ha la febbre. 
Anche lei  un medico, come lui? 
No. Sono psicologa. 
Psicologa. Ma tu guarda. Lo sguardo di Markus era penetrante e la metteva a disagio. Tocc le chiavi della Volvo nella tasca. Il suo biglietto per la libert, per fuggire lontano da tutto questo. Ma anche se fosse riuscita a venire a patti con l'idea di abbandonare Jesse nei guai, si sentiva in dovere di restare per Sandra, e questo rendeva le cose molto pi difficili. 
Bene, mormor Markus mentre andava alla porta della cantina e l'apriva. Colp l'interruttore con il dorso della mano e una luce gialla rischiar il tetro ingresso. 
Lei pensi ai piedi, io lo prendo dalle spalle. 
L sotto?. Jule scosse il capo. Pensavo di portarlo a letto, non in cantina. 
Il sorriso di Markus si fece pi gentile. I suoi lineamenti sfatti assunsero un'aria leggermente pi giovanile. Non voglio fargli nulla di male. Semplicemente, il letto pi vicino  da questa parte. Qui sotto c' l'alloggio degli sguatteri di cucina. Nel seminterrato. Non  esattamente l'hotel Kempinski, ma andr bene. Le rivolse un sorriso obliquo, e quando vide l'espressione dubbiosa di Jule prosegu: Senta, Jesse non mi sta particolarmente simpatico. Questo stronzo mi  costato un rene e anche qualcos'altro. Ma non sono n uno stupido n un pazzo. Perch mai dovrei fargli del male? 
Io... be'.... Imbarazzata, Jule si scost una ciocca di capelli dal viso.  solo che non credo di farcela a trasportarlo gi per le scale. Forse  meglio chiamare aiuto. 
Markus apr ancora di pi la porta della cantina. A quel punto Jule vide il montascale installato sulla parete di mattoni. Il sedile di plastica grigia riluceva illuminata dalle lampade. Markus parve sorridere con ogni muscolo del viso. Sono solo un paio di metri. 
Jule annu e sorrise, come faceva sempre. Non sapeva cosa pensare. All'improvviso Markus le parve solo un po' rozzo e non pi inquietante. 
Non c' bisogno che mi aiuti. Ce la faccio anche da solo, disse lui. Afferr con decisione Jesse da sotto le spalle e lo sollev. A Jule venne in mente la ferita sul fianco suturata di fresco. Si precipit ad aiutare Markus afferrando i piedi di Jesse. Quando lo adagiarono sul sedile del montascale, lui brontol qualcosa ma tenne gli occhi chiusi. 
Stia attenta che non cada, le ordin Markus. 
Poi, prima che Jule potesse protestare, premette il pulsante di avvio, il sedile sussult e cominci a scendere verso il basso lungo la guida a parete. Jule la segu scendendo i gradini e preoccupandosi di non far scivolare gi Jesse. Quando il montascale si ferm, il corpo di Jesse sussult dolcemente. 
Avanti, mormor Markus. Le sue scarpe scricchiolavano sui gradini. Erano scarpe da lavoro nere, malconce, probabilmente con un rivestimento di ferro in punta. 
Lei da sotto e io da sopra?. 
Markus afferr di nuovo Jesse sotto le ascelle. Jule lo prese per i polpacci e tent di aiutare pi che poteva. 
Dobbiamo portarlo l dentro, sbuff Markus indicando con la testa dietro di s.  meglio se lei si gira. Jule cominci a sudare, anche se faceva piuttosto freddo. Il pavimento era di cemento, le pareti di vecchi mattoni. Le porte erano chiuse con assi di legno, inchiodate a croce per renderle pi stabili. A intervalli regolari c'erano delle lampade montate a parete. Jule si chiese dove sbucasse il muro esterno. Dal lato della facciata non aveva notato nessun seminterrato. 
Un altro po' a destra, cos non sbatte contro lo stipite, la guid Markus. 
Santo cielo! Jesse pesava quanto un macigno. Jule oltrepass di schiena una delle porte e osserv le pareti a destra e a sinistra rivestite grossolanamente con assi di legno. 
Qualche altro passo, ansim Markus, che stava sostenendo la maggior parte del peso. E adesso sul letto. Insieme adagiarono Jesse di fianco sopra un materasso poggiato su un telaio di ferro. La rete si curv sotto il suo peso. Con un gesto che evidentemente aveva gi fatto migliaia di volte, Markus prese un portachiavi dalla cintura. Le chiavi tintinnarono. Ne infil una nella serratura, la gir e chiuse la porta dall'interno. 
Jule lo fiss. 
Essere il custode ha i suoi vantaggi, sorrise.

28. Garmisch-Partenkirchen - Marted, 8 gennaio 2013, ore 10,19. 

Jule si sarebbe volentieri presa a schiaffi per la propria ingenuit. Pass rapidamente in rassegna con lo sguardo quella stanzetta angusta e opprimente. Aveva le dimensioni di una cella ed era completamente rivestita di vecchie assi di legno. Pavimento, pareti e soffitto. Persino la porta era dello stesso materiale e adesso che era chiusa si distingueva a malapena dalle pareti. Non c'erano finestre, n prese d'aria, n qualsiasi altra apertura, a parte le crepe nella porta, attraverso le quali si vedeva filtrare la luce del corridoio. L'unica fonte di illuminazione nella stanza era una lampada fissata al soffitto, protetta da una grata di metallo. Jule per non individu l'interruttore da nessuna parte. 
Si sieda, disse Markus. La stanza dava alla sua voce un effetto cupo, sebbene non ci fosse l'eco. Le sue dita rozze e callose facevano scivolare le chiavi avanti e indietro sull'anello di ferro, come i grani di un rosario. 
Preferisco restare in piedi. 
Le sue ginocchia, disse Markus indicando le gambe di Jule. Stanno tremando. 
Perch ha chiuso la porta a chiave?. 
Perch siete venuti qui?. 
Prima mi dica perch ci ha chiusi dentro. 
Markus sorrise con condiscendenza. Le sue pupille scure scintillavano. Chi ha le chiavi, lei o io?. 
Jule serr le labbra e rimase in silenzio. 
Se anche aveva assunto qualche droga, non era del tipo che rallenta i processi mentali. Ma le pupille dilatate potevano anche essere il frutto di una sbornia della notte precedente. 
Allora, perch siete qui? 
Come le ho detto, sono psicologa e mi occupo di bambini. Al momento sto lavorando a un saggio di studio sugli adolescenti cresciuti in istituto e sul loro sviluppo fino all'et adulta. Jesse si  offerto di farmi vedere l'istituto in cui  cresciuto. 
Un saggio. Aha. E i tranquillanti? Fanno parte del suo studio? 
Li ha presi per sbaglio, li ha scambiati per un antidolorifico. 
Per sbaglio, sbuff Markus. Lui  un medico, giusto? 
Lui ... come le ho detto, al momento non sta bene.  ferito. 
Che vuol dire ferito?. 
Jule indic il fianco di Jesse. Senza dire una parola, Markus gli sollev i vestiti e osserv la fasciatura. Cosa  successo? 
Come le ho gi detto, si  ferito, disse Jule. 
Qualcuno l'ha aggredito? 
No. Non  quello che pensa lei. 
Certo. E cos' che devo pensare?. 
Jule non rispose. 
Lei sa cosa  successo? 
Io.... Jule esit un istante. Markus, che aveva continuato a giocherellare con le chiavi che teneva nella mano destra, si ferm. 
So solo quello che mi ha raccontato Jesse, disse Jule. 
La versione di Jesse, certo, disse Markus con una risata amara. 
Mi racconti la sua, allora, gli propose Jule. 
Non c' niente da raccontare. Non  successo niente. Se lei  davvero una psicologa, dovrebbe averlo capito gi da parecchio. Se  una brava, ovviamente. 
Vuole dire che Jesse ha problemi psicologici? 
Non voglio solo dirlo. Lo so. 
E lei allora? Anche lei ne ha qualcuno?. 
Per un attimo nella stanza cal il silenzio. Si sentiva solo il leggero sibilo del respiro di Jesse. 
Lei si sopravvaluta, disse Markus. Sulla sua fronte era comparsa una sottile pellicola di sudore. 
Che vorrebbe dire?, chiese Jule a bassa voce. 
Se crede di avere capito Jesse, si sbaglia di grosso. Le dita di Markus ricominciarono a giocherellare con le chiavi, facendole tintinnare. 
Che diavolo vuole lei da me? 
Mi dica cos'ha Jesse. Cosa c' che non va in lui? Perch ha fatto tutto questo? 
Non so neanche di cosa stia parlando. E anche se lo sapessi non potrei dirglielo. 
Allora lei lo sa il perch, insist Markus. Le chiavi scivolavano una dopo l'altra nella sua mano. Clic-clic-clic.
Santo cielo, no! Non l'ho mai detto. 
Non pu dirlo per via del segreto professionale, giusto? 
Se fosse un mio paziente, s! Ma santo cielo, non lo !. 
Clic-clic. Clic-clic. 
Markus la fissava con occhi quasi febbricitanti. Lo vuole un consiglio? 
Che consiglio? 
Per il suo paziente che non  un suo paziente. 
Un consiglio da psicologo? Da lei? 
Lo porti via di qui. Il prima possibile. La cosa migliore  rinchiuderlo da qualche parte, in qualche struttura apposita. Non voglio pi vederlo aggirarsi di notte da queste parti. 
Come, scusi? 
Sa bene a cosa mi riferisco. 
Che intende con aggirarsi di notte?. 
Markus sbatt le palpebre. Tre volte, allo stesso ritmo del tintinnio delle chiavi. Di che si stupisce? L'ho visto. Qui. L'ho anche detto a Sandra. Lo chieda a lei. Vi conoscete, giusto?. 
Jule lo guard sbalordita. Ha parlato con Sandra? 
Certo.  venuta qui. Il sabato prima di Capodanno. 
Il sabato dopo Natale, riflett Jule. Meno di due settimane prima. Jesse allora aveva ragione, Sandra era stata a Adlershof. Esattamente quando ha visto Jesse qui? E dove? 
Un paio di settimane prima, a met novembre. Sempre di notte. Rimase in silenzio per un attimo, come se stesse frugando nella propria mente per ricordare... o forse per inventare qualcosa? Una volta stava salendo le scale dell'edificio principale e una volta l'ho visto proprio in cima, in mansarda. Dove dormono i bambini dell'istituto. Usciva dal bagno delle ragazze. Ed era tutto sporco. 
Jule rimase a fissare Markus. Di colpo la sua diffidenza originaria verso Jesse riaffior, anche se sapeva che non avrebbe dovuto. Markus Kawczynski faceva sicuramente uso di droghe, poteva averle prese da poco o anche la notte prima. E pi lei lo ascoltava, pi il suo comportamento le sembrava quello di un paranoico. E ha parlato con lui? La notte in cui l'ha visto, intendo? 
Assolutamente no. Mi sono tenuto alla larga. Abbiamo chiuso, io e lui. 
E Sandra cosa ha detto? 
Mi ha guardato come mi sta guardando lei ora. Non riusciva a credere che lui potesse essere tornato qui. Per questo l'ho mandata a parlare con Wolle. 
Wolle? E chi ? 
Wolfgang Seifert. Il proprietario del Woll'seifert, gi a Klammstrasse. Un vecchio compagno di stanza mio e di Jesse. 
E cosa c'entrava questo Wolle in tutta la faccenda? 
Ho pensato che se c'era qualcuno cui poteva credere, quello era lui. Sandra ha avuto una storia con lui. Durata pochissimo. Prima che cominciasse l'ossessione di Jesse-Jesse-Jesse. Ma anche dopo, lui ha continuato a piacerle. E Wolle non le ha mai detto una parola, come tanti, del resto. 
Quindi anche Wolle ha visto Jesse? 
No. Ma Wolle ha sempre saputo com'era Jesse. Non si  lasciato ingannare dopo l'incidente. La sua aria innocente. Jesse, la povera vittima. Era stato fortunato a scamparla. Wolle non c' mai cascato. 
Perch, cosa sapeva? 
Una volta ha accennato a un paio di cose che non tornavano riguardo a Jesse. Cose che aveva visto con i suoi occhi. Quando me l'ha detto avevamo gi bevuto un paio di birre e quando gli ho chiesto di raccontarmi di pi ha detto che era un segreto. Mi ha fatto capire che aveva promesso al Direx di non parlarne mai con nessuno. 
E cosa poteva aver visto?. 
Markus alz le spalle. Non lo so, di sicuro, qualcosa che l'ha spaventato. Era davvero terrorizzato. Non ha voluto aggiungere una parola. Ha detto solo che Jesse non gli piaceva. 
Non gli piaceva? E la sua opinione  sufficiente per decidere di rinchiudere qualcuno in manicomio? 
Qui non c' pi niente per Jesse. Perch se ne va in giro di notte allora? Me lo spieghi. 
Jule sbuff. Mi spieghi lei perch se ne va in giro per la casa di notte. 
Sono il custode. 
Ah, e le riparazioni al bagno delle ragazze le fa di notte?. 
Markus si fece scuro in volto. Le sue dita presero a far scivolare le chiavi febbrilmente lungo l'anello. Decida lei a chi credere. Ma non mi piace che Jesse venga qui a fare i suoi giochetti. Come le ho detto, quello va rinchiuso. 
Se fosse cosciente, mi direbbe la stessa cosa di lei. 
Markus lanci a Jesse un'occhiata fredda. Poi sbatt le palpebre e fece spallucce. Be', adesso non lo . 
Quindi? Cosa vuole fare adesso? Tenerci prigionieri qui? Non pu farlo. 
Markus aveva mantenuto una postura leggermente curva per tutto il tempo. Adesso si alz. Un lampo attravers i suoi occhi neri mentre stringeva le chiavi nel pugno. E chi pu impedirmelo?. 
Jule sent un brivido scorrerle lungo la schiena. 
Non mi viene in mente nessuno, disse Markus. Usc nel corridoio, premette un interruttore e la luce nella stanza si spense. La porta si richiuse cigolando alle sue spalle. Jule rimase seduta nell'oscurit, con il fiato sospeso, in attesa di sentire un inevitabile rumore. Ma tutto quello che sent fu il battito del suo cuore, il respiro di Jesse e il suono di passi che si allontanavano. 
Markus non li aveva chiusi a chiave.

29. Marted, 8 gennaio 2013. 

Artur aveva dormito parecchio, profondamente e senza fantasmi. Si strofin il viso, perplesso. Adesso che era prigioniero in una mansarda riusciva improvvisamente a dormire? Forse era solo una questione di stanchezza. Nelle ultime ore aveva speso pi energie di quante ne avesse a disposizione. 
Isabelle era seduta sul materasso a gambe incrociate, pareva avere tendini e legamenti di gomma elastica. Ad Artur torn in mente la sua mano e come si era seduta accanto a lui mentre si addormentava. Di colpo ebbe voglia di tornare indietro di un paio d'ore a quel momento. 
Finalmente, disse Isabelle. Aveva l'aria un po' infastidita. 
Ho dormito cos tanto? 
Un'eternit. 
Artur si tir su.  successo qualcosa?. 
Lei scosse la testa, facendo ondeggiare i riccioli biondi. 
Artur si massaggi i polsi. I lividi scuri erano leggermente sbiaditi, ma non ancora scomparsi. In vecchiaia nulla spariva pi del tutto, ogni dolore restava appiccicato addosso, come se il corpo fosse ricoperto di colla. 
Vuoi mangiare qualcosa?, disse Isabelle agitando il contenitore Tupperware. 
Artur brontol. Quella faccenda delle cose che restavano appiccicate addosso valeva anche per quel contenitore. Non riusciva a togliersi dalla testa l'immagine della mano. 
Ma devi mangiare qualcosa, lo ammon Isabelle. Artur riusciva a immaginare quante volte Sandra doveva averle detto quella frase. 
Pi tardi, mormor, e lei rimase in silenzio per un po'. Ma era evidente quanto fosse inquieta. 
Ehi-iii?. 
Artur sorrise 
Cosa pensi che voglia farci l'uomo insetto?. 
Il sorriso di Artur svan. L'uomo insetto. Quel semplice accenno gli provoc un brivido lungo la schiena. Come se lui fosse nella stanza insieme a loro. Non lo so. 
Isabelle annu in silenzio. Deglut due volte e serr le labbra. Nonostante la minaccia incombente, cercava di mantenere il controllo. Di tutti i bambini che Artur aveva conosciuto negli ultimi decenni, Isabelle era di gran lunga la pi coraggiosa. Avrebbe voluto dirle qualcosa per confortarla, ma che aveva da offrire? Adesso che si era un po' riposato tent di riordinare le idee. 
La prima cosa che gli venne in mente fu ovviamente una vendetta. Prima dell'incidente un sacco di gente ce l'aveva con Jesse. E l'obiettivo dell'uomo mascherato era chiaramente lui, altrimenti perch mai avrebbe rapito Isabelle? La domanda era quanto in l avrebbe osato spingersi. 
E Wilbert? Cosa aveva fatto per meritarsi di morire, e cosa c'entrava lui, Artur? A dir la verit c'era un'unica spiegazione possibile, ma era cos distorta e malata da non avere senso. Una vera e propria riduzione ad absurdum. Dell'incidente, di quello che era successo dopo, di tutto quanto! 
Ripens a Wilbert. 
L'ultima volta che gli aveva stretto la mano con quella cicatrice cos familiare era stato nel 1981. Dante l'aveva svegliato nel cuore della notte. Wilbert era in piedi sulla soglia, sembrava piccolo e miserabile, nonostante la stazza. Artur si vergognava ancora per come si era comportato. 
Aveva avuto paura. E in un certo senso si era chiesto per anni se la paura avesse reso tutto pi facile, pi perdonabile. O era il contrario? Quando si aveva paura non ci si mostrava davvero per come si era fatti? Guard Isabelle asciugarsi le guance con il dorso della mano e si meravigli di nuovo del suo coraggio. Sper di trovarne un po' anche in se stesso. 
Non gli piaceva la persona che era. Ma cosa poteva sperare di cambiare adesso? Di certo non era un supereroe, non era neanche sportivo o muscoloso, era solo vecchio e fragile. 
Isabelle?. 
Lei tir su con il naso, il mento orgogliosamente rivolto in avanti. S. 
Vieni qui. 
Non fece neanche in tempo a finire la frase che era gi accanto a lui. Sembrava non avesse aspettato altro che lui, il vecchiaccio decrepito. Per la prima volta Artur non prov il bisogno di nascondere le sue mani tremanti. Che ne dici di escogitare un piano? 
Che piano?. 
Lui sorrise con aria complice. Un piano per uscire di qui. 
Isabelle spalanc gli occhi. Ma come? 
Non ne ho idea, ammise Artur. Ma giur a se stesso che l'avrebbe fatta uscire di l prima che le succedesse qualcosa. 

30. 1979, Garmisch-Partenkirchen. 

Quel giorno era tutto diverso. 
Quel giorno le cose sarebbero andate secondo i piani. 
Erano sette settimane che Jesse dormiva sul pavimento, con il letto vuoto alle sue spalle. Opporre resistenza in quattro contro uno non aveva senso, senza contare poi che il letto libero era di Richard, che era il figlio di Mr Dee. 
Jesse per non capiva perch non potesse usarlo, visto che restava sempre libero, notte dopo notte. Per il momento Richard ci si era seduto due volte in totale, di pomeriggio, mentre fuori pioveva. Jesse era dovuto uscire, evidentemente gli altri dovevano escogitare qualche piano. 
Ma quella sera, per la prima volta, le cose andarono diversamente. Come sempre durante il controllo serale Jesse si sdrai sul letto, solo che quella volta nascosto sotto di lui, sul pavimento, c'era Richard. Per un attimo nella mente di Jesse balen l'idea di saltare sul materasso e fargli sbattere la rete del letto in faccia. 
Ma ovviamente non lo fece e se ne rimase tranquillo mentre Artur Messner faceva il suo giro di controllo. E altrettanto ovviamente liber il letto per Richard dopo che Mr Dee aveva chiuso il corridoio degli homie, verso le otto e mezzo. Si sistem sulle assi del pavimento il pi lontano possibile dal letto, ben consapevole che loro pensavano che era proprio l dove lo volevano: per terra, come il loro cagnolino. Dentro invece era un lupo. Se ne stava con le orecchie tese e gli occhi fiammeggianti, pronto a balzare su di loro. 
Per mezz'ora non accadde nulla. 
Poi Jesse sent la voce roca di Alois. Allora... paura? 
Sciocchezze, rispose Richard. Voleva apparire sprezzante, ma nell'oscurit la sua voce suon acuta e infantile. Paura?, si chiese Jesse. Paura di cosa?. 
Potrai raccontarlo alla tua Sandra, sussurr Wolle. 
Non  la mia Sandra, sibil Richard, ma dal suo tono si capiva che avrebbe voluto che fosse cos. O almeno a Jesse parve evidente. Lui sarebbe volentieri tornato in cantina, ma non voleva rischiare. Ma prima o poi lo avrebbe fatto, di questo era certo. 
Magari vi tenete gi per mano, gracchi Alois. O forse puoi gi baciarla. 
Mattheo e Wolle ridacchiarono. Markus, come al solito, rimaneva in silenzio. Markus parlava solo se aveva qualcosa da dire. Altrimenti stava zitto. E quando si trattava di Sandra, era particolarmente taciturno. 
Dopo quella che sembr un'eternit, si ud un fruscio. Alois aveva scostato le coperte e poggiato i piedi a terra. Apri la finestra allora. 
Anche Richard si alz e and alla finestra. Anche le coperte degli altri si mossero. Quando Richard apr la finestra, l'aria fresca penetr nell'atmosfera soffocante della stanza. La sua sagoma si stagliava contro il cielo rischiarato dalla luna. Una seconda sagoma gli si avvicin.  un modo un po' diverso per scendere, no?, chiese Alois a bassa voce. 
Neanche troppo. 
Ah, no? Allora perch non vai avanti tu? 
Non sono un codardo. Ma neanche uno stupido. Vai tu per primo. Il ghigno di Alois scintill alla luce della luna. 
Jesse si alz in piedi in silenzio. 
Devo farti vedere come si fa?, lo punzecchi Alois. 
Non fare tanto il superiore. Anche tu la prima volta sei andato per secondo. 
E tu sei sempre uscito dalla porta, signor figlio di pap. La tua non la chiudono mica a chiave. 
Sono rinchiuso qui dentro anche io, come voi, quando lo capirai?. 
Lascialo stare, disse Markus prima che Alois potesse rispondere. 
Vogliamo andare?, sussurr Mattheo, zelante come sempre. 
Tu non vieni, disse Markus. 
Perch no? 
Sei troppo basso. Le tue gambe non ce la fanno dal tetto al davanzale. 
Ma ho aspettato abbastanza. 
Non c'entra, Mattheo. Sei troppo basso. Mi dispiace. 
Tu resti qui, gli ordin Alois, anche se la decisione era gi stata presa, e sorvegli il nuovo. Vedi che non faccia casini. 
Io non ci resto con quello. Sto con voi, io. 
Certo che stai con noi. Per questo devi sorvegliarlo, disse Alois, mettendo una gamba fuori dalla finestra e uscendo sull'angusta striscia di tetto oltre la grondaia. Si sentirono le sue mani scivolare sul rivestimento di zinco. Vieni?. 
Era rivolto a Richard, che sal con evidente cautela sul tetto e guard gi. Poi spar anche lui, seguito da Markus e da Wolle. 
Idioti, sussurr Mattheo, a voce bassa per non farsi sentire dai ragazzi fuori. Si avvicin alla finestra e solo in quel momento not che Jesse si era alzato in piedi. Non ti muovere da l, nuovo, hai capito?. 
Sei mai andato con loro?, chiese Jesse a bassa voce. 
Chiudi il becco. 
Jesse esaud la sua richiesta e tacque. Dalla finestra aperta si continuavano a sentire dei rumori, che infine si placarono. 
Che stanno facendo?. 
Ho detto di chiudere il becco. 
Jesse non si lasci intimidire e si avvicin alla finestra. Mattheo lo afferr per un braccio per fermarlo, ma lui lo scost via con facilit e scrut fuori nella notte. Quattro ombre stavano attraversando il cortile, dirette verso la foresta. Jesse si sporse. Oltre la grondaia c'era un abisso. Non riusciva a vedere la facciata. Erano entrati in qualche finestra? Jesse prese il coraggio a due mani e usc sul tetto con il cuore che gli batteva forte. 
Ehi, nuovo! Non puoi!, brontol Mattheo. 
Jesse si ferm e si volt a guardare nella stanza. Mi chiamo Jesse. E quello che posso o non posso fare non lo decidi di certo tu, codardo. 
Agli altri non piacer. Li farai arrabbiare. E con Markus non c' da scherzare. 
Markus ti fa proprio paura, eh? 
A me? Paura, Markus? No. 
Jesse afferr di scatto Mattheo per il colletto e lo tir verso di s, sul tetto, finch Mattheo non si ritrov ad agitare le gambe sul davanzale, impotente. Bastava un piccolo strattone per farlo precipitare gi dal tetto. Se fai la spia ti butto di sotto, capito?. 
Mattheo guardava in basso con gli occhi spalancati. 
Quattordici metri, giusto?. 
Lo lasci andare di colpo e Mattheo dovette faticare per non perdere l'equilibrio. Poi si ritrasse velocemente dentro la camera. Accompagnato dal suo trionfo silenzioso e dallo sguardo pallido e angosciato di Mattheo, Jesse scavalc la grondaia e si lasci penzolare, appeso alla lamiera di zinco. Adesso poteva vedere la facciata, e la finestra. Chiusa. 
Per una frazione di secondo riflett se lasciar perdere e impiegare le forze che ancora aveva per tirarsi su. Ma se l'avesse fatto, nemmeno Mattheo l'avrebbe pi preso sul serio. 
Cerc con i piedi l'angusto davanzale, poi trov un appiglio oltre il bordo del tetto e riusc a rannicchiarsi davanti alla finestra chiusa. Il cuore gli batteva selvaggiamente. Non poteva restare l. Cerc con le dita un altro appiglio sulla parete, mentre colpiva le persiane. Poi si ricord dell'arazzo che copriva il muro di pietra al centro della facciata. Si trovava circa sette metri alla sua destra, e un metro e mezzo pi in basso. Da l avrebbe potuto raggiungere il balcone. All'altezza del davanzale della finestra c'erano dei ganci di metallo che sporgevano dalla parete per impedire alle persiane di sbattere. Jesse si alz in piedi con cautela, afferr la parte superiore della persiana di destra, sperando che i cardini reggessero il suo peso, poi mise il piede sul gancio e raggiunse la finestra vicina. Da l si spost alla finestra sopra l'arazzo. Una leggera folata di vento spazz tutta la facciata e fece sbattere una delle persiane. Jesse stava sudando e appoggi per un istante la fronte al vetro freddo. Poi si sporse dal davanzale fino a raggiungere l'arazzo. 
Quando infine approd sul balcone ebbe la sensazione di aver conquistato il mondo intero. E quando mise piede a terra, l'intero universo. Adesso doveva solo conquistare anche la foresta. E scoprire cosa ci facevano l quei quattro.

31. Garmisch-Partenkirchen - Marted, 8 gennaio 2013, ore 18,15. 

Ancora prima di aprire gli occhi, Jesse percep l'odore di legno umido tipico delle vecchie cantine. Ammuffito e soffocante. Come per un riflesso automatico, la sua mente torn al passato. La cella angusta. Il buio totale, a parte due sottili lame di luce. Essere totalmente alla merc di qualcuno. 
Il buco era molto pi efficace su di lui rispetto agli altri, anche se non l'avrebbe mai ammesso. Non appena Dante chiudeva la porta e spegneva la luce, a lui sembrava di essere sepolto vivo. Prigioniero in una tomba oscura. L'odore di muffa e terra gli penetrava nella bocca e nel naso e gli toglieva il fiato. 
Una volta, quando nel buco non era rinchiuso nessuno, era sceso di nascosto in cantina e aveva lavato le pareti di legno con l'aceto, pensando di uccidere tutti i batteri che causavano quell'odiato odore di muffa. Per proteggersi dalle esalazioni dell'aceto, si era messo una maschera antigas che aveva trovato in un cassone abbandonato in una stanza inutilizzata della cantina. 
La puzza di aceto per era arrivata fino in cucina. Dante l'aveva scoperto Quell'odore pungente aveva appestato la cantina per settimane, ma non appena si fu affievolito, Dante l'aveva rinchiuso tre giorni nel buco. Le esalazioni di acido acetico l'avevano fatto vomitare e avevano penetrato cos violentemente lo stomaco e i bronchi che poi era stato male per quasi tre setti- mane. 
Apr gli occhi e sbatt le palpebre. C'era luce. Grazie al cielo. Intorno a lui vedeva solo legno. Si alz di scatto. Troppo velocemente, come non mancarono di ricordargli le vertigini. La ferita al fianco si fece viva con una fitta violenta. Il dolore gli schiar la mente. La morte di Sandra, il rapimento di Isa, le ultime ore... gli ritorn alla mente tutto quanto insieme. E arriv anche il senso di colpa. Aveva dormito! Aveva perso il controllo. Ma santo cielo, per quanto tempo? E perch era l sotto? Nel buco. 
Sul pavimento di legno accanto al letto c'era Jule, che dormiva sdraiata su due cuscini macchiati. I suoi piedi sporgevano oltre la soglia, nel corridoio, probabilmente per impedire che qualcuno chiudesse la porta. 
Ehi, Jule! Svegliati!. La scosse per le spalle e lei si svegli di colpo. Cosa? Jesse?. 
Jesse percep l'odore del suo sudore, non era spiacevole, ma testimoniava che gli eventi delle ultime ore le erano letteralmente rimasti incollati alla pelle. 
Che ore sono?, le chiese. 
Cosa?. Confusa, si scost i capelli biondi dal viso. 
Che ore sono. 
Jule si riprese dallo stordimento e fece un respiro profondo. Oddio, mi hai spaventata. 
Jesse si massaggi le tempie. Aveva la testa pesante e si sentiva tutto indolenzito. Quanto ho dormito? 
Non ne ho idea. Parecchio. 
Jess tir fuori il cellulare dalla tasca sinistra e premette il pulsante HOME, ma lo schermo rest nero. 
Non guardarmi in quel modo, gli disse lei per placarlo. Per quanto tu possa non crederlo, non ci ho nemmeno pensato. 
Jesse esit, gli sarebbe piaciuto crederle. Aveva bisogno di qualcuno di cui potersi fidare. Ma gli riusciva ancora difficile, anche se il fatto che lei fosse ancora l era una prova sufficiente. Come diavolo siamo arrivati nel buco? 
Nel buco?. Jule si guard intorno.  questo il buco? 
Sandra non te ne aveva parlato? 
S... ma me lo immaginavo diverso. 
Cosa  successo? Come mai siamo qui?. 
In poche, brevi frasi, Jule gli spieg delle pillole di Diazepam, del suo incontro con Markus e del segreto che a quanto pareva Wolle Seifert condivideva con Artur. 
Quindi Sandra  stata davvero qui, disse Jesse corrugando la fronte. L'unica cosa che non capisco  perch lui afferma di avermi visto qui. Io non ci sono mai venuto. E poi, nel bagno delle ragazze? Che storia assurda ? 
E Wolle? Sapevi che Wolle e Sandra...? 
No. 
Jule tacque per un istante, pareva quasi che le dispiacesse perch Sandra non l'aveva raccontato a lei. 
A quanto pare anche Sandra aveva i suoi segreti, no?, disse infine Jesse. 
Sapevi che la sera che  stata uccisa aveva appuntamento con me?, gli chiese Jule a bassa voce. 
Jesse la guard con aria sorpresa. No. Mi aveva detto che andava a vedere una palestra di danza. 
Dovevamo vederci all'Einstein. Sandra voleva incontrarmi perch doveva assolutamente raccontarmi una cosa. Ha detto che riguardava te e Adlershof. L'ho aspettata per un secolo. Poi a un certo punto mi sono preoccupata e sono andata da lei.... 
Jesse ebbe bisogno di qualche istante per digerire le bugie di Sandra. Adesso capiva il suo atteggiamento del giorno precedente e anche la sua domanda se fosse tornato a Adlershof di recente. A quanto pareva, Markus era riuscito a farle venire dei dubbi. E non ha detto nient'altro? Qualche indizio di cosa potrebbe averle detto Wolle? 
 stata una telefonata breve. Lei per era davvero sconvolta. Jule lo fiss pensierosa e poi aggiunse: Quello che mi stupisce di pi  che Markus non d esattamente l'impressione di essere uno a cui si possa credere del tutto. 
Che intendi? 
Si fa di qualcosa. Cocaina, marijuana, non lo so. Non sono un'esperta, ma le sue pupille erano grosse come uova. E il suo atteggiamento era... nervoso. Maniacale. 
Jesse corrug la fronte e tent di associare il Markus che conosceva alle droghe. Poteva andare per Mattheo, o per Alois. Forse anche per Wolle. Ma Markus? 
Non riesco a pensare che Sandra fosse cos preoccupata senza un valido motivo, disse Jule. 
Se Markus  cos poco degno di credito come lo dipingi tu, probabilmente dipendeva da quello che le aveva detto Wolle. 
Allora perch non andiamo a chiederlo direttamente a lui?, concluse Jule. Woll'seifert, Klammstrasse, stando a quello che dice Markus. Sai dov'?. 
Jesse non sapeva se essere grato o mantenersi diffidente. Jule parve percepire i suoi dubbi e gli sorrise. Non un sorriso di circostanza, ma uno onesto, vero. Certo che lo so. Klammstrasse  vicino a Marienplatz. E non  nemmeno molto lunga, perci dovremmo trovare subito questo Woll'seifert. Jesse cerc le chiavi dell'auto nella tasca dei pantaloni. Ma dove sono le.... Poi guard Jule. Le chiavi penzolavano dalla sua mano. Il suo sorriso era scomparso, sostituito da un'espressione decisa che si addiceva molto meglio ai suoi occhi verdi e alla sua voce bassa e roca rispetto al visetto dolce da figlia del dottore. Non credo, disse lei, che tu sia ancora abbastanza lucido da guidare. 
Aveva ricominciato a nevicare. Piccoli fiocchi che cadevano dal cielo scuro, distanti l'uno dall'altro. Jule era un po' incerta alla guida. Le catene le davano fastidio, anche se contribuivano a tenere la Volvo in carreggiata. I fari si posarono per un attimo sul cancello d'ingresso prima di lasciarselo alle spalle. Nello specchietto retrovisore le poche finestre illuminate di Adlershof sparirono dietro l'orizzonte. 
Ma chi  questo Wolle?, chiese Jule. 
Il suo vero nome  Wolfgang Seifert, ed era in stanza con me e gli altri. A quel che mi ricordo, suo padre se ne and quando lui era ancora piccolo. Sua madre invece fin in prigione per qualche motivo stupido. Mi pare che avesse rubato dei soldi. Poi in prigione le accadde qualcosa. Ecco. Wolle aveva sempre l'aspetto di uno cui era appena successo qualcosa di molto triste. Ed era un tipo strano. Capelli lunghi e scuri. Riservato. E piuttosto sensibile. D'altro canto era abbastanza grosso da non farsi mettere sotto. Alla fine piaceva a tutti, ma nessuno gli dava mai troppa importanza. 
E adesso gestisce un locale? 
Te l'ha detto Markus? 
No, ma Woll'seifert sembra il nome di un pub. 
La luce dei fari scivol sulla neve mentre percorrevano una curva a gomito. Le catene tintinnarono. La vallata di Garmisch era un tappeto di luci. La strada era punteggiata dalle spie di frenata delle macchine. 
Dev'esserci qualcosa di carino laggi, mormor Jule. 
Siamo in alta stagione, disse Jess. Questo  il paradiso degli sciatori. 
Come per sottolineare la sua affermazione, la Volvo slitt leggermente. Il volante prese a ruotare, ma Jule controsterz a denti stretti. Jesse le diede un momento per riprendersi. Credi che Markus abbia qualcosa a che fare con la scomparsa di Isa? 
Non ne sono sicuro. Certo, si  comportato in modo strano. E di sicuro  d'accordo con quel non te la meritavi. Ma se fosse stato lui, avrebbe potuto sfruttare l'occasione e chiuderci dentro. 
Jesse annu. In ogni caso Markus non era uno da sottovalutare. Come ti  sembrato?. 
La risposta di Jule fu immediata, senza alcuna esitazione. Diffidente. E in un certo modo freddo, anche se sto semplificando.  come se si sforzasse di provare qualcosa, disse. Poi aggiunse: Di sicuro  uno che ha problemi ad avvicinarsi alle persone. 
Jesse si chiese di nuovo cosa avrebbe risposto Jule se la domanda avesse riguardato lui. 
Persone del genere prima o poi hanno bisogno di una valvola di sfogo, prosegu lei. Ma deve essergli capitato qualcosa per farlo diventare cos. Qualcosa di terribile. 
Rimasero entrambi in silenzio per tutto il resto del viaggio. 
Le prime case di Garmisch che incontrarono avevano le finestre illuminate. Qua e l si vedeva ancora qualche albero di Natale. Ai lati delle strade erano parcheggiate file di macchine con portapacchi e portasci. Gli hotel sembravano tutti pieni e sui marciapiedi c'erano turisti che andavano in ogni direzione. Alcuni indossavano ancora le tute da neve e portavano gli sci in spalla, e camminavano ondeggiando per via degli ingombranti doposci, oppure di qualche bicchierino postsciata di troppo. Altri invece erano gi vestiti e freschi di doccia e probabilmente andavano a placare la fame in uno dei ristoranti intorno a Marienplatz. Anche al supermarket e al McDonald's c'era parecchio movimento. 
Trovarono parcheggio davanti al cinema in Forstamtweg. Dalla locandina di Skyfall, Daniel Craig li fissava con la pistola spianata. Con sua grande sorpresa Jesse si ritrov a invidiargliela, anche se odiava quegli affari. In Sudan aveva visto con i suoi occhi cosa fossero in grado di fare. Adesso per le cose erano diverse. 
L'aria gelida gli tagliava il viso. Jesse avanz a grandi passi, mentre si chiedeva che aspetto potesse avere adesso Wolle. Aveva ancora in mente il ragazzo con i riccioli scuri lunghi fino alle spalle e che gli finivano davanti agli occhi, e le sopracciglia che formavano un angolo proprio sopra al naso. Solo quando imboccarono Klammstrasse, rallent il passo. Subito dopo il Wildschtz, un ristorante luminoso e strapieno, c'era una grossa casa a due piani con il tetto basso a spiovente, gli abbaini di legno scuro e delle travi posticce. La facciata bianca era semplice e un po' sporca, ma grazie alle tradizionali figure dipinte a parete, tipiche della zona, e alle decorazioni a stucco colorate, l'edificio sembrava un piccolo gioiellino bavarese. 
Sopra la porta d'ingresso era appesa un'insegna illuminata dalle lampade, con la scritta DA WOLL'SEIFERT fiancheggiata dai loghi di due birrifici. 
Come diavolo aveva fatto Wolle a diventare proprietario di un locale cos grande? 
Guarda un po'. Jule indic una targa accanto all'entrata. TEAM VINCITORE DELLA GARA DI SLITTINO TRADIZIONALE DI GARMISCH-PARTENKIRCHEN NEL 2001, 2004, 2005: WOLFGANG SEIFERT, RICCI KOBERT, ALOIS FRTNER, ANTON SCHAFFNER. 
A quanto pare si sono sistemati, disse lei. 
Jesse annu. Entriamo e chiediamo di lui. 
Non appena aprirono la porta, furono accolti da un gran fracasso. Il locale era pieno e caldo. C'erano una settantina o un'ottantina di clienti seduti alla luce delle lampade appese al soffitto. Alcuni erano in piedi al bancone, la maggior parte con i capelli impregnati di sudore e le tute da sci ancora addosso, con la parte superiore sfilata e penzoloni sui fianchi. C'era odore di uomini, wrstel, crauti e birra doppio malto. 
Pi bavaresi di cos si muore, giusto?, fu il secco commento di Jule. 
E la tua  la tipica simpatia di Amburgo? 
Be', non  che dalle mie parti portino tutti il berretto da marinaio. 
Si avvicinarono al bancone. A servire la birra alla spina c'era un cinquantenne grassottello con la barba curata e una polo Lacoste. Che prendete? 
Due doppio malto, rispose Jesse. 
L'uomo annu e grid: Due doppio, Anna. Poi spar in un corridoio dietro al bancone per ricomparire con diverse pietanze fumanti, mentre Anna, una robusta ventenne con i capelli ricci e scuri, spillava le loro birre. 
Stiamo cercando il proprietario, disse Jesse. Wolfgang Seifert. C'?. 
La ragazza fece una smorfia. Aveva l'aria stanca e triste, che contrastava un po' con l'allegro dirndl, il costume tipico bavarese, che indossava. Mio padre non vuole essere disturbato. Posso riferirgli un messaggio?. 
Jesse la guard stupito e di colpo si sent un ingenuo. Cosa credeva? Di essere l'unico ad avere avuto dei figli? Mi chiamo Berg. Sono cresciuto insieme a tuo padre a Adlershof. Non ci vediamo da una vita. 
Il viso di Anna si rischiar per un breve istante. Vuole essere lasciato in pace, non importa chi  lei. Non ci si pu fare nulla. Si vede che oggi ha provato di nuovo ad andare sullo slittino e si  fatto male alle costole. E ora  afflitto. E guai se qualcuno lo compatisce. Quando ha una giornata delle sue,  meglio che non veda nessuno. 
Capisco, disse Jesse, chiedendosi cosa la ragazza intendesse esattamente con una giornata delle sue. Dove abita? 
Da quando mamma  morta,  tornato a vivere qui. Indic con il pollice il soffitto. Cos  tutto pi semplice, ha detto. Basta scendere le scale ed ecco fatto. Come se fosse di qualche aiuto. 
Ho bisogno di parlargli urgentemente, disse Jesse. Non ci vorr molto. Magari puoi farmi salire da lui un attimo.... 
Da qui io non le apro. Ma pu provare da fuori. Giri intorno alla casa e citofoni a Seifert. Anche se per quel che ne so, ha staccato il citofono. Io non lo vedo dall'altro ieri. 
Non vivi con tuo padre? 
Io? Con mio padre?. Scoppi in una risata tutt'altro che allegra. Lui  un asociale. Finch  qui al locale, se la cava. Ma non  il massimo in compagnia. E guai a restare da soli con lui. 
Jesse tacque, colpito. 
 meglio se riprovate tra un paio di giorni. 
Un paio di giorni. Non aveva tutto quel tempo. Lo sguardo di Jesse si pos su un grosso mazzo di chiavi posato su una mensola dietro il bancone, accanto alla cassa e al corridoio che portava alla cucina. Probabilmente c'erano anche le chiavi di casa. All'improvviso gli torn in mente il suo portachiavi e si ricord che Marta aveva ancora il suo portafogli. 
Prego. Le vostre doppio malto. Spinse i bicchieri ricoperti di condensa verso di loro. Alle loro spalle part un giro di fragorose risate che sovrast il grazie di Jesse. Fece un brindisi con Jule e poi con Anna. Come ha fatto Wolle a diventare proprietario del locale? 
Come?. Anna si chin in avanti per sentire meglio. 
Come ha fatto ad avere il locale!, disse Jesse a voce pi alta. 
Anna scoppi a ridere. Non vi ha raccontato la storia? Be', gi, se non vi vedete da tanto tempo. Nei suoi occhi balen un lampo di divertimento e Jesse ricord che anche Wolle ogni tanto sfoggiava un sorriso simile. Solo che lo faceva di rado. In realt gli era sempre stato simpatico, ma non aveva mai saputo cosa pensasse di lui. 
Un'eredit. Una storia assurda, da film. L'ha chiamato un avvocato da San Jos, in California. Io avevo circa sette anni, credo. Una sua zia era morta e gli aveva lasciato dei soldi. Tanti soldi. E con quelli ha comprato tutto questo. Indic tutto l'edificio con un gesto circolare. Poi l'ha trasformato nel Woll'seifert. O meglio,  stata mia madre a farlo. 
Anna!, la chiam qualcuno alle spalle di Jesse. Che fai?. 
Scusate, devo andare, disse Anna uscendo di corsa da dietro il bancone per avvicinarsi a uno dei tavoli pieni di gente. 
Jesse guard Jule e fece un cenno in direzione della cassa. Vedi quel mazzo di chiavi? 
Che hai in mente? 
Devo parlare con Wolle. Devo sapere cosa ha detto a Sandra. 
Vuoi rubare le... ma come pensi di fare? Qui  pieno di gente. 
Mi serve il tuo aiuto. 
Jule inarc le sopracciglia. 
Puoi versarti addosso della birra, oppure andare a sbattere contro Anna quando ha un vassoio pieno. Pi casino fai, meglio . 
Jule rimase in silenzio e fiss le proprie mani strette intorno al bicchiere di birra. Non c' un altro modo?, chiese con calma. Non vogliamo prima provare a suonare? 
Hai sentito cosa ha detto Anna.  una perdita di tempo. Non ci aprir. E se davvero ha staccato il campanello, non ci sentir neanche. 
A dir la verit, Jesse, mi sembra tutto un po' troppo precipitoso. 
Perch mettere un cerotto su una ferita quando sai gi che bisogner dare i punti? 
Non  proprio un paragone calzante, obiett Jule. Lasci il bicchiere. Devo andare un attimo in bagno. 
Jesse voleva dire qualcos'altro, ma si trattenne. Mentre Jule si apriva un passaggio tra gli avventori torn a osservare le chiavi. 
Cinque minuti dopo Jule torn, con le guance arrossate. Bevve una robusta sorsata della sua birra e le rimase un po' di schiuma sul labbro superiore. La fece sparire immediatamente.  vero, non apre, disse. 
Che vuoi dire? 
Ho provato a suonare. Wolle non apre. 
E adesso? 
Adesso faccio cadere un vassoio, pago e me ne vado. Se ti scoprono a rubare le chiavi non tirarmi in mezzo. Ti aspetto alla macchina.

32. Garmisch-Partenkirchen - Marted, 8 gennaio 2013, ore 19,58. 

Sul vassoio di Anna c'erano un'acqua minerale, tre birre doppio malto, due bicchieri di Coca Cola e quattro grappe. Quando piomb sul pavimento i bicchieri di vetro si ruppero in mille pezzi, quelli pi piccoli con la grappa rotolarono via tintinnando. Le bevande finirono sui pantaloni e sulle scarpe degli avventori pi vicini e le chiacchiere si interruppero per un istante, come se qualcuno avesse premuto il pulsante di stop. Gli sguardi di tutti si concentrarono su Anna e sulle schegge di vetro intorno a lei. 
Scu... scusami, balbett Jule. Sono stata io?. 
Jesse non riusc a sentire la risposta di Anna. Aveva afferrato le chiavi al volo ed era sparito nel corridoio dietro al bancone. Dalla cucina arrivava il tintinnio delle stoviglie. E il ronzio del sistema di aerazione. Alla sua sinistra c'era la porta che conduceva alle scale o almeno cos pensava. Temeva di dover provare diverse chiavi, invece la porta non era neanche chiusa. Ci si infil e si ritrov in un androne spoglio e piastrellato di bianco, che non aveva nulla a che vedere con il resto dell'edificio, cos pittoresco. Cominci a salire velocemente i gradini. La scala terminava al primo piano, di fronte a un'altra porta. Accanto c'era una notevole collezione di scarpe da montagna e stivali, piuttosto costosi e tuttavia poco curati. 
Jesse buss alla porta. Prima piano, poi con violenza e facendo rumore. 
Da dietro la porta non si sentiva alcun movimento. 
Rigir il mazzo di chiavi nella mano. Poteva azzardarsi ad aprire? La domanda non aveva bisogno di risposta. In fondo non avrebbe dovuto nemmeno azzardarsi a prendere le chiavi. Per non parlare di tutto quello che aveva fatto da due giorni a questa parte. 
La terza chiave che prov era quella giusta. 
La porta si spalanc. L'appartamento era immerso nel buio. 
Wolle?. 
Entr, accese la luce e si richiuse la porta alle spalle. Forse Wolle era gi a letto? Sbirci nella prima stanza. Era la cucina, sembrava non venisse utilizzata molto, sul piano di lavoro c'erano delle bottiglie di vino e di grappa, vuote. Il lavandino del bagno era pieno di capelli e di resti di sapone e dentifricio. In camera da letto le lenzuola erano disfatte e sul comodino c'erano due bottiglie di vino vuote, chiuse con un tappo a pressione. In giro non si vedevano bicchieri. Adesso aveva capito cosa intendesse Anna con una giornata delle sue. 
Il salotto era insolitamente ampio e ospitava un guazzabuglio di pesanti mobili di legno dolce in stile bavarese, oggetti antichi piuttosto malandati e un tavolo moderno con le zampe di metallo. Una scala a chiocciola si avvitava verso il soffitto fino alla mansarda. 
Wolle?. 
Nessuna risposta. 
La scala trem sotto il peso di Jesse. Sal fin sotto alle travi. Una corrente d'aria fredda gli si fece incontro. Nello stretto corridoio al piano superiore c'erano solo due porte. Apr quella che pensava conducesse alla stanza pi grande. Fu investito in volto dall'aria gelida. La stanza era al buio, ma i finestroni del tetto erano tutti aperti e la luce dei lampioni sulla strada penetrava all'interno. 
Jesse trattenne il respiro. 
Da una delle travi del tetto pendeva una corda alla quale era appeso un uomo. Le finestre aperte alla sua sinistra e alla sua destra sembravano quasi delle ali. Sotto i suoi piedi nudi e inerti c'era uno sgabello rovesciato. Accanto si era formata una pozza scura e dall'odore penetrante. I fiocchi di neve turbinavano intorno alla sagoma senza vita e si scioglievano a terra tutto intorno. 
Mio Dio, sussurr Jesse. Si costrinse ad accendere la luce. Il viso di Wolle era pallido ed emaciato, con gli occhi sporgenti. I suoi capelli ricci, una volta voluminosi, erano grigi e sfilacciati, anche se li portava ancora lunghi. I vestiti avevano l'aria trasandata e quando Jesse si avvicin not le unghie delle mani e dei piedi, sporche e tagliate male. La pelle intorno ai polsi di Wolle era arrossata, quasi scorticata. I segni di una corda, pens Jesse. Si sent gelare anche dentro. 
Torn di corsa in cucina, prese uno strofinaccio di cotone dal cassetto, lo inumid con acqua e detersivo e cominci a ripulire sistematicamente gli interruttori della luce, il corrimano della scala a chiocciola, le maniglie dei cassetti e il rubinetto dell'acqua in cucina. Cancell anche le impronte umide lasciate dalle sue scarpe. 
Usc dall'appartamento in silenzio e si richiuse la porta alle spalle. L'aria era gelida. La neve cadeva fitta e imperturbabile dal cielo, invece il suo cuore galoppava. Sempre usando lo strofinaccio ripul anche il mazzo di chiavi, lo gett nel corridoio e richiuse la porta. 
Poi si avvi verso la macchina. Le impronte dei suoi piedi furono subito coperte dalla neve fresca. L'immagine del corpo penzolante di Wolle invece rimase. Si chiese cosa dovesse dire a Jule? La verit? Che forse qualcuno aveva ucciso Wolle? Solo la sera prima Jule aveva creduto che fosse lui l'assassino di Sandra. Aveva appena cominciato a fidarsi. Un altro omicidio avrebbe rimesso in discussione tutto quanto. In fondo il segreto che Artur e Wolle condividevano riguardava lui.

33. 1979, Garmisch-Partenkirchen. 

Finalmente era successo qualcosa. Quella notte nella foresta era stata come il suo battesimo del fuoco. Gli altri non si erano accorti che si era nascosto nel sottobosco, ma il solo fatto di sapere che cosa stessero facendo cambiava tutto per lui. 
E non soltanto per lui. Da giorni c'era qualcosa nell'aria. Tutti lo guardavano in modo diverso. I loro sguardi si erano fatti pi prudenti, in un certo senso. Elusivi. Lo osservavano furtivamente. E non si trattava solo di Richard, Markus, Alois, Wolle e Mattheo. Per gli altri homie era lo stesso. Gli sguardi degli innis non contavano, loro li guardavano sempre dall'alto in basso. 
Venerd, dopo il pranzo, Jesse era occupato in cucina. Dante l'aveva lasciato solo per andare a fumare in cortile, quando comparve Sandra, diretta in cantina. Gli pass accanto e lo sfior leggermente, come un saluto sussurrato. Lui si volt e la guard. Che hai da guardare? 
Anche tu mi guardavi. 
Ti guardavo solo perch tu guardavi me. 
Jesse non pot evitare di sorridere. Non credo proprio. 
Lei rimase in silenzio per un attimo. Si scost i capelli dal viso e sollev il mento. Era come se fosse fatta di luce. Come se stesse danzando. 
Anche gli altri mi guardano sempre, disse Jesse, come per giustificare il proprio sguardo. 
E ti meravigli?, chiese Sandra. 
Jesse la guard sorpreso. Be', un po' s, ammise. 
Nessuno capisce la faccenda della finestra. 
Che finestra? 
La finestra era chiusa. Lei lo fiss a lungo con i suoi occhi blu scuro. Aspettava una spiegazione. 
Dopo un po' lui cap. Mattheo aveva parlato. La sua espressione si incup. 
Come hai fatto a scendere gi?, chiese Sandra. 
Be', mi sono arrampicato, no?. 
Lei ridacchi.  quello che ho detto io, ma Richard dice che  impossibile. E Alois non dice proprio niente. 
E Markus nemmeno, ovviamente. 
Markus non dice quasi mai nulla. 
Jesse annu. La pensavano allo stesso modo sulla faccenda dell'arrampicata e su Markus, e questo aveva gi creato un legame. Era una bella sensazione, quasi edificante. All'improvviso ebbe l'impressione di doversi in qualche modo vendicare. Richard ogni tanto ti spia, disse Jesse con voce roca. 
Mi spia? E dove?. 
Jesse indic la cantina con un cenno del capo. Sandra arross istantaneamente e prese a torcersi le mani. Ti ha... ti ha raccontato qualcosa? 
No. Io... lui.... 
Fu il turno di Jesse di arrossire. Nel giro di un secondo, Sandra cap. Il colore sul suo volto si trasform in un rosso pallido di rabbia. Anche tu mi hai spiata, sibil. 
Io... ho solo visto come danzi. Era.... Jesse deglut. Era eccitante. 
Idiota! L'aveva detto davvero? 
Gli occhi azzurri di Sandra si fecero gelidi all'istante. Gli altri hanno ragione. Non sei altro che un animale, piccolo e stupido, gli disse con rabbia, poi si volt e si diresse verso la cantina, finch non realizz che non era una grande idea andare a danzare l in quelle circostanze. Si volt di nuovo, di scatto, e gli pass davanti schiumante di rabbia. Lo tocc di nuovo, e questa volta non era un saluto sussurrato, ma un vero e proprio urto che lo fece quasi cadere. In un attimo spar, e Jesse si sent sporco. Anche per via dei pensieri che negli ultimi tempi gli frullavano per la mente quando vedeva Sandra. Ecco perch si era lasciato sfuggire quella parola, eccitante. Si volt di nuovo verso le stoviglie incrostate. Poco dopo sent odore di nicotina. Dante era tornato. 
Quella sera si mise a letto come al solito. Artur Messner fece il suo giro e indugi brevemente con lo sguardo su Jesse, pensieroso, come se potesse vedere tutta la sporcizia che era dentro di lui, tutto ci che c'era di sbagliato, tutto ci che lui non era e non sarebbe mai stato. 
Eccitante, aveva detto. Era come sentire suo padre parlare attraverso di lui! La cosa pi meravigliosa di Sandra non era forse la sua purezza? E allora perch gli si seccava la bocca quando pensava di fare qualcosa di sporco con lei? Cosa avrebbe detto suo fratello? Forse: Era bellissimo. Quelle sarebbero state le parole giuste. Pi gentili. Migliori. 
Ma lui non era suo fratello. Non era quell'Io migliore. 
La verit era che l'aveva trovato eccitante. Anche se era sbagliato. 
Quando Messner chiuse a chiave la porta del corridoio degli homie, Jesse rimase semplicemente sdraiato sul letto. Non gli importava se lo buttavano gi, lo picchiavano o chiss che altro. Magari li avrebbe picchiati anche lui. Oppure no. In quel momento non sapeva se fosse un cane o un lupo. 
Ma nessuno disse niente. Jesse rimase indisturbato nel suo letto. 
Quella notte sogn di essere rinchiuso insieme a suo padre in una caverna piccola e lurida. Sotto il fuoco ormai spento covava ancora della brace. La parte posteriore della caverna era inghiottita dalle tenebre. L non osava avventurarsi. L c'era il cadavere di sua madre. Il suo Io migliore invisibile montava la guardia accanto a lei. E l'odiato uomo con la cicatrice era da qualche parte l fuori, nella notte piovosa e buia, e fuggiva da lui. Prima o poi sarebbe riuscito a prenderlo e l'avrebbe ucciso, l'aveva promesso a se stesso. E allora avrebbe ucciso anche quell'altro piccolo Io che ne sapeva sempre pi di lui. 

34. Garmisch-Partenkirchen - Marted, 8 gennaio 2013, ore 21,19. 

Jule l'aveva visto arrivare e lo aspettava con il motore acceso. Jesse si lanci subito sul sedile del passeggero. La neve prese a colargli dalla giacca non appena richiuse la portiera. 
Allora?, chiese Jule. 
Parti, rispose Jesse. 
Perch?  successo qualcosa? 
No, no, la tranquillizz lui. Ma il tempo non accenna a migliorare. E c' sempre pi neve sulle strade. 
Jule part con cautela e fece uscire la Cross Country dal parcheggio. 
Avanti a destra, e poi di nuovo a destra su Zugspitzstrasse, la guid Jesse. 
Concentrata, Jule pilot la macchina nello stretto spazio tra le auto parcheggiate e ricoperte in parte di neve. Jesse era contento che fosse cos buio. Anche se sarebbe stato comunque difficile mentirle. Ma non poteva impelagarsi in un'altra discussione sull'opportunit di chiamare la polizia. Doveva stabilire delle priorit, era una cosa che aveva imparato con Medici senza Frontiere. I morti erano morti. Bisognava pensare a Isa. 
Raccontami. Ci hai parlato? 
L'ho incontrato. Prese un profondo respiro. Ma non sono venuto a capo di nulla. 
Non ti ha detto niente? Markus diceva che lui sapeva qualcosa. L'unico problema era che Artur l'aveva pregato di tacere. 
Pregato, mormor Jesse. Direi pi obbligato. 
Significa che Artur ha parecchio da perdere in questa faccenda. 
Jesse annu. Sempre che ad Artur fosse rimasto qualcosa da perdere. Forse non era solo sparito, era morto anche lui, come Wolle e Sandra. Pens a Isa e sent una stretta al cuore. 
E Wolle si sente ancora in obbligo dopo tutto questo tempo? 
Wolle  sempre stato bravo a mantenere i segreti. E chiss con che cosa lo ricatta Artur. Jesse osserv la strada dal finestrino. A sinistra stavano passando davanti a Marienplatz. Un paio di ragazzotti attraversarono la strada all'improvviso, costringendo Jule a frenare. Imbecilli, imprec lei a bassa voce. Qualcuno dietro di loro suon il clacson e lei ripart. Ma  impossibile che tu non sappia assolutamente nulla pi di prima. Cosa voleva Sandra da lui, te l'ha detto? 
La stessa cosa che volevo sapere io. Questo segreto che a quanto pare solo Wolle conosce. E Artur. Era andata da lui per questo. 
E anche a lei non ha detto nulla? 
Cos sostiene lui. Jesse distolse lo sguardo, a disagio come non mai. Insomma, magari a lei ha detto qualcosa che invece a me non voleva dire. 
Perch lo pensi? 
Non  evidente? Sandra gli piaceva, con me invece  sempre stato molto sulle sue. 
Gli hai detto che  morta? E che la sua morte potrebbe avere a che fare con questa vecchia storia? 
In modo che sospetti di me? O magari che chiami direttamente la polizia? No. 
Jesse aspett di sentire qualche rimprovero da parte di Jule, ma lei invece rimase in silenzio. Per qualche istante l'unico rumore fu il tintinnio delle catene da neve. 
Avanti a sinistra, disse Jesse con voce impastata. Mentire lo rendeva nervoso e l'abitacolo dell'auto gli stava stretto. Jule svolt in silenzio e lui si chiese se non avesse intuito qualcosa. Superate le ultime case della periferia di Garmisch, di colpo cal il buio. I fiocchi di neve turbinavano illuminati dalla luce dei fari. Jesse continuava ad avere davanti agli occhi il corpo di Wolle che penzolava dalla trave del tetto. Gli torn in mente sua figlia Anna e gli dispiacque per lei. 
Adesso soltanto Artur pu aiutarci, disse Jule a bassa voce, distogliendolo dai suoi pensieri. Solo che  sparito. 
Ma dove pu essere andato?, disse Jesse, in tono poco convinto. Forse  gi tornato nella sua stanza. 
Quella che non sappiamo dove sia. 
Forse invece s, mormor Jesse. Mi  venuta in mente una cosa. Naturalmente la stanza di Artur poteva essere ovunque in quell'immenso edificio, ma per come conosceva Richard di sicuro aveva fatto in modo di non avere il padre tra i piedi una volta assunta la direzione. Per lui non esisteva cosa peggiore che vivere all'ombra di suo padre. E in tutto l'edificio c'era soltanto un angolo in cui Artur sarebbe stato davvero lontano da tutto e da tutti, senza alcuna possibilit di stendere la sua ombra su chicchessia: la vecchia mansarda nell'ala ovest. 
Parcheggiarono di nuovo la Volvo nella piazzola fiancheggiata dagli abeti vicino alla casetta al cancello. Per qualche motivo Jesse preferiva non lasciare l'auto con la targa di Berlino troppo in vista vicino all'edificio principale. Qualcuno aveva spazzato scrupolosamente il vialetto e Jesse ricord che una volta per quel compito si usava un vecchio trattore Hanomag dotato di spazzaneve. 
Suonarono il campanello e, dopo un'attesa piuttosto lunga, Philippa apr loro la porta con un'espressione contrariata. Indossava un maglione a collo alto e sopra un accappatoio di spugna. Il signor Messner non vi ha dato le chiavi? 
No, deve averlo dimenticato. Magari pu darcele lei? 
Dovete comunque chiedere a lui prima. 
Lo far senz'altro, disse Jesse. Sa se nel frattempo Artur Messner  tornato? 
Artur Messner?. Philippa si blocc per un istante, poi si riprese. Evidentemente si era dimenticata di Artur. A pranzo non c'era. Io poi sono stata tutto il giorno nell'ala est. Ho altro da fare che non badare a lui tutto il giorno. 
Santo cielo,  un uomo anziano. Questa assenza prolungata  un po' preoccupante, disse Jesse. 
Ma io non sono n sua figlia n la sua badante, rispose Philippa di malumore. Jesse aveva l'impressione che sul suo viso trapelasse un'ombra di coscienza sporca. 
Sta nell'ala ovest, nella mansarda, vero? 
Perch me lo chiede se lo sa gi?. 
Grazie, andremo a vedere da soli. Jesse scroll via la neve dalle scarpe e lasci l Philippa. 
L'atrio era deserto. Anche fuori non si vedeva nessuno. In cortile brillava una lanterna, i fiocchi di neve cadevano dentro l'alone di luce gialla. Jule segu Jesse in silenzio su per l'ampia scalinata scricchiolante, poi lungo il corridoio dell'ala ovest, e infine su per un'altra scala, questa volta pi stretta, fino all'angolo pi remoto e pi elevato dell'edificio. I gradini dell'ultima rampa di scale erano storti e ripidi come li ricordava. Avrebbero rappresentato una difficolt anche per qualcuno pi giovane di Artur. Il restauro generale della casa non era arrivato fin qui. Gli interruttori in bachelite risalivano ancora a prima della guerra, la tappezzeria era logora e diverse assi del pavimento nazi erano sconnesse. Alla fine del corridoio c'era una porta su cui era attaccato un foglietto di carta. Con un pennarello qualcuno ci aveva scritto in lettere tremolanti: A. MESSNER. 
Jesse ripens alla targhetta di ottone lucido e alla porta riverniciata di fresco dell'ufficio del direttore al secondo piano. La gratitudine non era mai stata uno dei pregi di Richard. Lui aspettava sempre che arrivasse il suo momento e poi si prendeva ci che voleva. E questo nonostante la sua situazione non fosse cos male, paragonata a quella degli altri. Certo, Artur non l'aveva sempre trattato amorevolmente, a volte era stato persino troppo severo o gli aveva dimostrato indifferenza per non dare l'impressione di riservare un trattamento di favore a suo figlio. Ma la vendetta di Richard era davvero squallida. 
Jule non disse nulla, ma era evidente che la pensasse allo stesso modo. Credi che sia gi andato a dormire? 
Artur non  mai andato a dormire presto in vita sua. Dovevamo sempre aspettare dopo la mezzanotte per vedere la luce della sua camera spegnersi. 
Aspettare? Per fare cosa?. 
Jesse scosse la testa e buss alla porta. 
All'interno non si sent alcun rumore. 
Ti prego, non di nuovo, pens. Sent rizzarsi i peli alla base del collo. Buss ancora e quando non ci fu nuovamente risposta prov ad abbassare la maniglia. Con sua grande sorpresa la porta si apr. La stanza era buia. Come nell'appartamento di Sandra. Come da Wolle. Davanti alla finestra il riflesso delle luci del cortile faceva danzare i fiocchi di neve. La luce del corridoio proiettava la sua ombra e quella di Jule su un malconcio tappeto con decorazioni orientali. Artur non aveva mai potuto soffrire quella roba. 
Artur?. 
Nessuna risposta. 
Forse non c'?, sussurr Jule. 
Jesse esit. Aveva paura ad accendere la luce. Poi rilass le spalle e cerc un interruttore, ma le sue dita trovarono solo la tappezzeria ondulata. In quello stesso istante qualcosa o qualcuno lo urt, con una violenza tale da farlo crollare contro la porta e sbattere la testa. Jule grid. Jesse percep un rapido movimento alla propria destra e istintivamente volt la testa in modo che il pugno in arrivo lo colpisse solo sullo zigomo. Sbatt di nuovo la testa contro la porta. Vide comparire delle macchie chiare davanti agli occhi. Qualcuno gli pass davanti correndo, spinse Jule contro la parete, infil il corridoio e poi fugg gi, scendendo con passo sicuro le scale ripide. 
Jesse tent di riprendersi, intenzionato a corrergli dietro, ma era troppo stordito. Rimase fermo, in piedi e ansimante, con le mani appoggiate alla parete. 
Stai bene?. 
Percep la mano calda di Jule sulla schiena. Annu, anche se sentiva il cranio pulsare. 
Sicuro?. 
Annu di nuovo. Come ai vecchi tempi. Annuire era il suo modo per dire che andava tutto bene quando in realt niente andava pi. Ma adesso doveva trovare il modo di mettere in moto le cose. 
L'hai visto? 
No. Ho visto solo qualcosa che assomigliava a un berretto di lana, da dietro. Non l'ho visto in faccia.  stato tutto troppo veloce, disse Jule. Ma a giudicare dalla statura si trattava di un uomo, di questo sono sicura. Tu l'hai visto? O magari l'hai riconosciuto? 
No. 
Cosa pensi che ci facesse nella stanza di Artur?. 
Jesse scost le mani dalla parete. A poco a poco il senso di vertigine si affievol. Cerchiamo di scoprirlo. 
Jule annu nervosa. Anche lei era angosciata dal ricordo della sera precedente. Oltrepass la soglia della stanza con passo incerto. 
L'interruttore della luce dovrebbe essere l a destra, da qualche parte. 
Un istante dopo la luce sul soffitto si accese. Il lampadario a tre bracci Jugendstil ospitava tre lampadine a risparmio energetico. Jesse odiava quegli affari. Bisognava sempre aspettare qualche minuto dopo aver premuto l'interruttore perch si illuminassero davvero. 
L'arredamento della stanza era un miscuglio di vecchio e nuovo. Davanti alla finestra c'era un'antiquata poltrona rossa, accanto a una piantana e a un tavolinetto con un mosaico da quattro soldi. Il tavolo da pranzo, con due semplici sedie di legno, era spoglio e il letto accuratamente rifatto aveva i piedi e la testata di legno con i tipici intagli bavaresi. La minuscola cucina aveva almeno una quarantina di anni. Jesse attravers rapidamente la stanza e apr una porticina. Il bagno era verde, piastrellato alla bell'e meglio, e odorava di anziano, come del resto tutta la stanza. Solo che l'anziano in questione non c'era. 
Dio mio, che depressione, mormor Jule. 
Non credo che viva cos per scelta, disse Jesse, chiedendosi se Artur riuscisse ancora a entrare nella vasca da bagno senza aiuto. 
Qui c' una tua foto, disse Jule dall'altra stanza. 
Jesse si avvicin. Nella foto al centro di un gruppo di tre riconobbe il proprio viso. Si ricordava persino di quando Artur l'aveva scattata: subito dopo il suo esame di maturit. In quell'occasione gli aveva regalato anche l'orologio da polso. Lo sguardo di Richard era stato pi che eloquente. 
La fotografia a sinistra mostrava un ragazzino di circa tre anni che teneva per mano sua madre. Richard. 
E qui ci sei tu di nuovo. Jule indic la foto a sinistra, quella con tutta la ciurma in mezzo alla neve. A quanto pare gli piacevi. A giudicare dalla disposizione delle foto si potrebbe pensare che sia tu suo figlio, non Richard. 
Probabilmente anche questo ha contribuito, disse Jesse indicando la misera stanza con un movimento circolare del dito. Il suo sguardo per rimase fisso sulla fotografia del gruppo di ragazzi sulla neve. Non se ne ricordava, era sicuro che fosse stata scattata prima dell'incidente. 
E qui che c'?. 
Jesse segu lo sguardo di Jule. Lo sportello del frigorifero era leggermente aperto, come se Artur si fosse dimenticato di chiuderlo. Curiosa, Jule lo apr del tutto. All'interno non c'era altro che una bottiglia d'acqua, un paio di resti di cibo e una stupefacente quantit di medicine a base di cortisone. Stranamente anche lo sportello del freezer non era chiuso. Jesse guard all'interno, a non trov nulla a parte uno spesso strato di ghiaccio. 
Artur soffre di demenza senile?, chiese Jule. 
Dici che potrebbe aver dimenticato di chiudere il frigo? 
Succede spesso. 
Jesse scosse la testa. L'acqua  ancora fredda e il ghiaccio del freezer ancora compatto. Si guard intorno nella stanza. C'era qualche oggetto lasciato in giro, ma per lo pi sembrava tutto in ordine. Quell'ordine impalpabile tipico degli uomini anziani e soli. Nulla sembrava indicare che qualcuno avesse frugato tra le cose di Artur. Credo che l'uomo con il berretto stesse frugando nel frigorifero quando l'abbiamo sorpreso. Per qualche ragione pensava che dovesse esserci qualcosa nel frigo o nel freezer. La domanda  cosa. Richiuse pensieroso lo sportello e osserv l'esterno dell'elettrodomestico. La maniglia era ingombrante, piatta e quadrata. Vicino ai cardini campeggiava la vecchia scritta della Siemens, con sopra una S allungata intrecciata a una I. La cucina doveva risalire pi o meno agli anni Sessanta. Jesse apr lo sportello e ispezion di nuovo l'interno, senza notare nulla di rilevante. 
Poi si lasci cadere sulla poltrona, sfinito. Le molle allentate emisero un cigolio di protesta. La mascella di Jesse era dolorante per il pugno ricevuto e la testa gli ronzava. Era sull'orlo della disperazione. Isa continuava a essere sparita e lui non riusciva a cavare un ragno dal buco. Se almeno fosse riuscito a parlare con Artur. Artur sapeva qualcosa, Jesse ne era certo. E non solo per le allusioni che aveva fatto Markus. Rimprover se stesso per non aver mai costretto Artur a rivelare tutto ci che teneva nascosto. Ma Artur era sempre stato cos ostinato e misterioso. Jule aveva ragione. Doveva avere parecchio da perdere. 
Dove diavolo sei, vecchio mio?, mormor. Ho bisogno del tuo aiuto.
...
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...
FINE Parte 1.
